Quando i cinema erano ancora aperti, avevo l’abitudine di cercare delle vere e proprie sorprese. Sceglievo film di cui sapevo poco e nulla ed entravo in sala senza preconcetto alcuno, pronta – nel migliore dei casi – a godermi quello spettacolo. È quello che feci il 7 giugno 2018 in un caldissimo pomeriggio bolognese: decisi di fuggire da una lezione per nascondermi nella sala D del Cinema Odeon. Il film in programmazione era Tito e gli Alieni di Paola Randi, passato qualche mese prima al Torino Film Festival. Mi incuriosiva la presenza di Valerio Mastandrea e di Clémence Poésy nel cast, ma il resto mi era quasi del tutto oscuro, soprattutto per quanto riguardava la componente aliena del titolo. Se riguardo l’archivio di Instagram, quel difficile posto dedicato a riunire tutte le nostre storie del passato, trovo uno scatto del biglietto del cinema con sopra aggiunto andate a vederlo. Mi ricordo di averlo postato su una panchina di via Mascarella, mentre cercavo di riprendermi ancora dal finale del film. In quel momento sapevo di aver visto qualcosa di speciale, ma non sapevo che Tito e gli alieni si sarebbe presto trasformato in uno dei miei film preferiti di sempre, uno di quelli che vorresti solo per te, ma che al tempo stesso condivideresti con il mondo intero.

Tito e gli alieni potrebbe essere facilmente descrivibile come una commedia a tratti surreale, un prodotto atipico per il cinema italiano e/o un film per famiglie. Le categorizzazioni potrebbero essere molteplici, ma sarebbero quasi tutte riduttive. Tito e gli alieni è soprattutto una storia di vita nonostante la morte e di fiducia nella speranza. Ogni personaggio, creato dalla sceneggiatura della stessa Randi in collaborazione con Massimo Gaudioso e Laura Lamanda, vive su quella sottile linea tra la gioia di essere vivo e il dolore per chi non lo è più, ma la narrazione non cade mai nel dramma e seguendo toni che solitamente potremmo associare al cinema indie americano, sceglie la strada più ottimista per guardare al futuro.

Una volta ebbi la fortuna di vedere Valerio Mastandrea a un evento in Cineteca e quando gli feci i complimenti per il film, mi rispose Almeno qualcuno che l’ha visto. Per questo motivo (anche se vi invito a recupare il film al più presto, anche perché disponibile gratuitamente su Raiplay), mi concedo alcune note sulla trama del film. Fidel Biondi (Gianfelice Imparato) sta per morire e decide di affidare i suoi due bambini, Anita (Chiara Stella Riccio) e Tito (Luca Esposito) al fratello, uno scienziato che da anni lavora sui margini dell’area 51. Tito Biondi (Valerio Mastandrea), che per comodità chiameremo Professore, non è esattamente la persona che i nipoti si aspettavano. Abita distante dal mondo su un camper parcheggiato in una zolla di deserto e il suo unico contatto con l’esterno è Stella (Clémence Poésy), una donna solare che all’attività di wedding planner per turisti affamati di alieni, affianca quella di tuttofare per lo scienziato. L’uomo sta seguendo un progetto per il governo americano o almeno così dovrebbe essere: gli ultimi risultati concreti risalgono a sei anni prima e ogni giorno arriva un nuovo funzionario a minacciarlo se non otterrà qualcosa in fretta. L’ingresso di Tito e Anita nella sua vita porta il Professore a rivalutare l’importanza del suo lavoro, arrivando anche a conseguenze inaspettate.

Il film rappresenta la seconda collaborazione tra Paola Randi e Valerio Mastandrea, dopo il cortometraggio del 2003 Giulietta nella spazzatura. A colpire l’attore romano non fu tanto la parte fantascientifica, con cui ha dichiarato in un’intervista a Repubblica di non andare molto d’accordo, ma piuttosto la componente più istintivamente poetica e a tratti magica della sceneggiatura. Se dovessimo descrivere il personaggio del Professore come un archetipo, sarebbe al contempo Mentore e Eroe: dovrebbe dare delle lezioni di vita ai nipoti, ma allo stesso tempo si trova da imparare lui da loro. La prima volta che il pubblico lo vede è sdraiato su una poltrona color petrolio in una tuta protettiva bianca, impegnato ad ascoltare i suoni dell’universo. Il Professore è in un momento di stasi completa che dura ormai sei anni, quando la moglie ha perso la vita. Da allora ha provato a cercarla in ogni angolo di universo, anche grazie a una macchina a lei dedicata, L.I.N.D.A. (Large-Scale Interstellar New Decoding). Aggrappandosi a questa effimera possibilità, l’uomo si è impedito categoricamente di andare avanti e di immaginare un futuro.

Si tratta di un personaggio costruito sulla malinconia, tradizionalmente associata alla persona di Mastandrea, ma possiede un calore che emerge quasi sottotraccia in ogni scena. Appena sente la notizia dell’arrivo dei nipoti, vediamo il Professore in piedi nel deserto a capire come rompere il ghiaccio con i propri nipoti. In aeroporto Stella sventola un cartello con su scritto a lettere cubitali ZIO per presentarlo. In Tito Biondi ci sono i germogli di una possibile rinascita, incentivata anche dall’arrivo di quelle che l’attore definisce due mosche: profondamente fastidiose, ma anche necessarie per svegliarsi da quel torpore e ricominciare. Tito e gli alieni, film tristemente ignorato dai più ma che meriterebbe di essere visto e amato di più, nasconde tra i suoi alieni la migliore interpretazione di un attore che per quanto stimato in Italia, dovremmo sempre amare di più, non solo per il suo talento, ma anche per l’umanità che mette in ogni aspetto della sua arte.

di Giada Sartori