Il flamenco, la sua musica ed il suo immaginario sono sempre stati onorati dal cinema. Con poco sforzo. La sua estetica visuale, sonora e sentimentale sembra essere fatta apposta per le immagini, merito dalla perfezione di gesti infallibili inseparabili da accompagnamenti musicali e ritmici travolgenti, pur se scarni ed essenziali. Se la danza è sempre stata in primo piano per la sua arcana bellezza, la musica del flamenco in sé è apparsa più raramente come protagonista assoluta. È proprio questa la particolarità di Trance, un film documentario di Emilio Belmonte incentrato su Jorge Pardo, flautista e sassofonista spagnolo, protagonista di leggendarie stagioni di Flamenco Jazz Fusion a fianco di Paco de Lucia e di Chick Corea.
Dalla sua casa, e poi in giro per la Spagna e per il mondo, Jorge Pardo parla della sua esperienza di musicista, dei suoi incontri, del suo sogno di riunire a Madrid in un unico grande concerto tutte le varie anime e generazioni del flamenco attraverso i suoi interpreti. Lo vediamo in piccole comunità gitane, poi in locali jazz di nicchia, in vari festival in giro per la Spagna. Seguiamo i suoi dialoghi con altri interpreti, ciascuno portatore della propria idea di flamenco, le considerazioni sullo stato attuale e l’inevitabile rievocazione di colui che è stato il più grande di tutti, l’innovatore di questo genere: Paco de Lucia.

Tanti piccoli frammenti musicali aiutano a comporre un universo colorato: dal canto dei gitani, unico e inimitabile per emissione e timbro, alle improvvisazioni jazz sulle sezioni ritmiche del flamenco per arrivare all’avanguardia libera contemporanea. Lo stesso Pardo suona moltissimo, il sax e soprattutto il flauto riuscendo nel miracolo di rendere quest’ultimo strumento, il cui suono fluido tende a disperdersi naturalmente nell’aria con code e riverberi, adatto ai ritmi asciutti e incalzanti del flamenco.
Tutto il film si regge sull’equilibrio tra musica, immagini e racconto, perfettamente mantenuto in tutta la sua durata. Tutta la musica, eccellente, è eseguita dal vivo su strumenti acustici: chitarre, arpe, contrabbassi, pianoforti, violini, fiati, percussioni. Non c’è nulla di elettronico in questo universo governato dal ritmo ed estraneo alla monotonia, un sogno per le nostre orecchie sfinite di distorsori, auto-tune, echi, riverberi, algoritmi e software musicali che consentono a chiunque di fare musica (si fa per dire). Di questi tempi una rivoluzione dall’alto fondata sulla competenza, sulla sensibilità e sul talento.

di Daniela Goldoni