Quando si vede un film e se ne apprezza la bellezza della fotografia, che spesso è quella che salva un’opera per l’impatto visivo delle immagini sullo spettatore, è giusto sapere che essa è dovuta al Direttore della fotografia che spesso, ma non sempre, la concorda con il regista. É il caso di Peppino, come era conosciuto nel mondo del cinema anche se all’anagrafe risulta Giuseppe, Rotunno, scomparso a 97 anni. Il cui contributo ai film di Visconti e di Fellini è di grande rilevanza perché oltre alle conoscenze tecniche ha espresso una grande creatività nell’interpretare le intenzioni del regista. Con Visconti viene ricordata la sua collaborazione al film Senso (1954) in cui realizzò la sequenza finale  relativa alla fucilazione di Franz, il disertore austriaco per amore di Livia Serpieri (una splendida Alida Valli) girata di notte, alla luce delle fiaccole, a Castel Sant’Angelo di Roma: un colore fosco, ricco di spessore. Sperimenta il bianco e nero poi in un altro film di Luchino Visconti, Le notti bianche (1957) dove crea un’atmosfera in equilibrio tra realtà e fantasia ed in cui  per simulare la nebbia usa , alternando due tipi di pellicola, grandi veli appesi al soffitto del teatro di posa. Con Visconti gira anche Rocco e i suoi fratelli (1960) dove usa la sottoesposizione per dare granulosità, veridicità e drammaticità alle facce dei protagonisti in un racconto naturalistico  con protagonista una famiglia di emigrati a Milano. Per Visconti gira anche Lo straniero (1967), tratto dall’omonimo romanzo di Marcel Camus ambientato nell’Algeri del 1935  in cui riesce a rendere affascinante quel realismo onirico impresso dal regista per raccontare la silenziosa rivolta del protagonista (Marcello Mastroianni) contro l’inumanità dell’uomo. Ma anche l’episodio Il lavoro del film a otto mani (anche quelle di Fellini, De Sica e Monicelli) Boccaccio ‘70 (1962). Ma memorabile rimane anche  quel grande affresco della nobiltà siciliana ottocentesca del film Il Gattopardo (1963), dove spicca la scena del ballo del famoso valzer di Verdi.

Per il geniale e fantasioso Federico Fellini diverse sono le sperimentazioni attuate da Peppino Rotunno. A partire dall’episodio Toby Dammit del film Tre passi nel delirio (1968) fino a E la nave va (1983) passando per il Fellini Satyricon (1969) e Roma (1972), la continuazione del sodalizio con il regista riminese con Amarcord (1976) e Il Casanova (1976) ai quali sono da aggiungere Prova d’orchestra (1979) e La città delle donne (1980): un sodalizio espresso in ben 8 film, dando vita alla geniale visionarietà  del grande Maestro.

Una grande intesa con in registi forte delle sue convinzioni che al momento del set bisogna abbandonare la tecnica per cercare di capire lo stato d’animo del regista attraverso le parole, magari solo sguardi o segni e cercare la necessità delle atmosfere, differenziando stanza in stanza, ambiente in ambiente, di stagione in stagione e anno in anno, secondo epoche ed esigenze. Cercare di penetrare dentro l’animo del regista per riuscire ad esprimere una segreta emozione, creando così un ponte tra schermo e pubblico.

Principi che lo hanno fatto diventare uno dei maggiori direttori della fotografia del cinema di tutti i tempi. Era uno che non si dava per niente l’aria del divo, che operava secondo le figure del grande artigiano dando la giusta impronta al film e rendendolo grande. Importanti anche le sue collaborazioni con registi come Mario Monicelli per cui gira La grande guerra (1959) e I compagni (1963), Valerio Zurlini Cronaca familiare (1962), Vittorio De Sica I girasoli (1970), Lina Wertmuller Film d’amore e d’anarchia(1973), tanto per citare i più noti.

La sua collaborazione è stata richiesta anche da registi stranieri. Tanti , tra cui non possono non essere ricordati Stanley Kramer con cui gira L’ultima spiaggia (1959), John Huston (La Bibbia, 1963), Stanley Kramer (Il segreto di Santa Vittoria, 1969), Mike Nichols (Conoscenza carnale, 1971; A proposito di Henry, 1991; Wolf – La belva è fuori, 1994), Terry Gilliam (Le avventure del barone di Munchausen, 1989), Bob Fosse (All That Jazz – Lo spettacolo continua, 1979).

Una carriera dotata di una sessantina di film premiata con 7 Nastri d’Argento, 3 David di Donatello , una nomination ma anche un premio Bafta per il film di Bob Fosse All The Jazz per il quale aveva avuto una Nomination all’Oscar. Due riconoscimenti che gli hanno dato molta soddisfazione: É stato come realizzare un sogno della mia vita – ebbe a dichiarare – Amavo il lavoro di Bob Fosse, era come lavorare con cinque registi insieme ma senza doverci discutere.  

di Paolo Micalizzi