Il primo programma di cortometraggi del Trieste Film Festival 2021 si presenta con una netta propensione per le storie familiari più o meno tormentate, con una definita preferenza per i personaggi maschili, padri e figli ed anche un forte sbilanciamento verso gli autori: sei registi su sette sono uomini.

Però è proprio l’unica donna in selezione, Bára Anna Stejskalová, a dare il contributo più interessante a questo primo blocco di sette cortometraggi. Il film di animazione Jsme si o smrt blíź (L’amore è solo una morte lontana) è, a nostro parere, il più originale per il soggetto, l’amore tra due vermi, l’ambientazione, una discarica, e una parte visuale elettrizzante.

Nel microcosmo di un deposito di spazzatura un verme ingegnoso crea robot con quel che resta di cani abbandonati, poi li domina dall’interno con un rudimentale sistema di fili. Qui nascono affetti strani, come quello tra una blatta e un cane rognoso, si fanno brutti scherzi ai topi e il nemico numero uno è una ruspa. La bellezza delle immagini, che resta tale nonostante i soggetti siano repellenti, il ritmo della storia, i colori fantastici rendono questo corto molto piacevole, soprattutto perché non indulge ai luoghi comuni che vedono i depositi della spazzatura come metafore del mondo attuale.

Due film turchi hanno i padri al centro rispettivamente di una storia e di una non storia. Il primo, Das urteil im fall K. (La sentenza nel caso K.) ci porta a Vienna, dove una famiglia è segnata dallo stupro subito dalla figlia, filmato al telefono da un complice del violentatore. Una storia che purtroppo si ripete con frequenza è vissuta in modo diverso dal padre, che vorrebbe evitare nuove violenze, mentre il figlio vuole vendetta. Lo sviluppo è prevedibile e i personaggi, poco approfonditi, fanno esattamente quello che ci si aspetta.

La non storia, per scelta autoriale, è al centro di Bereketli bir gün (Una buona giornata), opera del regista turco Mümin Bariş, seguace della scuola del regista ungherese Bela Tarr che rifugge per scelta dalle consuete forme narrative. Così vediamo un padre e un figlio a pesca su un gozzo in una bella baia mediterranea. Salgono in barca, vanno al largo ma non troppo, gettano l’amo e in tutta la giornata pescheranno un unico pesce. La cena. Belle immagini in bianco e nero, nessun dialogo, tempi dilatati all’estremo, tutto molto elegante. Lo prendiamo per una sperimentazione in vista di qualche sviluppo al momento imperscrutabile.

Altri padri e figli maschi nel film sloveno Delčki (Pezzi) di Áron Horváth Botka, dove due bambini fanatici di Formula Uno sperano di andare all’Hungaroring per vedere Sebastian Vettel insieme al padre, separato dalla madre, debosciato ed educatore sui generis. In Vouta, film greco di Dimitris Zahos, un figlio responsabile e delicato, che alleva uccellini ed è appassionato di piccioni da competizione, ha un padre su cui non può fare molto affidamento. Si apprezza la parte dedicata proprio ai piccioni, capaci di volare ad altezze stratosferiche per poi scendere in picchiata a 230 chilometri all’ora.

Unico film italiano in selezione nella prima giornata, Illusione di Lorenzo Quagliozzi, ricostruisce con le foto degli album di famiglia la storia di una cantante degli anni Quaranta/Cinquanta. Si tratta di una sequenza di scatti in bianco e nero di interesse relativo, sempre traballanti per scelta registica. Un tormento. Si apprezzano le belle musiche.
Nel solco molto battuto degli anziani in demenza o in Alzheimer si inserisce il film rumeno Bucurestiul Vazut de sus di Andrei Rӑutu (Bucarest vista dall’alto), con la vecchia madre che viene accompagnata alla casa di riposo. Scena più volte vista, qui per fortuna alleggerita dalla simpatia dell’attrice protagonista, la cantante Marina Voica molto popolare in Romania.

La prima selezione di corti sarà visibile fino al pomeriggio di martedì, 26 gennaio.

di Daniela Goldoni