Alma Felser (Maren Eggert) entra in un bar. Il locale è pieno di coppie che mangiano e ballano, chiacchierando felici, ma lei sembra essere da sola e si limita a cercare qualcuno con lo sguardo. Un’algida signora bionda (Sandra Huller) l’accompagna a un tavolo e le presenta un uomo alto e affascinante di nome Tom (Dan Stevens). Tra le parole che lui le rivolge, troviamo ad esempio complimenti mirabili del calibro di I tuoi occhi sono come due laghi di montagna in cui affonderei. Quello che sembra essere un appuntamento al buio prende una piega strana quando Alma chiede a Tom operazioni matematiche impossibili e questi risponde con la freddezza di una calcolatrice. Quando decidono di spostarsi sulla pista, lui si dimostra un ballerino eccezionale, ma un certo punto i muscoli del suo collo si contraggono in modo ripetuto e meccanico mentre dalle sue labbra escono le stesse tre parole, in una cantilena senza fine Ich bin, Ich bin, Ich bin. Degli uomini accorrono sulla pista e portano Tom fuori dal locale sotto lo sguardo confuso di Alma. La signora di prima le si avvicina spiegandole che l’uomo ha avuto un malfunzionamento, ma che tornerà presto come nuovo.

Tom, difatti, non è umano, sebbene all’esterno sembri tale. È un robot programmato per essere un partner ideale, seguendo i risultati di indagini e questionari ma sempre disponibile ad adattarsi grazie a un algoritmo. Alma però non cerca l’amore come altri che sfruttano questa nuova tecnologia. Si è semplicemente offerta di testare per tre settimane il robot con il solo scopo di ricevere fondi sufficienti a finanziare un suo progetto di ricerca per il Pergamon Museum di Berlino. Per evitare distrazioni, Alma impone subito delle regole: letti separati e nessun disturbo sia dentro che fuori dall’appartamento. Tom, programmato per renderla felice, acconsente alle sue regole, ma presto la donna diventa sempre più interessata ai meccanismi che controllano quel robot.

Ich bin dein Mensch, lungometraggio dell’attrice tedesca Maria Schrader (di recente vincitrice dell’Emmy per la regia della serie Netflix Unorthodox), propone un’idea comune a molte narrazioni tra la fantascienza e la romance più classica: l’idea che si possa programmare, nel senso letterale del termine, l’amore. Tra i suoi predecessori potremmo trovare Her di Spike Jonze, dove Theodore Twobly sviluppava un’attrazione per Samantha, oppure tra i più recenti anche la serie Marvel WandaVision che vede come motore l’amore di una donna per un androide sintezoide. Sarebbe facile in un panorama così affollato cadere in trame già conosciute al pubblico, eppure Ich bin dein Mensch evita questo rischio, rigettando sia la fantascienza che l’etica, per dedicarsi a un’indagine sull’amore.

La sceneggiatura scritta dalla stessa regista insieme a Jan Schomburg e ispirata al racconto breve di Emma Braslavsky sfrutta l’ambiguità emotiva dei suoi protagonisti per parlare di sentimenti, senza mai darsi domande o schemi precisi. Ich bin dein Mensch non si sofferma sulle implicazioni dell’idea di potersi creare un partner con un piccolo cuore automatizzato, lasciando che sia il pubblico l’unico giudice in materia. Seguendo parzialmente gli stilemi della commedia romantica, preferisce affidare un ruolo centrale ai suoi protagonisti, approfittando della straordinaria chimica tra Maren Eggert e Dan Stevens. Lei, con la sua traballante freddezza, si presenta come la controparte perfetta per l’attore britannico (il suo accento inglese verrà giustificato come una preferenza inconscia di Alma), che partendo da movenze robotiche e rigide sfocia pian piano in una semi-umanità.

di Giada Sartori