Con i cinema chiusi dal 25 ottobre e ancora poche certezze sulla loro riaperura fa un certo effetto pensare che ci sia stato un periodo in cui un film è riuscito a restare in sala per sei mesi. Successe dopo che, il 2 febbraio 2001, uscì L’ultimo Bacio. Fu un incredibile e folgorante successo, in Italia e all’estero, premiato da 5 David di Donatello, 3 Nastri dArgento, 3 Ciak d’Oro e dal Premio del Pubblico al Sundance Film Festival. Il riscontro internazionale fu tale che, nel 2006, negli Stati Uniti venne girato un remake del film, Last Kiss, diretto da Tony Goldwyn (attore dalla lunga carriera, ricordato soprattutto per il suo ruolo in Ghost, regista, oltre a questo, di altri 3 film) con Zach Braff (attore diventato celebre per il ruolo di J.D. nella serie Scrubs). Nel 2010, il regista Gabriele Muccino, chiamando nuovamente a raccolta gran parte del cast originario, tentò di bissare il successo (senza, però, riuscirci, con Baciami ancora), dove si andava a scandagliare come fossero cambiati i personaggi nel passaggio dai trenta ai quaranta anni.

Quest’anno L’ultimo bacio festeggia il suo ventennale. Un’intera generazione di spettatori, intanto, cresciuta conoscendolo come un film cult, a cui sono legati molteplici ricordi di un’esistenza ancora spensierata. Il pubblico più giovane che ha fatto in tempo a farselo raccontare e mostrare dai genitori. Ed una generazione di attori, divenuti tra i migliori e più rappresentativi del cinema italiano: Stefano Accorsi, Claudio Santamaria, Giorgio Pasotti, Pierfrancesco Favino, Giovanna Mezzogiorno, Sabrina Impacciatore, Marco Cocci. Nessuno di loro al primo ruolo in assoluto, ma, con le loro interpretazioni in L’ultimo bacio, tutti sicuramente alla prese con i loro ruoli più importanti. Quelli che hanno creato il vero lancio delle loro carriere.

Difficile trovare qualcuno che non lo abbia ancora visto (in caso contrario, è disponibile all’interno del catalogo Netflix) o che non ne conosca la trama. Carlo (Stefano Accorsi) e i suoi amici Adriano (Giorgio Pasotti), Paolo (Claudio Santamaria), Alberto (Marco Cocci) e Marco (Pierfrancesco Favino), giunti alla soglia dei trent’anni, si trovano a riflettere sulla loro vita e le loro scelte, sempre meno convinti di aver finora intrapreso le strade giuste. La loro crisi è la tipica sindrome di Peter Pan dell’uomo moderno: la paura di finire imbrigliati in schemi precostruiti (dal lavoro e dai doveri della famiglia), rischiando così di smarrire la propria natura o di ritrovarsi in una vita che non è quella che avevano sognato. Nel caso di Carlo, l’elemento scatenante arriva quando scopre che la sua fidanzata, Giulia (Giovanna Mezzogiorno) gli confessa di aspettare un bambino; mentre lui è sempre più attratto da Francesca (Martina Stella), una giovane appena maggiorenne. Paolo è alle prese con la recente morte del padre e sente l’ingombrante peso di dover prendere in mano le redini di tutta la sua famiglia. Adriano, papà da pochi mesi, è ormai in crisi da tempo con Livia (Sabrina Impacciatore) e medita di andarsene di casa. Alberto passa da una relazione all’altra, apparentemente senza rimpianti, ma alla ricerca di una stabilità che sembra essergli negata. Marco si è appena spostato, sembra il più posato del gruppo, ma è quello che si sente più ingabbiato di tutti. Nel mentre, la generazione precedente, incarnata dai genitori di Giulia (Stefania Sandrelli e Luigi Diberti) non sembra passarsela meglio: fintamente arresa, continua a sperare (illudersi) che qualcosa possa ancora cambiare. Insomma, il tipico plot a cui Gabriele Muccino ci ha abituati nei suoi film successivi, tranne che le ansie dei protagonisti sembrano crescere conseguentemente al crescere della loro età anagrafica.

Ma ridurre il tutto a questo non renderebbe merito né a L’ultimo bacio in sè, né ai motivi che ne hanno contraddistinto questi primi vent’anni di storia. Perché, se è vero che la sua trama è diventata cifra stilistica di tutta la cinematografia mucciniana, quando, in quell’ormai lontano 2001 il pubblico si riversò così numeroso fu perchè, per la prima volta dopo tanto tempo, venne quasi prepotentemente catapultato dentro lo schermo. Dopo l’era dei vitelloni anni ’60, quella dei viveur degli anni ’70 e ’80 e quella degli uomini e (anche se con rappresentanza minore) donne in carriera degli anni ’90, Carlo, Alberto, Paolo, Marco, Adriano, Giulia, Livia e anche Francesca erano personaggi perfetta rappresentazione del loro tempo. Trentenni spaventati. Giovani uomini e donne terrorizzati all’idea di dover crescere o di averlo fatto troppo presto. Incapaci di trovare non solo una strada che fosse per loro appagante, ma anche che permettesse loro di sopravvivere senza rimpianti. Ma anche – come perfettamente rappresentato da Martina Stella nel suo ruolo (probabilmente, il solo davvero credibile che abbia ricoperto nel corso di tutta la sua carriera) – giovani con una gran fretta di crescere e l’idea che la loro vita sarebbe stata tutta in discesa; prima di accorgersi che la salita sarebbe stata meno faticosa. In L’ultimo bacio, Gabriele Muccino ha avuto l’incredibile pregio di riuscire a portare sullo schermo (non senza fatica e grazie all’incredibile lungimiranza di Domenico Procacci e della Fandango) non solo una generazione di bravissimi attori, ma anche di rendere il suo film un vero e proprio + e manifesto di e per quei trentenni che, proprio allora, capirono di non dover più nascondere le proprie debolezze ed incertezze.

Nel farlo, ha offerto al cinema italiano la possibilità di vedere, con la semplice visione del film, come un regista debba e possa valorizzare ogni singolo giovane attore del proprio cast. Guidandolo innanzittutto. Ma comprendendone anche le doti. Financo se per farlo è necessario portarlo all’esasperazione. Il senso di profonda riconoscenza che ancora oggi, a vent’anni di distanza, tutti i membri del cast di L’ultimo bacio hanno nei confornti di Gabriele Muccino e il loro sentirsi da allora parte di un’unica famiglia (disfunzionale, come dichiarato da Claudio Santamaria durante una reunion social avvenuta per commemorare proprio il ventennale, ma molto unita) è il segno evidente della forza che questo film ha avuto sulle loro vite prima che nelle loro carriere. E il riuscire a poter percepire tutto questo uno dei motivi per i quali questo film deve continuare ad essere visto. Almeno per altri vent’anni.

di Joana Fresu de Azevedo