Quando i 182 milioni di spettatori dell’Eurovision 2019 videro per la prima volta la band e collettivo islandese Hatari, rimasero a dir poco sconvolti. La manifestazione mostrava abitualmente personaggi ai limiti del surreale, ma sempre affini a un gusto che potremmo definire trash. Gli Hatari, ricoperti di pelle nera e attraverso un’estetica che strizzava l’occhio al bondage, invece presentavano Hatrið mun sigra, letteralmente L’odio prevarrà, un pezzo di industrial techno duro, quasi tutto urlato. Se da un lato grazie a una personalità così forte potevano emergere facilmente nella competizione, dall’altro gli Hatari avevano ben altri obiettivi. L’Eurovision ha la tradizione di essere ospitato dal paese vincitore dell’anno precedente e visto il trionfo dell’israeliana Netta con Toy nel 2018, l’edizione 2019 si svolse all’Expo di Tel Aviv. Le strade possibili per gli Hatari erano due: boicottare la manifestazione in segno di solidarietà con la popolazione palestinese o partecipare e portare avanti la propria protesta.

A Song Called Hate, documentario realizzato da Anna Hildur per la rete televisiva islandese RUV e adesso in programmazione a SEEYOUSOUND nella categoria LP Doc, nasce proprio con l’idea di raccontare questo conflitto interiore alla band. Gli Hatari si presentano fin da subito come un’operazione quasi più politica che musicale. Se in adolescenza la loro rabbia poteva essere intesa come semplice desiderio di ribellione, adesso si tratta di vera indignazione. Di qui deriva la decisione di usare il palcoscenico per raccontare i problemi della società che vivono. Prima di arrivare all’esperienza dell’Eurovision, Anna Hildur prova ad offrirci uno spiraglio nella quotidianità degli Hatari. Parte dai due cugini e membri fondatori, Klemens Hannigan e Matthias Haraldsson, per parlare della loro naturale intesa e anche della natura dapprima giocosa dell’esperienza.

La domanda che A Song Called Hate sembra porsi scaturisce da un’osservazione simile fatta un critico verso l’inizio del documentario, secondo il quale tutta l’arte è, in un certo senso, uno scherzo durato troppo a lungo. Guardati dall’esterno gli Hatari sembrano un’operazione studiata per sconvolgere: si definiscono quasi con arroganza una band anticapitalista in una società capitalista, pur non indicando mai uno sforzo vero per sovvertire questa condizione. In un primo luogo il loro attivismo appare come superficiale e performativo, relegato all’ambito delle parole. Quando però la telecamera di Hildur accompagna la band in Israele, la missione professata dagli Hatari prende una piega più concreta. Dopo una visita all’Hebron District e conversazioni con artisti palestinesi e israeliani, la band cerca la strada per portare la protesta davanti agli occhi di quasi 200 milioni di persone.

A Song Called Hate assomiglia quasi di più a un thriller che a un vero documentario: le voci della band e di alcune personalità esterne ad essa guidano il pubblico in una rete di scelte, dove non esistono risposte giuste o sbagliate, ma solo la consapevolezza delle proprie responsabilità in quanto persone con una piattaforma. L’Eurovision si professa come un evento apolitico, ma in un mondo in cui tutto è politica, come ci si può considerare tali? L’operazione degli Hatari, catturato dalla telecamera di Hildur, potrà sembrare ingenua e istintiva, però è un segnale di coraggio e forza. In un mondo in cui spesso le celebrità non danno voce alle proprie opinioni per essere amati da tutti, la band islandese dovrebbe essere d’esempio.