È passata la mezzanotte quando Malcolm (John David Washington) e Marie (Zendaya) tornano a casa, dopo la première dell’ultimo film di lui. Le recensioni devono ancora arrivare, ma i primi pareri, mormorati sotto voce dai critici bianchi che avevano criticato il suo precedente exploit registico, sembrano stavolta celebrarlo, sottolineando la sua autenticità e il suo impegno sociale. Lui si reca in cucina e inizia a ballare su un vecchio successo di James Brown, ma lei si ritira subito in bagno, sperando che la musica copra le parole a vanvera del fidanzato. Quando lo raggiunge per preparare da mangiare, la donna non sembra partecipare alla sua gioia. Non accetta difatti che quella sera, dopo un film espressamente rubato alla sua esperienza personale, lui non l’abbia nemmeno menzionata nel suo discorso di ringraziamento. Basta quella semplice osservazione da parte di Marie per far esplodere la tensione tra di loro, riportando a galla i numerosi problemi della loro relazione.

Questo è nella sua essenza Malcolm & Marie, uno tra i primi lungometraggi ad essere prodotti completamente durante la pandemia e ora disponibile su Netflix. Se dai materiali promozionali poteva apparire come un semplice dramma da camera sulla (probabile) fine di una coppia, il film si rivela essere in realtà un semplice veicolo, estetizzato da un inspiegabile bianco e nero, per le idee del regista e sceneggiatore, Sam Levinson (adesso conosciuto ai più come il creatore del successo di HBO Euphoria).

Contesto: l’uomo in questione, figlio del celebre Barry Levinson (premio Oscar per Rain Man nel 1989), presentò al Sundance Film Festival del 2018 il suo secondo lungometraggio, Assassination Nation. Si trattava di una moderna caccia alle streghe con vittime e carnefici quattro teenager in cerca di vendetta, evidentemente scritte da qualcuno che possiede una visione distorta e sfalsata di quell’universo. A confondere la critica fu soprattutto però la rilettura del concetto di girl power operata dalla sceneggiatura di Levinson. Katie Walsh sulle pagine di LA Times definiva imbarazzante il suo feminist commentary, presentato sullo schermo attraverso due ore di violenza sessualizzata che desideravano fornire una lezione (condiscendente) su come le donne vengono condizionate e maltrattate dalla società odierna.

Levinson uscì frustrato da quello che lui riteneva un fallimento (nonostante il film possieda tutt’ora un’approvazione del 74% su Rotten Tomatoes): Levinson pensava con Assassination Nation di aver scritto un nuovo cult per la generazione Y, un’opera pop ma anche politica, e non accolse di buon grado quelle risposte della critica. Poco dopo arrivarono Euphoria e il vero successo, ma quel flop continuava a farsi sentire. Tutto questo odio verso un mondo cinematografico, il cui unico obiettivo ai suoi occhi era quello di estraniarlo, trova il suo spazio in Malcolm & Marie.

Malcolm Elliot non è altri che un esplicitato alter-ego del regista, che più volte nel corso dei lunghi ed esasperanti dialoghi, si lamenta di critici non nominati ma facilmente identificabili. La white lady del LA Times è la stessa Walsh, mentre il white guy di IndieWire David Ehrlich: tutte persone che a loro tempo avevano aspramente criticato Assassination Nation. L’operazione fatta da Sam Levinson è però estremamente subdola, visto che usa il colore della pelle del suo protagonista come arma. Lui, da uomo bianco, fa veicolare le sue lamentele da un attore nero, John David Washington. Attraverso questa ricontestualizzazione le parole della critica assumono così una matrice razzista spingendo su una comprensione parziale di quello che semplicisticamente potremmo definire black cinema, ristretta a un minuscolo corpus di autori (all’inizio Malcolm si lamenta di essere stato paragonato a Barry Jenkins, Spike Lee e John Singleton).

Malcolm & Marie è una valvola di sfogo, dove Levinson cerca a tutti i costi di far passare delle critiche irragionevoli e pretenziose sull’industria e su concetti quali la rappresentazione come giustificate, pur usando esperienze di vita che non sono la sua. Se l’immedesimazione e la scrittura di altri mondi diversi dal nostro sono incoraggiate e incentivate dal cinema, questo film assomiglia a un mero esercizio di narcisismo che banalizza e ridicolizza dinamiche estremamente complesse legate all’industria, al genere e all’etnia.

L’altra metà del titolo e l’altra faccia del film, la gracile Marie, passa in secondo piano dietro i lamenti infantili di Malcolm e diventa, oltre che musa sfruttata, il bersaglio di continui abusi verbali e psicologici. Le parole del fidanzato la incolpano di non essere abbastanza, di non averlo capito, di averlo ignorato per pensare a se stessa. Levinson dedica intere sequenze a lunghissimi monologhi di Washington, dove Zendaya si deve limitare a rispondere con un cenno di capo, senza darle una propria voce. Netflix, nella campagna marketing, sottolinea in particolar modo una frase pronunciata da Marie verso l’inizio del film per sottolineare lo sgarbo al centro del climax: You forgot to thank me, Malcolm. It’s not a minor detail. That’s a big one. Nonostante apparentemente problematizzi quella mancanza di gratitudine da parte di Malcolm, il film sembra schierarsi costantemente dalla sua parte, rendendolo più vittima della società che carnefice nella sua stessa relazione.

Malcolm & Marie è un film che, per usare le parole di Marie, non dice nulla di produttivo. La sceneggiatura ripete gli stessi concetti più volte con sinonimi diversi, che sembrano comunque non comprendere il modo in cui una persona reale parla (per dare un’idea durante un litigio Malcolm usa la parola solipsistico). Almeno tre volte nel corso del racconto il pubblico vede i due protagonisti riflettere sul vero significato della rabbia di Marie, senza mai finire il discorso. L’universo di riferimento di Levinson è chiaro fin dalla locandina, quasi scopiazzata da quelle di John Cassavetes. Malcolm & Marie vorrebbe essere la sua definitiva legittimazione come regista cinematografico, all’altezza di suo padre ma allo stesso tempo indipendente dalla sua fama. Levinson si è addirittura vantato in un’intervista di non aver interpellato uno script supervisor a causa della pandemia, quanto il risultato finale non fa altro che evidenziare quanto sarebbe stato necessario. Malcolm professa che il cinema non deve avere per forza un messaggio, soprattutto se è dotato di cuore e di pura elettricità: peccato che Malcolm & Marie non possieda nessuna di queste caratteristiche e sia solamente un fastidioso esercizio di vanitosa cattiveria gratuita.

di Giada Sartori