Il festival Seeyousound chiude la settima edizione con Lisbon Beat, un film documentario di Rita Maia e Vasco Viana, presentato in Rising Sound – Trans Global Express, sezione non competitiva che esplora le sonorità del continente africano unite a strumenti musicali differenti e nuove tecnologie.

Questo film dal ritmo pulsante, racconta le esplorazioni di alcuni produttori musicali di Lisbona, una città in cui risulta impossibile non creare un mix di culture, data l’alto numero di immigrati provenienti dall’Angola, da São Tomé, da Cabo Verde e dalla Guinea- Bissau. Gli artisti protagonisti del documentario hanno plasmato la nuova musica di Lisbona, che risuona a tutte le ore del giorno e della notte nei sobborghi della città. Grazie alla nascita dell’etichetta Príncipe Discos e di produttori come DJ Nigga Fox e DJ Marfox, si diffonde la Batida, uno stile di musica elettronica – nato negli anni ‘80 tra Angola e Luanda – tipicamente senza cantato, a basso costo, simile al grime del Regno Unito o alla trap sudamericana. Inizia così un percorso attraverso La Batida e i vari indirizzi artistici che comprende, come: il Kuduro, un altro stile di musica elettronica, nato anch’esso in Angola durante gli anni ‘80 e caratterizzato dal mix di campionamenti di ritmi calypso e soca, con l’aggiunta in un secondo tempo di sonorità della musica elettronica europea e nordamericana; la Kizomba, musica per balli di festa tipica dell’Angola; la Afro house, nata durante gli anni ‘90, soprattutto in Sudafrica e, infine, la Funaná, un genere musicale tipico di Capo Verde, nata con l’importazione da parte dei portoghesi della fisarmonica (strumento che sarà poi considerato sovversivo).

Una scena di Lisbon Beat

Se la musica è in continua evoluzione e alla ricerca di nuovi stimoli, le storie dei giovani musicisti sono, invece, spesso molto simili. La maggior parte di loro sono immigrati e raccontano la loro vita e i problemi di documenti, scadenze: il musicista Galissa – esperto di Kora, uno strumento suonato in Guinea-Bissau da più di 600 anni – ricorda di come venne malamente trattato al suo arrivo nel Paese. Alcuni ragazzi, invece, parlano della difficoltà di spostarsi in altri paesi per suonare, perché non possono avere il passaporto portoghese, pur essendo nati lì.

Il successo per molti di loro è stato qualcosa di inaspettato: non avrebbero mai pensato di riuscire a raggiungere la fama dalle baracche in cui vivevano. La loro voglia di riscatto e di esprimersi liberamente è percepibile in ogni momento del film, attraverso i loro sguardi e sorrisi, i concerti e le interviste. La creazione artistica gli ha permesso di intraprendere un percorso di crescita personale, di capire chi sono e chi vogliono essere, unendo le loro differenti culture e, quindi, facendo della musica la loro identità più vera.

di Alice Dozzo