La rassegna di video musicali presentata dal Seeyousound International Film Festival nella sezione Soundies fa riflettere sullo stato delle relazioni tra accesso alle fonti tecnologiche ed espressione artistica. Detto banalmente: la tecnologia fai da te ha massacrato la musica ma ha espanso le potenzialità espressive delle arti visive. Se l’offerta musicale proposta dalle 20 clip è desolante, con la sola eccezione del rap, l’unico genere in grado di descrivere qualche realtà, la parte visiva è invece spesso molto stimolante.

Volendo proprio partire dal rap, tutti e cinque i video presenti in rassegna sono molto interessanti. Due vengono dall’universo dell’ex Unione sovietica, il cui apparato iconografico ha sempre un fascino innegabile. Sia Miyagi & Andy Panda con Yamakasi, un video da 14.000.000 di visualizzazioni, che Fardi con CHΓ si muovono nei bassifondi dei casermoni di regime, nell’estetica delle educazioni siberiane, nelle casbe, nel sottobosco di nuove malavite, tra armi clandestine e tatuaggi estremi. Mentre la lingua russa (Yamakasi), benché rappata, suona dolce in contrasto alla rudezza delle immagini, la lingua azera di ceppo turco (Fardi CHΓ) è molto più secca e assertiva, in perfetta sintonia con la parte visuale, una sequenza serrata di immagini forti. Il rap napoletano di J Lord, Sixteen, si accompagna a uno stile di classico realismo tra colore/non colore e bianco e nero, mentre lo spagnolo Complicaciò di SPXXN P, è un trionfo di colori pastello per descrivere i rapporti complicati tra una madre perfetta e un figlio giocattolo, con delicati omaggi al surrealismo e, naturalmente, a Pedro Almodovar. Si muove su due fronti musicali, il rap e una generica ambient music, Take Care in Your Dreaming del gruppo australiano The Avalanches. Su uno sfondo mutevole di paesaggi idilliaci (lato ambient) si inseriscono, come in una lunga sequenza di copertine di LP animate, fotogrammi destabilizzanti a ritmo stringente, a tempo con il rap. Questo è anche uno dei brani più strutturati dal punto di vista musicale e riesce nell’intento, non si sa quanto voluto, di minimizzare l’universo ambient-new age.

Un secondo filone visivo, appoggiato a indefinibili generi che gravitano nel sottobosco della musica fatta in casa, cavalca un’estetica basata sul muco, le frattaglie, le interiora, il pus, fino allo sdoganamento della colonscopia in Duck Sauce, un video di animazione molto intelligente, perfettamente in sincro con una tecno demenziale per la sua pochezza, commentata da schermate tirate via da siti pirata, porno, paginate di link, istruzioni per l’uso, l’apoteosi della miseria digitale in cui si muovono personaggi stolidi seguaci della teoria del complotto. Su questa linea si muove anche Active Child con Color Me, del regista danese Martin de Thuram, un omaggio alla putrefazione tra i mostri. Altri due mostri si amano in Long Road Home di Oneothrix Point Never, un film di animazione coacervo di riferimenti culturali tendenzialmente alti, pregevole per l’aderenza delle immagini alla musica con un esito molto elegante. Una clip, basata su I Feel Better dei Novo Amor, canzonetta basata sul giro di do, si ispira all’estetica emaciata del guccismo mentre Easy, del gruppo islandese aYia, accosta i ricchi belli di Guadagnino al monolite di Kubrick. L’apoteosi del fastidio è raggiunta da Dansingas dei Solo Ansamblis in una degenerazione dei Kraftwerk rimpolpata con minimalismo baltico, naturalmente in bianco e nero.

di Daniela Goldoni