Quando Gwenaël Breës ha inviato una lettera a Mark Hollis, frontman della band inglese Talk Talk, nella speranza di poter fare un documentario sull’album Spirit of Eden, di certo non si aspettava un rifiuto categorico firmato da un avvocato. Sotto nessuna circostanza il nostro cliente vuole partecipare o essere associato a questo progetto: chiunque davanti a queste parole si sarebbe fermato e avrebbe cestinato il proprio progetto anche solo in segno di rispetto, ma non Breës. Lui si era innamorato di quell’album quando ancora aveva 14 anni e in qualche modo non vedeva l’ora di sviscerarlo, alla ricerca del motivo dietro un cambiamento così radicale nel sound della band. Le implicazioni di quella lettera però erano molteplici: non avrebbe potuto usare nessuna canzone e eventuali clip di concerti, se inserite, dovevano essere completamente prive di sonoro.

Non è la prima volta che qualcuno decide di realizzare un film senza veri permessi da parte dei soggetti rappresentati: è stato il caso anche per Stardust, dove Gabriel Range provava a raccontare il primo viaggio di David Bowie negli Stati Uniti, ancora prima di diventare Ziggy Stardust. Non avendo ricevuto l’approvazione da parte della famiglia (persino lo stesso figlio di Bowie, Duncan Jones, scoprì del film quando venne annunciato il casting di Johnny Flynn), Stardust – oggetto di infinite e giuste polemiche da parte dei fan – non poté usare le canzoni di quel periodo, ripiegando così sulle cover proposte nei concerti. Il caso di In a silent way, presentato nella sezione Long Play Doc di SEEYOUSOUND, però infastidisce particolarmente perché se il film di Range aveva una storia da raccontare, quella di Breës è una ricerca insensata senza una meta.

Al centro di In a Silent Way ci dovrebbe essere appunto l’album Spirit of Eden dei Talk Talk, definito dalla stampa all’epoca come un suicidio commerciale per aversi staccato in modo così netto dal pop per cui il complesso inglese era conosciuto fino a quel momento. Potrebbe essere un argomento appassionante, ma il documentario non sembra esservi minimamente interessato. Nel colmare il vuoto di fonti, Breës intervista quasi per ripicca anche passanti che, quando sentono il nome della band, iniziano a parlare per sbaglio dei Toto.

In un certo senso In a silent way è una mancanza di rispetto. Hollis, in una mail del 15 settembre 2016 che viene letta nella sua interezza all’interno del documentario, ribadì e confermò un’altra volta la sua volontà affinché il film non fosse realizzato. Preferiva che la sua musica parlasse da sola, senza forzarla in un processo creativo preciso. L’indagine di Breës soffre irrimediabilmente di questa ostinazione finendo in innumerevoli vicoli ciechi come un detective senza indizi. L’ultimo smacco di In a silent way arriva all’inizio dei titoli di coda, quando il film viene dedicato alla memoria di Hollis morto nel febbraio del 2019 nonostante lui non volesse essere associato al prodotto in nessun modo.

di Giada Sartori