Quando accade qualcosa di brutto nella vita, sia che si tratti di un evento insignificante o di una tragedia capace di alterare la nostra esistenza, il primo istinto che abbiamo in quanto umani è di trovare un capro espiatorio: qualcosa o qualcuno su cui addossare tutta la colpa di quell’evento, affinché non ricada sui noi stessi. Un brutto voto? È colpa della maestra troppo severa. Un incidente? Non è mai una nostra svista, ma sempre dell’altro conducente coinvolto. È una scelta che potremmo definire semplicistica o addirittura a volte moralmente sbagliata, eppure ci aiuta ad affrontare, se possibile, con più leggerezza quell’evento. Scaricare la colpa su qualcuno o qualcosa significa soprattutto trovare una valvola di sfogo, un luogo dove poter concentrare tutta la propria per la propria rabbia, il proprio dolore e la propria tristezza.

Questo è quello che cerca Markus Hansen (Mads Mikkelsen), un veterano rientrato in patria per prendersi cura della figlia adolescente Mathilde (Andrea Heick Gadeberg) dopo che la madre Emma (Anne Brigitte Lind) è morta insieme ad altre dieci persone in un disastroso incidente ferroviario. Segnato dai traumi della guerra e ancora incapace di processare il lutto, si trova a chiudersi in se stesso, rifiutando gli aiuti psicologici propositi dall’ospedale. Pochi giorni dopo però davanti alla porta di casa si presentano due persone: i matematici Lennart Nielsen (Lars Brygmann) e Otto Hoffman (Nikolaj Lie Kaas). Quest’ultimo, uno dei miracolati sopravvissuti dell’incidente, è un matematico convinto che le coincidenze non esistano. Sa che tra i morti c’è Johan The Eagle Ulrichsen, membro della gang Riders of Justice che da lì a poco avrebbe testimoniato in un processo cruciale. Sa anche di aver visto qualcuno buttare un panino ancora intatto alla stazione e quel volto non vuole lasciare la sua mente. Quel semplice sospetto si trasforma, grazie a Markus, in una vera missione per vendicare Emma.

Riders of Justice, nuovo film del regista e sceneggiatore danese Anders Thomas Jensen, strizza l’occhio a quel filone action sul modello di Taken (il riferimento va soprattutto al primo capitolo della serie, dove il padre interpretato da Liam Neeson doveva salvare la figlia da pericolosi criminali), dando alla violenza (mai gratuita nel caso di Jensen) una giustificazione quasi affettiva. Riders of Justice vive in un certo senso di contraddizioni: nel caos, tra spari, indagini e false piste, cerca l’amore in ogni angolo, costruendo un improbabile famiglia che fa quasi da copertura al colpo, almeno agli occhi dell’ignara Mathilde. L’operazione di Jensen è molto attenta e punta a mescolare, come ha già dimostrato in passato di saper fare con Men & Chicken (2015), le atmosfere thriller con una commedia nera che richiama la scrittura di Martin McDonagh. Ad aiutarlo c’è uno dei suoi collaboratori frequenti, che rende Markus un personaggio estremamente controllato, mai guidato dalla cieca ferocia di altri suoi predecessori nell’action a tema revenge.

Quello che colpisce di più di Riders of Justice, presentato al Glasgow Film Festival dopo l’anteprima all’International Film Festival Rotterdam, è soprattutto la sua attenzione (non scontata, soprattutto in un action) alla dimensione più personale ed emotiva dei protagonisti. Jensen, come spiega Markus a un certo punto del film, non vuole illudere lo spettatore con false speranze su nuvole e piccoli angeli. Se usa toni duri e in alcune scene anche fastidiosi, lo fa per dipingere un’immagine reale di cosa significhi affrontare un lutto. Non esistono percorsi stabiliti e nemmeno è possibile abituarsi al male. Jensen con Riders of Justice desidera piuttosto celebrare nella sua imperfezione caotica la resilienza umana, riuscendo a trovare l’amore anche nell’atto di assemblare fucili.

di Giada Sartori