Victor Robertovič Coj (che, nella traslitterazione internazionale dal cirillico riventa Tsoy e da noi Tsoi) nacque, nel 1962 a Leningrado, da una famiglia umile, ma che cercò sempre di sostenere ed incentivare la sua passione per l’arte e la musica. Figlio del suo tempo prima che dei dettami dell’Unione Sovietica, il mito per Bruce Lee lo portò a plasmare quella che sarebbe stata la sua immagine pubblica, approfittando di una forte somiglianza fisica con l’attore e esperto di arti marziali americano. Con la moglie e il figlio visse una vita di forte povertà, in cui lavorava nella sala caldaie del proprio condominio per poter mantenere la famiglia. Senza però mai smettere di coltivare il suo sogno per la musica. Inizierà a realizzarlo quando, nei primi anni Ottanta, fonda la band dei Kino. I primi due album (45 e 46, intitolati così per via della loro durata – tenete a mente questi numeri), usciti tra il 1981 e il 1982, non ebbero un grande successo. Ma il nome della band iniziò a circolare come tra le più interessanti del nuovo panorama della musica rock sovietica. Il vero successo arriva però nel 1987, con l’uscita del loro sesto album, Gruppa Krovi, che generò nell’URSS il fenomeno delle Kinomania. Complice il nuovo clima politico e l’allentamento di alcune restrizioni imposte dall’Unione, l’album dei Kino era frutto di un rinnovato desiderio di libertà, con sonorità americane e testi che invitavano i giovani sovietici a prendere in mano le sorti del proprio paese, denunciando i problemi sociali che lo affliggevano. Da allora, la band fu chiamata ad esibirsi anche all’estero e, anche se senza un particolare successo di critica, suonarono anche in Italia, nel luglio 1988, durante il festival musicale pugliese Le Idi di Marzo. La parabola del successo internazionale dei Kino si interruppe bruscamente il 15 agosto 1990, quando Tsoi morì, a soli 28 anni, in un incidente stradale, con la sua macchina uscita devastata da un frontale con un bus avvenuto su una autostrada in Lituania. Quel giorno morirono i Kino. Ma nacque la leggenda di Tsoi, tuttora ricordato in alcuni ambienti russi e in moltissime strade di Leningrado come il mito che ha fatto da colonna sonora al paese verso la libertà.

Dall’incidente avvenuto in una Lettonia democratica da appena tre mesi e nella volontà di raccontare l’ultimo viaggio del cantante prima del suo funerale parte l’idea dietro a Tsoi, produzione lituano-russa diretta da Alexey Uchitel e presentata, in anteprima italiana, al 7° Seeyousound International Film Festival per la sezione LP Feature. Un biopic, in cui, sin da subito, il regista ci mostra la sua volontà di andare oltre la mera biografia di Tsoi, andando a mostrarlo non per ciò che è stato, ma per ciò che è diventato dopo quel tragico incidente mortale: un mito, un simbolo di una nuova generazione che non ha più paura di guardare all’Occidente, ma vuole trovare la propria via per cambiare l’Unione Sovietica. E lo fa ispirandosi alla voce di Tsoi e ai testi delle canzoni dei Kino. Rendendoli immortali. Per tutta la durata del film vediamo il protagonista solo attraverso immagini, filmiche e fotografiche, di repertorio. Quasi non ne sentiamo la sua musica, se non, appunto di rimando, attraverso qualche veloce immagine alla tv o sullo schermo di un cinema lituano, mentre il suo volto appare in una simbolica gigantografia, tenuta dai suoi fan che a migliaia invadono il cimitero durante il suo funerale o sotto le mentite spoglie di un suo sosia, che appare, quasi come un fantasma, durante diverse scene del film.

Ma Tsoi è anche un atipico road movie, che trova il suo fulcro narrativo nella paradossale situazione in cui viene messo Pavel, l’autista protagonista del mortale frontale con Tsoi, costretto dalla polizia lituana a riportare la bara del cantante a Leningrado, fungendo anche da anomalo carro funebre per riportare nella città sovietica anche l’ex moglie, accompagnata dal figlio e dal suo nuovo compagno, insieme alla nuova compagna di Viktor, al suo impresario e a una grupie fotografa che non riesce a superare il trauma della scomparsa del suo idolo. Un viaggio durante il quale i passeggeri non conoscono la vera identità di chi li sta trasportando e che servirà a tutti, tra silenzi interrotti da furiose liti, momenti di delirio dei propri fan e un giallo, dato dalla scomparsa di una cassetta, marchiata come 47 e contenente il demo degli ultimi brani inediti incisi da Tsoi prima di morire. Il film ha un ritmo narrativo altalenante, ma sempre funzionale all’intento di dare respiro all’elaborazione del lutto di chi cerca di comprendere come dividersi la sua eredità, cercando di comprendere come evitare di farlo diventare un semplice anedotto. La storia (della musica sovietica) ci ha insegnato che Tsoi non è stato dimenticato, ma è diventato immortale nel ricordo di ciò che ha rappresentato per i giovani sovietivi. Il film, invece, ci ricorda che il mito vive aldilà dei segreti che lascia dietro di sé.

di Joana Fresu de Azevedo