Gl ultimi 10 cortometraggi che compongono la selezione di questa edizione online di Berlinale Shorts (dei primi vi avevamo già parlato ieri) sono stati presentati ieri, in prima proiezione. Oggi – giorno in cui verrà anche ufficializzato il vincitore della sezione cortometraggi di Berlinale71 – e domani, spazio alle repliche, dando la possibilità ai professionisti di settore accreditati all’European Film Market di Berlino di recuperare le visioni perse. Tre i filoni attorno ai quali si sono mossi i 20 film proposti: fiction, animazioni (più tradizionali di quanto ci si aspettasse da un festival che negli anni ci aveva abituati alla sperimentazione anche tecnica) e documentari. Tutti con una particolare attenzione ai temi della solitudine, della diversità e, come era prevedibile, alle conseguenze del confinamento. Che sono visibili anche in alcune necessità produttive, che hanno favorito l’utilizzo (spesso sfrenato e non adeguatamente contestualizzato) dei materiali di archivio: sia foto che immagini di repertorio, ma anche (ahinoi) una frenetica rincorsa all’apertura dei cassetti e dei bauli casalinghi alla spasmodica ricerca di filmini amatoriali familiari. Spesso e volentieri capaci di metterci in imbarazzo di fronte ai nostri parenti e che, di conseguenza, non spesso hanno la valenza cinematografica che dovrebbe essere propria di un film in selezione ad uno dei Festival di cinema più importanti del settore. Non lo neghiamo, abbiamo fatto una certa fatica a cercare di capire cosa meritasse di essere raccontato di quanto visto in questo secondo blocco di Berlinale Shorts. Ma qualcosa (poco) ha oggettivamente attirato la nostra attenzione. Scopriamolo insieme.

Easter Eggs, di Nicolas Kiddens (Belgio, Francia, Olanda – 2020)

Un brutto incidente avviene sotto gli occhi di due ragazzi, Jason e Kevin. Che sono troppo impegnati a mangiare il loro gelato per correre in soccorso delle persone coinvolte. Lo scontro con una macchina provoca l’apertura della gabbia di uccelli del vicino ristorante cinese chiuso da un po’. I volatili esotici fuggono. In uno strano misto di apatia e voglia di avventura, i due giovani cercano in tutti i modi di catturarli. Anche se nemmeno loro sanno bene cosa ne faranno. Il tutto con quel piglio arrogante del ragazzo che è vconvinto di saperla più lunga di tutti, da una parte, e il giovane, più timido ed introverso, che cerca di emularlo. O, se proprio non può avere il suo rispetto, almeno dei riuscire ad emularlo per rendersi più accettabile agli occhi dell’amico. Una storia di solitudine adolescenziale e bullismo. Ben rappresentata da una delicata, a tratti struggente, animazione, capace di stupire con alcune scelte stilistiche che, letteralmente, permettono di all’allargare l’orizzonte sia visivo che narrativo. Alla fine, senza voler fare troppo spoiler, vincono gli uccelli. Ma forse i due amici si scopriranno meno diversi di quanto pensassero.

Vadim on a walk, di  Sasha Svirsky (Federazione Russa, 2021)

Da troppo tempo Vadim si sente come chiuso in una gabbia. Quella solitudine forzata lo sta facendo impazzire: gli manca l’aria; gli manca la semplicità del vivere le complicazioni della vita; gli manca il riuscire a sentire qualcosa che non siano solo i suoi pensieri e la sua voce, ormai sempre più insopportabili. Vadim prende coraggio. Non sa cosa lo aspetti fuori, ma decide di uscire dalla scatola in cui è ingabbiato, per andare a fare anche solo una semplice passeggiata. Scoprirà che il mondo fuori è ancora tutto da scoprire. Che dopo averci dovuto rinunciare per tanto tempo vuole poterne riassaporare ogni attimo: la natura che si è ripresa i suoi spazi, la voglia di riappropriarsene, scoprendo la validità del ritrovare una qualche simbiosi con il mondo animale e trarne ispirazione. Comprenderà che il mondo non sia diventato più buono rispetto a prima. Ma che ora lui è più consapevole di come non valga la pena di essere vissuto. E sia necessario trovare un nuovo modo, una nuova via per stare al mondo. Per non vivere tutto il resto della sua esistenza in una gabbia. Una struggente animazione, che usa sapientemente la metafora della gabbia per ricordarci le ansie vissute durante il confinamento pandemico e come e quanto non ci si possa più permettere di non comprendere e rispettare il mondo che ci circonda.

A love song in Spanish, di Ana Elena Tejera (Francia, Panama – 2020)

Ana torna nel suo Paese, Panama, per passare un po’ di tempo con sua nonna Yolanda. La donna, sola da molto tempo, vive nel ricordo del suo grande amore ormai scomparso e nell’affidarsi tototalmente alla protezione divina, dedicando gran parte della sua giornata alla preghiera. Nel documentario (che sarebbe bastato fosse di poco inferiore ai suoi 24 minuti per essere davvero incisivo, ma che si perde in qualche lungaggine di troppo) A love song in Spanish, la regista di origini panamensi ci porta non solo dentro la casa della nonna. Ma anche dentro la sua vita e, soprattutto, dentro ai suoi ricordi. Andando a ricercare una memoria storica che non è solo propria del dramma vissuto dal suo Paese durante l’occupazione statunitense prima e la dittatura militare poi. L’intento delle conversazioni di Ana con Yolanda è quello di far riemergere una memoria familiare che per molti anni è stata nascosta. E che potrebbe essere alla base di quella costante e supplichevole richiesta di perdono divino attorno a cui non smette di ruotare la vita dell’anziana donna.

International Dawn Chorus Day, di John Greyson (Canada, 2021)

Il dawn chorus (letteralmente, il coro all’alba) è un fenomeno elettromagnetico che si verifica prevalentemente nelle prime ore dell’alba. In qualsiasi continente. Con un’appropriata strumentazione tecnica, può essere convertito in suoni molto simili a quelli emessi durante il canto di un uccello. L’International Dawn Chours Day è una festa che si commemora in tutto il mondo la prima domenica di maggio in cui, da sempre in streaming (anche prima della pandemia), chi aderisce si riunisce per celebrare la magnificenza delle sinfonie della natura. Nel maggio 2020, l’evento si è svolto attraverso una Zoom call mondiale. Diverse finestre della piattaforma si sono aperte, all’alba ovviamente, per cercare di captare questo particolare fenomeno acustico e mostrarlo a tutti. Ha partecipato anche il canadese John Greyson, che ha focalizzato una particolare conversazione che si è svolta durante le celebrazioni e che ha avuto al centro la situazione dei diritti, politici e sociali, in Egitto. Quella conversazione è stato il modo di dare rilevanza mondiale alle vicende di  Shady Habash e di Sarah Hegazi, rispettivamente un filmmaker arrestato per una serie di video musicali che aveva realizzato e morto in circostanze misteriose durante la sua detenzione in un carcere di massima sicurezza in Egitto e una giovane attivita LGBT, arrestata e torturata dopo aver mostrato una bandiera arcobaleno nel corso di un concerto e costretta alla fuga e richiesta di asilo in Canada. Seppur, dal punto di vista tecnico, sarebbero da premiare il dare rilevanza cinematografica ad una zoom room, che è stata (e continua ad essere) una delle nostre principali finestre sul mondo in epoca pandemica e l’encomiabile pregio di voler far luce su alcuni degli ultimi casi più cruenti che vede coinvolta la dittatura egiziana del Generale Al-Sisi, questi elementi non bastano a non rendere il cortometraggio spesso ripetitivo e poco incisivo.

Your street, di Güzin Kar (Svizzera, 2020)

29 Maggio 1993. La piccola cittadina tedesca di Solingen si risveglia dopo un tremendo fatto di cronaca, causato dall’aggressione di un gruppo di neo-nazisti che ha incendiato alcune case del quartiere popolare prevalentemente abitato da cittadini di origine turca. Durante l’attentato, 14 persone vengono ferite e 5 perdono la vita, soffocate ed arse dall’incendio. Tra queste, la piccola Saime, di soli 4 anni. La voce narrante del corto Your street, dietro a quell’efferato crimine, ci fosse un piccolo Adolf Hitler infastidico dalle voci turche che sentiva nel quartiere e che ha cercato di spegnerle. Per sempre. Succede così che, mentre le sue coetanee possono giocare con le biciclette o con le case delle bambole, a Saime sia restata solo una cosa: una strada, che porta il suo nome. Come succede alle persone morte. Una strada, di cui sappiamo lunghezza e larghezza, di cui possiamo vedere le attività commerciali attive e sapere quali servizi si offrano. Ma i cui abitanti stanno già dimenticando. O vogliono dimenticare il perchè porti quel nome. La storia di Saime sta scomparendo. Pochi sono ancora disposti a ricordarla, molti fanno finta di non conoscerla. Il cortometraggio vuole continuare a parlarne. A ripetere il nome della tua strada. Perché l’orrore non possa ripetersi. Con un augurio finale: Dormi bene, piccola Saime.

di Joana Fresu de Azevedo