Ogni tanto capita che Sanremo scelga di inserire nella competizione alcuni artisti provenienti all’universo indie. Se per il pubblico più generalista son quasi sicuramente dei nomi sconosciuti, per i fan già affezionati quella possibilità per i loro beniamini li porta davanti a un bivio: da una parte si è felici per un possibile maggior successo, dall’altra si ha il timore che l’artista possa piegarsi alle logiche di mercato, snaturando la propria musica e la propria immagine per piacere di più.

Lo stesso insieme contrastante di emozioni viene vissuto in primis dagli artisti, che vedono il palcoscenico dell’Ariston come un nuovo trampolino di lancio, ma da usare con cautela. A volte arrivano a Sanremo con anni di carriera alle spalle, mille aspettative, hotel prenotati, interviste piene di entusiasmo e quindi la speranza cresce. Quell’avventure in certe occasioni dura molto poco: nel caso degli Eugenio in Via Di Gioia, band torinese arrivata al festival nella categoria Nuove Proposte nonostante 7 anni di carriera , durò esattamente 8 minuti. Scesero le scale del Teatro alle 21.45 per cantare la loro Tsunami e vennero eliminati alle 21.53 allo spareggio con Tecla. Decisero nonostante la sconfitta di restare a Sanremo e di rendere le strade il loro palcoscenico, cantando con fan, sconosciuti, vecchi e nuovi amici come son soliti fare.

La musica non basta, documentario di Mattia Temponi e Paolo Favaro presentato in anteprima assoluta al SEEYOUSOUND nella sezione Into the Groove, però non si interessa all’avventura sanremese degli Eugenio in Via Di Gioia ma al loro intero percorso. Nacquero nelle strade di Torino in primis come trio: proprio l’unione dei nomi di Eugenio Cesario, Emanuele Via e Paolo Di Gioia diede il nome alla band. A Lorenzo Federici, quarto membro incontrato a caso a Piccadilly mentre suonava il contrabasso, venne dedicato invece il titolo del primo album in studio, appunto Lorenzo Federici uscito nel 2014.

Se c’è una cosa che colpisce degli Eugenio in Via di Gioia è il rapporto con il pubblico: avendo come palcoscenico naturale la strada, i quattro ragazzi torinesi son abituati a stare non su un palcoscenico ma sullo stesso piano della gente per cantare tutti insieme con la chitarra alla mano. Spesso, quando la pandemia era ancora qualcosa di appartenente ai libri di storia nelle nostre menti, organizzavano ritrovi in piazze (tra le tante presenti nel documentario è riconoscibile anche Piazza Maggiore a Bologna) di persone felici con il cuore pieno di musica.

Per loro abituati a questa particolare dimensione della musica l’esperienza di Sanremo fu surreale. In La musica non basta dichiarano di essersi sentiti dei veri operai della musica in quel momento. Se adesso la commemorano con post ironici per celebrare il loro record in negativo di permanenza all’Ariston, è anche vero che quei giorni portarono anche la solidarietà di Adriano Celentano, triste per l’esclusione del loro pezzo.

La musica non basta è un documentario molto essenziale, che si giostra tra interviste, filmati di concerti e raduni, ma che proprio per questa semplicità riesce a trasmettere l’immenso amore degli Eugenio in Via Di Gioia per la musica e per il loro pubblico. Se è sicuramente più diretto verso fan già affezionati della band per la vicinanza e l’intimità della produzione, sarà difficile per chi ancora non li conosce non essere colpito dalle loro canzoni – sottofondo di molte scene – e dalla loro simpatia.

di Giada Sartori