Con il termine criptide viene usato da quella particolare branca della zoologia che prende appunto il nome di criptozoologia per indicare un animale, la cui esistenza è contestata o non provata scientificamente. Quasi tutte le creature sono frutto di leggende appartenenti alla tradizione folkloristica di diversi paesi: tra i più inseguiti dai criptozoologi di tutto il mondo ci sono il mostro di Loch Ness, Bigfoot, il chupacabra ma anche qualsiasi altra creatura sia ascrivibile a un immaginario mostruoso. La verità è che non possiamo veramente sapere se si tratta di storie prese troppo alla lettera o di verità, ma nel mondo di Cryptozoo, film d’animazione di Dash Shaw, i criptidi esistono e gli umani, presi dalla paura, scelgono di cacciarli o addestrarli al fine di usarli come armi.

La dottoressa Lauren Gray (Lake Bell) ha incontrato il suo criptide quando era ancora appena adolescente: si trattava di un Baku, una creatura visivamente simile alla tigre ma dotato di proboscide, capace di cibarsi dei sogni altrui, che la aiutava a dormire quando la sua mente era affollata dagli incubi. Il governo vorrebbe impossessarsi di lui, grazie all’aiuto di cacciatori come Nick (Thomas Jay Ryan) per sopprimere gli ideali e il desiderio di rivoluzione nelle controculture, rendendole praticamente innocue. Per proteggere Baku e altre creature simili, una ricca filantropa di Joan (Grace Zabriskie) ha finanziato la costruzione di quello che dovrebbe essere un santuario, ma si è trasformato rapidamente in un parco divertimenti con punti vendita dedicati al merchandising e il nome di Cryptozoo (di qui il titolo) perché appetibile per i turisti. Nonostante la piega presa dal progetto, Lauren rimane fermamente convinta che quel santuario possa essere un importante passaggio per arrivare all’integrazione definitiva dei criptidi nella società, sottraendoli al rischio di cadere nelle mani del mercato nero.

Cryptozoo, menzione speciale nella categoria 14plus di Generation alla Berlinale 71, è un caleidoscopio di scelte estetiche e artistiche confuse, a volte stridenti tra loro: tratti a matita, corpi con proporzioni esagerate, sequenze psichedeliche, gradienti innaturali per colorare gli spazi. L’occhio del pubblico necessita tempo per abituarsi a uno stile simile, ma dopo una prima sequenza, quasi a sé stante rispetto al resto della narrazione, quel gusto disturbante degli animazioni sviluppate da Jane Samborski ed Emily Wolver si fa primo portavoce della distopia di Cryptozoo. È un mondo dove i confini di giusto e sbagliato si fanno sempre più esili, trovando le criticità di tutte le prese di posizione rappresentate dalla sceneggiatura scritta dallo stesso Shaw. Cryptozoo non tocca solo il rapporto tra uomo e animale, ma anche gli istinti umani visti attraverso i corpi dei criptidi con il personaggio di Phoebe (Angeliki Papoulia), una gorgone dalle sembianze umane.

di Giada Sartori