«Dal punto di vista sociologico, in Santa Maradona potrebbe rispecchiarsi un pubblico generazionale di segno uguale e contrario a quello che ha decretato il successo al botteghino de L’ultimo bacio. Dal punto di vista formale, invece, essendo molto più povero di budget e meno abilmente scritto e diretto, questo film si presenta meno competitivo di quello di Muccino. Ma l’opera prima, ambientata a Torino, è pervasa da estro e da una scontrosa vitalità ben resa dagli interpreti; e tutto fa pensare che di Marco Ponti risentiremo parlare»

A. Levantesi, La Stampa, 28.10.2001

Ho visto Santa Maradona per la prima volta il 17 ottobre del 2020. Era un anno strano, non solo per la pandemia, ma anche perché ho finito il mio percorso di studi nel puro silenzio delle lezioni a distanza. Di lì a un mese esatto avrei preso la laurea magistrale, ma anche adesso a distanza di qualche mese ancora non ho preso consapevolezza della cosa. Mi trovavo in quell’oblio di quando hai effettivamente finito l’università e sei indeciso se riposarti o iniziare a pensare al tuo futuro senza certezza alcuna. Mentre premevo play su Santa Maradona, non mi aspettavo di rivedere sullo schermo proprio quel momento che stavo vivendo. Son passati 20 anni dall’uscita del film d’esordio di Marco Ponti e io, all’epoca nel 2001, avevo 5 anni precisi. Non potevo essere più lontana anagraficamente parlando dalla gioventù raccontata dalla sua sceneggiatura, eppure a vederlo oggi sembra che quella spensieratezza sospesa tra il bisogno d’avventura e un effettivo menefreghismo non sia invecchiata di un giorno.

Santa Maradona potrebbe far pensare a una storia di sport e tifosi, ma Marco Ponti, scegliendo come titolo quello di una canzone del complesso francese Mano Negra riproposta poi da Manu Chao, pensava ben ad altro. Lo avevano colpito due aspetti in particolare del pezzo: da una parte il forte e quasi improbabile accostamento tra l’aggettivo santa e il personaggio di Maradona e dall’altra la cacofonia di cori, diversi stili musicali e telecronache. In un certo senso il suo film era come quella canzone: una commistione caotica e irriverente di suggestioni contrastanti. I suoi protagonisti sono, come definiti dallo stesso Ponti, nichilisti ottimisti, capaci di guardare al futuro, ma anche di annientarlo, in preda alla paura di crescere e abbandonare quel periodo sicuro che sono i vent’anni. Il film, allo stesso modo, viaggia nel cinema con la velocità di una pallina in un flipper, mescolando diversi generi, uno spassionato citazionismo e una spettacolarizzazione della vita quotidiana.

Difatti, Santa Maradona parla molto semplicemente di Andrea e Bartolomeo, amici e coinquilini quasi alla soglia dei trent’anni. Il primo, interpretato da Stefano Accorsi, si presenta ogni giorno a nuovi colloqui di lavoro dove fa di tutto per non essere assunto, anche se sa che presto verrà costretto a vendere box doccia con suo zio. Il secondo, con il viso impertinente di Libero De Rienzo, non prova nemmeno a cercare una vera occupazione, limitandosi a racimolare qualche soldo copiando delle recensioni dal giornale e inviandole a una redazione ignara dei suoi inganni. Dopo aver dato la colpa dei loro fallimenti al percorso di studi in lettere (Dovevamo fare medicina) davanti a una tazzina di caffè al bar, tentano di immaginare futuri possibili tra chirurgia plastica e quelli che scherzosamente e letteralmente definiscono business del cazzo. Quelle di Andrea e Bart però son solo parole che perdono ogni significato appena pronunciate. Loro due non vogliono cambiare quella loro realtà, dove le più grandi preoccupazioni sono il prezzo dei libri e le fettine di cetriolo nei cheeseburger, ma ogni tanto il mondo esterno bussa alla porta, nelle vesti di un proprietario di casa che da troppo tempo non riceve l’affitto.

Fughe con libri rubati nascosti sotto la giacca, coinquilini dati per dispersi che ricompaiono all’improvviso, partite di calcio: è una libertà che Andrea e Bart giustificano per la loro invisibilità davanti agli occhi del mondo. L’affitto è in nero, non lavoriamo, non siamo iscritti a nessuna lista di collocamento… tecnicamente non esistiamo spiega Bart con orgoglio all’incredula Lucia. Grazie a quello stato possono guardare il mondo come vogliono, sfuggendo da qualsiasi categorizzazione ferrea, impegno o desiderio. A guidarli c’è solo una furiosa e irriverente sregolatezza comune a tutti i giovani, anche di oggi. Andrea e Bart non sono dei manifesti e nemmeno degli esempi speciali di quel mondo. Sono dei giovani fra tanti che Ponti vuole rappresentare in tutta la loro specificità fatti di un umorismo che capiscono loro, scommesse e riferimenti pop.

Marco Ponti con Santa Maradona è riuscito a dipingere una generazione propria del suo tempo, ma anche adattabile a tutti i tempi. Il risultato è merito di una sceneggiatura che rende quella sovrappolazione di dettagli non un elemento di alienazione, ma bensì di partecipazione, attraverso una caccia sentimentale nel nostro immaginario collettivo. Ad aiutare la sceneggiatura sono anche due attori che a partire da quel film e da quegli anni hanno trovato il loro modo di imporsi sulla scena italiana, seppur con strade estremamente diverse. Se Libero De Rienzo ha proseguito su una strada irriverente nella pura tradizione di Bart, Stefano Accorsi ha mescolato quella vena comica dimostrata in Santa Maradona con un’impostazione più drammatica, una commistione che lo ha reso uno degli attori più importanti e ricercati del panorama italiano. Odio formule e frasi fatte come film come questo non si fanno più, però è vero che film con la specificità e l’affetto che ha Santa Maradona verso quello spicchio di gioventù che vuole rappresentare non esistono più. Forse, però, se l’annuncio di Marco Ponti sul suo profilo Instagram (il titolo del film con sotto l’anno 2021) annuncia quello che immaginiamo, torneranno presto ad esistere.

di Giada Sartori