Hanno sperato fino all’ultimo di poter far arrivare in sala in loro nuovo film, Glassboy, sia il produttore (per Solaria Film) Emanuele Nespeca che il regista Samuele Rossi. Ma la situazione pandemica nel Paese non permette ancora la riapertura dei cinema, che è stata lasciata in attesa di conoscere i dati epidemiologici del 5 marzo. Così la storia di Pino e dei suoi amici Snerd sarà ora disponibile per la visione, da domenica 31 gennaio, nel circuito #iorestoinsala, e, da lunedì 1 febbraio, sulle principali piattaforme VOD e tutti avranno modo di assaporare l’antico gusto di sapere raccontare una fiaba fatta da e per i ragazzi come quella ideata e realizzata da Samuele Rossi.

Pino è un ragazzino costretto da una terribile malattia a vivere segregato in casa. Il mondo al di fuori della sua stanza lo può vedere solo da lontano, attraverso un binocolo. Nel farlo, guarda alcuni suoi compagni, membri della banda degli Snerd, giocare per le strade, correre in bicicletta, ridere e scherzare. E sogna, attraverso le loro avventure, di poter entrare nel loro gruppo, di poter diventare anche lui protagonista di quei frenetici giochi. Di poter avere finalmente degli amici. Gli unici contatti che gli sono permessi sono quelli con il tutore privato Fidenzio (Massimo Di Lorenzo non smette di mostrarci che meravigliosa spalla comica possa essere, anche al servizio di un film per ragazzi), con il Dottor Emo (uno splendido Giorgio Colangeli, che ben mostra con questa sua interpretazione l’empatia recitativa creata con i ragazzi sin dagli anni della sua carriera nel Teatro dei Ragazzi) con i genitori (bravissima e sorprendente Giorgia Wurth nel giostrare il suo personaggio nel difficile equilibrio tra l’essere madre, ma anche ancora figlia) e con la onnipresente Nonna Helena (un ruolo insolito quello di Loretta Goggi, ma pienamente riuscito nel rappresentare una nonna strega, ma fortemente legata al suo adorato nipote). Un bambino in un mondo di adulti, che ne frena la fantasia e le aspirazioni di libertà convinto così facendo di proteggerlo da terribili pericoli ma che, di fatto, accentua la paura di Pino e il suo profondo senso di solitudine. Il coraggio di un momento lo porterà, invece, a capire che il vero pericolo sia quello di restare senza amici e a fare di tutto affinché questo non segni per sempre il suo futuro.

Della fiaba, sotto tantissimi punti di vista, che si nasconde dietro a Glassboy, abbiamo parlato con il suo regista, Samuele Rossi.

Samuele Rossi, regista di Glassboy, disponibile sulle principali piattaforme VOD dal 1° febbraio

Come e da cosa nasce la tua voglia di cimentarti in un genere così particolare e poco diffuso come quello del cinema per ragazzi? Come ti sei relazionato alla dimensione dei bambini?

La mia intenzione era quella di trovare un equilibrio tra realtà è fiaba. Un lavoro che non è stato facile, nè dal punto visivo che narrativo. Sono partito dal voler ricreare il sentimento, le sensazioni, lo spirito dell’infanzia. Non tanto un’età standardizzata, ma la ricerca di rappresentarla nella sua forza e purezza, ma anche nella sua autenticità. Sono partito dall’idea che ci siano degli elementi che sono uguali e trasversali a prescindere, ad esempio, da se stai leggendo I ragazzi della via Paal o se stai vedendo I Goonies e ho cercato di lavorare in questa direzione. Nello studio sui personaggi, ovviamente, questo significava fare un lavoro specifico su quelli che sono, in termini di classicità, gli archetipi, le figure che permettessero di recuperare l’identità più autentica di quelle che sono le caratteristiche dell’infanzia e, allo stesso tempo, cercare di incardinarle ad ogni personaggio, in modo che ognuno di loro potesse rappresentare un diverso livello dell’infanzia. Non volevo, però, che risultassero finti o costruiti, quindi ho cercato di calarli all’interno del contesto attuale. Anche usando dispositivi molto netti. La storia ha un forte coefficiente di realtà: si racconta un preciso rapporto con i genitori, degli elementi narrativi delineati di come i ragazzi si incontrano, di come le vicende si sviluppino. Proprio in questo continuo equilibrio tra realtà e fiaba si muove tutto il film e anche la costruzione dei personaggi stessa.

Guarda il trailer di Glassboy (S.Rossi, 2021)

In questo è interessante anche come, nelle dinamiche dei ragazzi, si inseriscano i personaggi – alcuni anche molto forti – degli adulti. Con le loro caratteristiche: l’amore che può essere oppressivo, l’ansia, la paura. Come sei riuscito, in questo cast diventato quasi una famiglia, a coniugare gli attori professionisti con dei ragazzi spesso alla loro prima esperienza?

In effetti, i bambini, tranne Pino (Andrea Arru), erano o al loro primo set o, al massimo, avevano partecipato a qualche corto o fatto delle pubblicità. Il lavoro che ho fatto sui personaggi bambini è più o meno lo stesso che ho fatto su quelli degli adulti. Lì, però, la difficoltà era maggiore. Perché, mentre l’incontro realtà/fiaba abita proprio la purezza e l’autenticità dei bambini – il film è raccontato attraverso il filtro dello sguardo di un bambino – è ovvio che, con gli adulti, il rischio macchietta sarebbe potuto essere forte, perché quella leggerezza e autenticità che hai con i bambini, sugli adulti può risultare più stucchevole, più ridondante o addirittura più banale. Quindi, ho fatto un lavoro in cui si cercasse un punto di fusione tra i due livelli. Ad esempio, prendendo quello che in questo contesto è il personaggio più netto, cioè quello di Nonna Helena, c’è un grado che la rende molto fiabesco: quello della strega cattiva, anche a livello di look, gli occhiali scuri, la sigaretta elettronica, un movimento molto austero. Allo stesso tempo, però, ha un’umanità di nonna, in cui tutti si possono riconoscere e che trova un suo compimento sul finale. Insomma, un personaggio che si muove tenendo un piede nel linguaggio della realtà e uno in quello della fiaba. Fidenzio, invece, è un personaggio che fa proprio il contrario: inizia che sembra totalmente reale, un istruttore che dà anche dei consigli molto sensati, seppur possano sembrare stravaganti, ma è sempre credibile e che puoi ritrovare in una proiezione reale. Poi, però, perde questo contatto con la realtà e si trasforma in un personaggio con i canoni della fiaba. Anche qui torna il gioco che ho cercato di inseguire sempre per tenere insieme i due livelli. La cosa che mi affascina di più nel cinema è quando entrambi i linguaggi stanno insieme e si fondono. Poi, credo ci sia un lavoro da fare anche sul concetto del cattivo, sia al cinema che nella fiaba. I personaggi dei cattivi sono anche stravaganti, stralunati, non convenzionali, che poi sfociano nella fiaba. Quella del mio film è una cattiveria bonaria, mai del tutto credibile e, quindi, accettabile. Come succede nelle fiabe, il cattivo può essere molto cattivo, oppure può essere anche una cattiveria che ti fa sorridere e ti permette di codificarla come bonaria e leggera.

Loretta Goggi è Nonna Helena

Al cast adulto, in un certo senso, ho detto proprio questo: dovete tornare bambini. Per me gli adulti dovevano essere una proiezione del mondo della realtà, ma sempre filtrato dallo sguardo dei bambini. La nonna, ad esempio, è interamente raccontata come se fosse vista dai bambini. Fidenzio uguale. Gli stessi genitori, nella loro fragilità, sono raccontati dalla prospettiva del bambino. Questo aiuta a rendere credibile anche tutto quello che rende la descrizione del mondo adulto meno realistico, proprio perché il punto di partenza guardando Glassboy è che stiamo guardando qualcosa dalla prospettiva e con lo sguardo dei bambini. La grande sfida, in realtà, era come far stare gli adulti con i bambini. Comunque, gli attori arrivano tutti da scelte precise, che avevano senso all’interno di questo contesto narrativo. Con Giorgio avevamo già lavorato insieme, arriva dal Teatro Ragazzi e sapevo avrebbe saputo integrarsi perfettamente in questo clima familiare e fanciullesco. Lo stesso vale per Massimo. Loretta, devo dire, per la sua carriera, sappiamo sia in gradi di sposare più linguaggi. Su David e Giorgia ho avuto le maggiori sorprese. Giorgia, in particolare, si è calata in modo incredibile in un film molto diverso da quelli a cui solitamente si era prestata, andando a interpretare il ruolo più complesso, quello sia di madre che di figlia, una sorta di cerniera tra i due mondi. Entrambi i personaggi dei genitori hanno questo registro e sono forse quelli che mantengono un grado di realtà più verosimile rispetto agli altri.

Con Glassboy, a livello sia cinematografico che narrativo, hai fatto un’operazionne interessante: prendere un romanzo cardine della letteratura per ragazzi (Il bambino di vetro, di Fabrizio Silei), ma di fine Ottocento e trasporlo ai giorni nostri. A questo, aggiungi molti dei tuoi riferimenti cinematografici (I Goonies, una certa dose di riferimenti, anche musicali, che rimandano alla cultura anni Ottanta). Quanto il genere del cinema per ragazzi è stato formativo per te e quale prospettiva pensi possa e debba avere?

É alla base del linguaggio che sto cercando di costruire. Nasce anche da un mio percorso, non sempre consapevole pienamente. Ma sto vedendo in questi anni che questa sia e continuerà ad essere la mia direzione. Quella di indagare, esplorare, provare a conoscere meglio, non solo in termini di narrazione ma anche linguistici, il punto di incontro tra realtà e fantasia. In questo senso, la mia formazione, che sicuramente ha visto molto di questo cinema ed rimasta affascinata da registi quali Spielberg, Zemekis (più conosciuti per la loro capacità di narrare che per quella di costruire immagini – anche se poi, chiaramente, le due cose sono spesso consequenziali) mi porta a sentirmi coinvolto pienamente dal genere, sia a livello creativo che visivo. Glassboy può essere visto come il mio primo tentativo di coniugare l’elemento della realtà con quello del fantastico, uniti nella parola realismo magico. Credo che oggi l’elemento del magico, in tutte le sue forme e declinazioni, sia abbastanza importante, se indagato in una prospettiva realistica e delicata, ma pur sempre centrale in molto del cinema di oggi. C’è una scena che ho voluto fortemente, anche se è stata osteggiata dai produttori, che è quella del cielo, del volo notturno dei due bambini. Quella è volutamente una scena che non ha ragione se non accettando l’idea che sia uno slancio fantastico che, in quel momento, i due bambini hanno e condividono. L’intenzione era quella di aprire una parentesi sul sentire dei protagonisti. Ognuno di noi, anche ora, proietta fuori da se stesso sogni, fantasticherie. Tutti noi, in alcuni momenti della giornata, abbiamo delle fantasie che alterano la realtà che viviamo, appoggiandoci al fantastico per leggere diversamente la realtà. É quello che fanno in quella scena Pino e Mavi. La libertà che lì mi sono preso è che la fantasia che Pino sta articolando sia resa visibile anche a Mavi con un loro semplice prendersi per mano, che ne diventa parte. In un momento non verbalizzato, Pino decide, in quel momento, di allontanarsi dalla realtà, che è anche dolorosa e lo fanno in un modo totalmente fantastico. Che poi è proprio il ruolo che hanno la fantasia e la magia nelle nostre vite: allontanarci dal peso del dolore e della fatica e aiutarci anche ad elaborarli. Anche la scelta di iniziare e chiudere il film con un fumetto è abbastanza indicativa di questa mia idea. Io lo dichiaro che il film è raccontato con lo sguardo del bambino proprio attraverso quelle tavole. E ammetto anche che quel fumetto è anche disegnato da Pino. Se tu sei un un fumetto e ritorno al fumetto alla fine del film, è chiaro che hai visto il mondo filtrato dagli occhi e dai sentimenti di un bambino. Questo è il senso narrativo di Glassboy.

Concedetevi la magia di entrare nel mondo di Pino, di Ciccio, di Mavi, degli altri Snerd e di tutti i protagonisti di Glassboy. Non fatevi spaventare dalla Malefica Nonna Helena. Ma concedetevi un momento in cui uscire dalla vostra realtà e ricordarvi la fiaba della vostra infanzia. Fatelo con i vostri bambini. Magari vi ritroverete anche voi a rivedere le immagini della vostra fanciullezza proeittate sul soffitto, mentre starete addormentando i vostri bambini.

di Joana Fresu de Azevedo