Nascere, vivere, lasciare ed essere costretti a ricordare il fiume e la città che gli sorge intorno. È quanto ci racconta la giovane regista cinese Shengze Zhu nel suo documentario A River Runs, Turns, Elases, Replaces presentato al Festival di Berlino 2021. Siamo a Wuhan, città nota per essere stata il primo focolaio della pandemia che stiamo ancora attraversando, dove Shengze è nata, e che non vede dal 2017. Durante la sua lunga assenza perderà il padre e il fratello a causa del COVID, e sarà costretta a vedere solo da molto lontano (Shengze vive a Chicago) tutto il travaglio legato alla pandemia.

Una successione di riprese fisse ci mostra il fiume, il maestoso Yang Tze che attraversa la Cina da ovest a est per quasi 6500 chilometri, visto dalle sponde di Wuhan. Vediamo soprattutto dei cantieri, simbolo della nuova Cina e della sua sfrenata rincorsa al rinnovamento urbano e alla costruzione di infrastrutture sempre più audaci per concezione e messa in opera.  Vediamo vecchi quartieri in demolizione e i nuovi grattacieli, tutti uguali, spesso disabitati, che formano le nuove periferie e che a Wuhan si affacciano sul corso del fiume.

La speculazione edilizia nella nuova Cina ha picchiato duro, e non sembra fermarsi. Ogni punto di vista si sofferma sullo schermo per qualche minuto, dandoci il tempo di riflettere e di ragionare su immagini di quotidiana normalità, lasciandoci il tempo di osservare, di trovare riferimenti al nostro stesso vivere o di apprezzarne le differenze. Le scene che comprendono momenti di vita collettiva sono le più coinvolgenti, come quella del ballo in strada sulle note del Valzer delle candele, dove coppie di anziani, spesso composte da donne, danzano con grazia il liscio cinese, garbato e fondato su una gestualità allo stesso tempo galante e rigorosa. Allo stesso modo si apprezzano le scene di vita sul fiume e nel fiume, frequentato anche da bagnanti che si fanno trascinare dalla corrente o cercano faticosamente di risalirla.

I ponti sono al centro della storia e dell’interesse di Shengze. Nel 1957 a Wuhan venne completato il primo ponte sullo Yang Tze, in acciaio, impresa per l’epoca titanica per la forza delle correnti. Questo stesso ponte compare spesso, così come il nuovo ponte che ci viene narrato attraverso una lettera ideale scritta dalla regista al padre in uno degli ultimi contatti prima della sua morte nel corso dell’epidemia. Il padre teneva molto alla costruzione di questo nuovo ponte, al punto di conservarne disegni e bozzetti, un particolare che riempie di tenerezza una narrazione in sé rigorosa e certamente non incline alla commozione. Il fiume ci viene mostrato nelle sue piene, nelle sue golene umide in cui vivono bufali urbani, nella pazienza dei pescatori dilettanti che ci passano le giornate, nei pochi campi coltivati che si insinuano tra i casermoni.

Le parole strazianti tra la figlia e il padre, che non si vedranno più, sono scritte su uno scenario in cui il grigio dell’acqua si confonde con quello del cielo, solo una chiatta nera e lontana in lento movimento ci farà capire che ci sta scorrendo davanti un momento di vita. Del resto, in questo documentario dalla struttura narrativa così essenziale, nulla è lasciato al caso, e da qui deriva la sua forza e la capacità di evocare un dolore condiviso con profonda dignità.

di Daniela Goldoni