Il quartiere di Prenzlauer Berg a Berlino è stato fin dagli anni Sessanta uno dei più grandi teatri del cambiamento nella città: prima della caduta del Muro vedeva la convivenza di controculture in opposizione persino tra di loro come attivisti religiosi, bohème e una comunità LGTB ancora allo stato embrionale. Dopo l’apertura della Porta di Brandeburgo nel 1989, gli investitori di quella che ormai era l’ex Germania Ovest si spostarono a Prenzlauer Berg dando il via a una rapida e spregiudicata opera di gentrificazione. L’area urbana cambiò volto e vicino e a volte anche al posto delle case popolari sorsero presto condomini lussuosi con grandi vetrate, come se le persone più facoltose volessero mettere la loro esistenza in vetrina, pronta per essere invidiata.

A questo gruppo appartiene anche Daniel (Daniel Brühl), un attore felice, ricco, attento al suo aspetto e maniaco dell’ordine. Sta ripetendo le sue battute, girando in tondo davanti a una finestra, quando si rende conto che qualcuno dall’edificio davanti al suo, molto più povero come aspetto, lo osserva di nascosto, ma lui non sembra minimamente preoccupato, come se provasse piacere in quel probabile voyeurismo dettato dall’invidia. Ha preoccupazioni più grandi: tra poche ore un aereo lo porterà all’audizione più importante della sua vita. Non si tratta di un ruolo per cui vincerà l’Oscar, ma di una parte ricorrente in un franchise proiettato verso un sicuro successo di botteghino e di questi tempi forse è ancora più importante. Nell’attesa si reca a un bar vicino a casa sua, il Zur Brust. Dentro vi sono pochi commensali, ma uno di questi si avvicina presto a Daniel con il pretesto di averlo riconosciuto. Il suo nome è Bruno (Peter Kurth) e non sembra essere un grande ammiratore dei suoi film, puntualizzando le problematicità di ogni titolo che ha la sfortuna di uscire nella conversazione. Quello che Daniel ancora non sa è che quell’uomo è il suo vicino di casa e che forse ha osservato la sua vita molta più attenzione del necessario.

Next Door, debutto alla regia di Daniel Brühl, vuole essere tantissimi film contemporaneamente: un dramma da camera, un thriller sul filone di Hitchcock, una riflessione sul cinema e sui rapporti umani, una critica sociale che ha il mirino puntato sulla gentrificazione e la conseguente distruzione di un’identità. Per controbilanciare questa densità tematica, si opta per un’essenzialità scenica, concentrando quasi il 90% dell’azione nello stesso bar, spostandosi forse troppo verso l’opera teatrale. La sceneggiatura di Kehlmann, sebbene eccella nel costruire la tensione, finisce anche con questa struttura per cadere nella ripetizione: dopo una prima mezz’ora esplosiva, il film cerca di offrire ininterrottamente nuovi climax finendo per cadere in uno spiacevole loop narrativo.

Ad elevare il film sono gli interpreti. Da un lato abbiamo Peter Kurth (famoso soprattutto per il ruolo di Bruno Wolter in Babylon Berlin), che per il suo aspetto innocuo e bonario, si rivela perfetto per trarre in inganno Daniel ponendolo in una zona di comfort per poi strappargli di dosso gradualmente tutte le sue sicurezze. Si tratta un personaggio subdolo, fissato sul confine tra mentore e cattivo, che usa le sue parole e la sua curiosità come armi. Daniel invece sembra la persona che Brühl teme di essere o di diventare: un attore incapace di vedere all’aldilà della sua ricchezza, accettando ruoli senza un vero sguardo critico. Gli interessa più essere ammirato che soffermarsi su qualsiasi aspetto della sua vita, non riguardi la sua stessa persona. A livello attoriale Brühl spesso tende a passare in secondo piano rispetto Kurth, ma per quanto riguarda la sua visione registica mostra già una certa sicurezza, costruendo dinamismo anche in una location immobile e impassibile.

di Giada Sartori