L’estate del 1976 fu una delle più calde in assoluto per l’Inghilterra, ancor oggi seconda sola quella della del 1995. In quell’insieme di siccità, sole, incendi e mare nella rotazione ipnotica della radio si imponeva una delle più belle canzoni d’amore di tutti i tempi. You to me are everything, the sweetest song that I could sing: la dolcezza di quelle parole accompagnata da quel ritmo sognante a metà tra il soul e il funk sembrava pura “aria condizionata” in quell’estate. Si trattava di You to Me Are Everything, la prima vera hit dei The Real Thing, il primo gruppo inglese all-black.

Prima di essere The Real Thing nel vero senso dell’espressione però, dovettero fare molta fatica. Provenivano da Liverpool, culla naturale dei più grandi artisti inglesi per il suo melting pot di culture, stili musicali ed etnie. Quando Chris Amoo, Dave Smith, Kenny Davis e Ray Lake fondarono la band nel 1970, erano passati appena pochi mesi dal concerto d’addio dei Beatles. Se l’industria era alla ricerca di un nuovo fenomeno, davanti a quelli che allora erano ancora i Sophisticated Soul Brothers (prima di diventare The Real Thing passarono per il nome Vocal Perfection) si poneva un ostacolo impossibile da ignorare: il razzismo, sia del paese che della scena musicale in generale. Sfondare per una band black era praticamente impossibile, a prescindere dall’impegno. Non si poteva fare altro che pregare e non mollare mai.

Ci volle l’arrivo del manager Tony Hall, esperto nella black music, per portare The Real Thing sulla strada giusta, facendoli partecipare a Opportunity Knocks, l’equivalente del tempo di X-Factor. Poco dopo arrivò la collaborazione con i lyricists Ken Gold e Micky Denne, che regalò a quei quattro ragazzi di Liverpool You to Me Are Everything. Sarebbe semplice dire E il resto fu storia, ma il loro percorso non fu affatto facile e Everything: The Real Thing Story, documentario realizzato da Simon Sheridan per BBC4 e presentato al SEEYOUSOUND, si fa carico del difficile compito di raccontarlo.

In Everything: The Real Thing Story la storia è raccontata dai membri attuali della band (ai tempi delle riprese, visto che Eddie Amoo morì nel 2018 durante la produzione, ndR) – Dave Smith, Chris e Eddie Amoo – e da alcuni testimoni diretti della loro carriera, passando per manager, musicisti, deejay e fan. Se la vitalità e la passione che traspare dalle parole di ogni intervistato sono capaci di interessare e intrattenere lo spettatore, la regia di Sheridan non offre nessuna scelta creativa e quando prova a farlo, richiamando gli anni 70 con filtri seppia e finti televisori, cade nella peggior forzatura.

Il pregio del documentario è quello di porre l’accento su quanto l’etnia dei membri della band abbia influenzato la loro esperienza nell’industria. Ampio spazio è dedicato all’album del 1977 4 to 8, che sebbene non sia stato un successo commerciale, servì a The Real Thing per mettersi a nudo, raccontando il ghetto in Inghilterra. Forse la nota più triste di Everything: The Real Story è che la prima vera consacrazione del loro successo arrivi solo dopo quarant’anni di ininterrotta carriera.

di Giada Sartori