In tempo di pandemia, dura è la vita dei Cinecomics. Dovrebbero allietarci, prenderci per mano, rassicurarci, dirci che tutto andrà bene e, invece, proprio nel momento del bisogno, gli eroi, anzi i supereroi latitano, lasciando che i demoni e le sciagure da fine del mondo irrompano oltre la quarta parete. Nella finzione siamo abituati a questi momenti di lontananza o di auto-esilio dei nostri moderni e amati semidei – il prologo de Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno ricorda qualcosa? – ma, nella realtà, la chiusura delle sale e gli elevatissimi costi di produzione del genere più remunerativo degli ultimi due decenni hanno fortemente condizionato le major, privandoci del gusto dell’azione e il tatto della salvezza. Ed è in questo contesto che la travagliata storia dell’uscita di WW84 si rispecchia nel risultato finale di un’opera convulsa, figlia dei nostri convulsi giorni.

In Wonder Woman 1984 – questo per completezza e per andare al di là delle abbreviazioni così amatissime dalla generazione dei cinguettii – ritroviamo la premiata ditta Patty Jenkins e Gal Gadot che, quattro anni fa, tanto bene aveva fatto con Wonder Woman. Un successo più di pubblico che di critica, vero, ma un successo apripista per uno stand-alone tutto al femminile che riuscì a battere sul tempo, seppur di poco, l’acerrima rivale Marvel. Un successo che faceva ben sperare per il secondo capitolo, ma, come ci insegna Michele Salvemini, se il secondo album è sempre più difficile nella carriera di un artista, per un film lo è in misura maggiore.

WW84 inizia con un prologo mozzafiato da renderci fiduciosi per il proseguo della visione. Ci troviamo su Themyscira o Isola Paradiso, duemila o più anni fa. Hogwarts della J. K. Rowling e il Colosseo di Ridely Scott sembrano fondersi in queste prime sequenze delle Olimpiadi delle Amazzoni. Ritroviamo alcune nostre vecchie conoscenze: la regina Ippolita e la generale Antiope, rispettivamente e nuovamente interpretate da Connie Nielsen e Robin Wright. È uno dei momenti più alti dei 155 minuti del film, per pathos e compartecipazione, dove la piccola Diana apprende, sulla propria pelle, una duplice lezione: il coraggio di affrontare la verità e l’eroe non nasce dalla menzogna.

Rapido veloce. Washington DC, 1984. Diana non è più una bambina e, circa una settantina anni dopo averci salvato da Ares, ce la ritroviamo allo Smithsonian come esperta di antichità. Così sembrerebbe, se non fosse che sappiamo già dai precedenti 141 minuti e da diverse altre comparsate come le cose siano un tantino diverse (Clark Kent, dove sei?). Anche questa parte inizia sotto i migliori auspici. Poi, ormai prossimi a una tranquilla fase di crociera, il film inizia ad anticipare una sua brusca e improvvisa discesa.

Le premesse sono davvero buone. Di colpo l’ammaraggio che consegna ai presenti e ai posteri WW84 come un mancato capolavoro o, se preferiamo evitare di esagerare riferendoci in tal guisa a prodotti di questo genere (Joker, non sto dicendo a te!), una delle migliori opere finora partorite dall’Universo Cinematografico DC (DCEU).

Rapido veloce contrario. Il 1984 è un anno particolare. È l’anno del Grande Fratello orwelliano, dello spot dell’Apple, di Alba Rossa e dell’arrivo di Maradona a Napoli. Eventi veri o non che, per dirla alla Fassbender in Steve Jobs, hanno spostato l’asse terrestre. Il 1984 di WW84 è l’anno del consumismo sfrenato, delle tutine fluo, dei marsupi e, soprattutto, degli imbonitori televisivi. Proprio dalla TV nasce e cresce uno dei due supercattivi di turno, Maxwell Lord, un uomo d’affari ormai prossimo al fallimento, avente il bel faccione di Pedro Pascal per una volta ben più visibile, dopo le due stagioni da mascherato babysitter spaziale di Grogu. Un personaggio che ricorda molto un certo ciuffone arancione che, ironia della sorte, proprio in quegli anni, gettava le basi del suo impero e del suo dominio su un’intera nazione.

Pedro Pascal ruba la scena con un personaggio complesso e frastagliato che lo script ha saputo delineare fino al passaggio del nostro mandaloriano preferito al Lato Oscuro e alla contestuale trasmutazione in una sorta di Jafar, trasmutazione che toglie gran parte del divertimento, privandoci di una Dreamstone inanimata e contesa da mille mani. La Dreamstone ovvero la lampada magica di WW84. La comparsa di questo manufatto di origine divina cadenza il passo delle restanti due ore della pellicola. Ed è questa pietra dei desideri a innescare una serie di eventi minanti la struttura portante, come, primo tra tutti, il ritorno di Steve Trevor.

In questo secondo capitolo, Steve Trevor ha per Diana Prince lo stesso effetto che Peggy Carter ha per Steve Rogers. Evitando di dare sgradevoli anticipazioni, il ritorno dell’amato – e il modo in cui avviene questo ritorno – determina una più accentuata umanizzazione di Wonder Woman e le sue conseguenze.

Altro punto debole: Barbara Minerva, interpretata da Kristen Wiig. Dalla sua entrata in scena, la Selina Kyle dello Smithsonian ha un che di promettente e, come il personaggio interpretato da Michelle Pfeiffer nel secondo Batman di Tim Burton, il suo essere da sempre una vittima e un’invisibile della società – una società sempre più protesa all’edonismo e all’opulenza – ne inasprirà il carattere, conducendola a un’evoluzione che sia la sceneggiatura sia la CGI da 200 milioni di dollari inspiegabilmente appiattiscono, sviliscono. Ed è un peccato, soprattutto pensando a una particolare e piccola sequenza dal profondo e significativo messaggio femminista, sincronizzato più ai tempi odierni del #MeToo piuttosto che alla decade pop e cotonata per eccellenza, ma che avrebbe, in qualche modo, reso orgoglioso il padre di Wonder Woman, quel William Moulton Marston ben tratteggiato in Professor Marston and the Wonder Women.

Per concludere, nel vedere WW84 ci si sente un po’ disorientati e assordati. Oltre alla catastrofica sequela di errori e incongruenze che ormai differenziano (in negativo) il DCUE dal MCU, la pellicola è un crogiuolo di cose già viste. Se il citazionismo è la cifra stilistica di quel gran genio di Quentin Tarantino, nel nuovo capitolo di Wonder Woman risulta stonato, quasi esagerato seppur il suo intento sia involontario. Ci sono dei momenti in cui sembra di essere spettatori dell’eterna diatriba tra Professor X e Magneto con riferimenti visivi e narrativi di X-Men: Apocalypse (facili da individuare), come qualche eco di Thor: Ragnarok (basta e avanza la locandina), oltre a virate e viti nell’alto dei cieli fin troppo da Superman. Lo stesso Maxwell Lord, poi, dopo aver rubato la scena, inizia una lenta e lunga agonia verso la caricatura isterica, kitsch e megalomane di un villain degli anni ’80 (v. Gene Hackman e il suo Lex Luthor) e la povera Barbara si tramuterà in qualcosa di visivamente ben peggiore di quanto visto nella recente e bruttissima versione di Cats.

Sembrerebbe una stroncatura totale. Non lo è, data la presenza di alcuni passaggi e, in particolare, messaggi che sospingono verso l’alto ciò che resta di questa costosissima carlinga alla deriva, come l’intensissimo prologo, il cameo nel post-credits e la necessità di essere cauti nel desiderare, perché, molto spesso, ciò che aneliamo non è altro che frutto della menzogna, una menzogna destinata a non renderci mai eroi, ma solo epigoni della cupidigia e della malvagità. Ma sono solo infinitesimali gocce nell’oceano per un film che rimanda a data da destinarsi il ritorno dell’Amazzone e del suo Lazo della Verità.

di Eduardo Zorzetti