L’ uomo mortale, Leucò, non ha che questo d’ immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia.

Cesare Pavese

Pupi Avati si affida a uno degli ultimi messaggi lasciati da Cesare Pavese prima del suicidio e di essere ritrovato esanime nel suo appartamento torinese. Il ricordo. Il senso, profondo, catartico, dell’importanza di ricordare ed essere ricordati. Questo il pensiero che permea tutto il fulcro narrativo di Lei mi parla ancora, il nuovo film di Pupi Avati, da oggi direttamente in streaming, disponibile in anteprima esclusiva su Sky (prima messa in onda alle 21.15), già disponibile nella sezione on demand e nel catalogo Now TV.

L’esigenza di ricordare. La paura non solo di dimenticare, ma, soprattutto, di essere dimenticati. Tematiche che, nei suoi ultimi lavori, stanno ricorrendo spesso nella recente cinematografia di Pupi Avati e che riflettono l’immagine di un regista che, nonostante continui a non essere abbandonato dalla sua irriverente ironia e voglia di raccontare storie – anche molto diverse tra loro, si pensi al ritorno all’horror con il Fratello Diavolo del 2019 – inizia a palesare il suo sentire il peso di un’anagrafe e di un contesto che lo sta rendendo sempre più passato. Nella società come nel cinema. Questo voler sublimare la potenza del ricordo rispetto alla frenesia del vivere unicamente il presente sembra trovare un alleato perfetto nel romanzo omonimo Lei mi parla ancora – Memorie edite e inedite di un farmacista, in cui il novantattrenne Giuseppe Sgarbi (padre del critico e storico dell’arte, Vittorio, e della scrittrice e regista Elisabetta), dopo la perdita dell’adorata moglie Caterina (che continuerà, fino alla morte, a chiamare affettuosamente La Rina), viene convinto a cercare di superare il dolore mettendo nero su bianco i ricordi dei 65 anni del loro matrimonio. Un modo per Giuseppe di tenersi occupato e di continuare a sentire la compianta consorte al suo fianco. Ma anche per Pupi Avati per dare il suo messaggio sull’amore, indirizzandolo soprattutto alle nuove generazioni: come per Giuseppe e Caterina durante i loro 65 anni di matrimonio o per il regista e sua moglie nei 55 che li uniscono ancora, sono l’amore e la capacità di continuare ad amarsi a rendere immortali.

Intento onorevole quello dietro a Lei mi parla ancora. Non solo nel suo puntare a sublimare l’intenso significato dato alla parola amore dal regista, che lo eleva a scelta narrativa in questo film e che ha sempre cercato di rappresentare nella sua cinematografia. Ma anche per il suo presentarsi come elemento di enorme contrapposizione tra due generazioni: quella del passato, rappresentato, appunto dal protagonista Nino, che parla per conto di Avati stesso, che crede nel sacrificio in amore per poter puntare a quella immortalità dei sentimenti cui spesso nell’arco del film si fa riferimento; quella del presente, impersonificata da Amicangelo, lo scrittore chiamato a raccogliere le memorie di Nino e a diventarne il ghostwriter, incapace di comprendere l’amore in generale e il vissuto del protagonista con Caterina per il suo essere un uomo divorziato e che, quindi, non ha avuto tenacia e fiducia nella sua relazione. Avati, tra attori protagonisti e coprotagonisti, ma anche mediante l’uso di sapienti camei, ricorre ad un cast eccezionale di grandi nomi. Se a fare quasi scalpore la scelta di affidare un ruolo così drammatico come quello di Nino a Renato Pozzetto, appare più a suo agio (anche per averla interpretata già più volte) Stefania Sandrelli nei panni della Caterina matura. I due sembrano in sintonia tra loro sul set. Ma resta l’idea che nessuno dei due riesca davvero ad entrare nei personaggi a loro affidati. Se lo spettatore si approccia al film anche con e per l’interesse di vedere Renato Pozzetto in un ruolo così diverso rispetto a quelli che ne hanno caratterizzato la lunghissima carriera, si potrà trovare deluso e spiazzato nel vederlo quasi completamente fuori contesto, incapace di dare una qualsivoglia potenza interpretativa nemmeno nei momenti più topici della narrazione. Della Sandrelli abbiamo apprezzato il suo mostrarsi spesso sorridente, così come ci immaginiamo fosse la Caterina Sgarbi di cui apprendiamo sia dal film che dal romanzo del marito; meno i gridolini esasperati e i respiri affannosi che cercano, inutilmente, di dare pathos alla sua interpretazione.

Troviamo anche uno spaesato Fabrizio Gifuni nei panni del ghostwriter, incapace di comprendere davvero Nino (sono riuscito a diventare chiunque scrivendo, ma non riesco a diventare lei – dice a Nino in una delle innumerevoli – anche troppo – ripetute) in cui sembra voler rinunciare al lavoro che gli è stato commissionato. L’attore è quello che, nel complesso ruolo del solo personaggio di assoluta finzione rispetto al romanzo, offre l’interpretazione più convincente con il suo cercare una via tra il comprendere un concetto di amore che non gli appartiene e cercare comunque di tenere in piedi la sua complessa esistenza in equilibrio tra una nuova relazione e la necessità di garantirsi un rapporto con la ex per amore della figlia.

Va meglio guardando a Isabella Ragonese (La Rina giovane, avvolta, anche a livello di fotografia, quasi da un’aurea mistica che ben ne rappresenta l’ideologizzazione) e al sempre bravissimo Lino Musella. Due giovani attori che riescono pienamente nella sfida di farsi portavoce di un amore dalle dinamiche antiche e passate, così lontane dal loro tempo e modo di essere. Ottima anche l’interpretazione di Nicola Nocella, nei panni del tuttofare Gino, che forse risulta il più adeguatamente inserito nel contesto drammatico della narrazione. Lo stesso succede ad Alessandro Haber, chiamato a dare il volto a Bruno, cognato di Nino, che torna dall’orto dei morti per avvertire in sogno l’amico della scomparsa della moglie. Spiace, invece, per Serena Grandi, inadeguata a ricoprire il ruolo (fastidioso ma necessario per comprendere come e quanto Nino abbia sempre vissuto una sorta di senso di inferiorità e vergogna nel portare Caterina da una famiglia medio-borghese cittadina nel suo contesto familiare, rurale e provinciale) della madre di Nino, donna che da subito si pone in competizione sentimentale con la moglie dell’adorato unico figlio maschio.

Lei mi parla ancora finisce così per diventare un antico meló, che non riesce, nonostante il ricorrere a nomi di spicco per comporre il cast, a risultare più di un film da una narrazione che cerca di tenersi aggrappata ad un passato. E che non riesce a coinvolgere lo spettatore. Se non nel suo cercare un mondo vintage, sia a livello di immaginario che di richiamo storico. Che non esiste più.

di Joana Fresu de Azevedo