Era il 14 marzo 2018 quando Netflix annunciò l’adattamento live-action del franchise di Winx Club, riletto però in chiave Young Adult. Da questa frase già potevamo immaginarci alcuni dei possibili problemi dell’operazione. La serie di Iginio Straffi ha come target – aspetto esplicitato chiaramente dal sito della sua casa di produzione Rainbow SpA – le bambine dai 5 ai 10 anni. Questo non significa che il suo pubblico sia limitato a questa fascia d’età ma che i contenuti e l’estetica di Winx Club sono modellati per essere accattivanti soprattutto a un occhio infantile. Da questo derivavano i costumi colorati, le trasformazioni teatrali, personaggi nati in un’ottica da gadget come le Pixies e tutti quegli elementi apparentemente stucchevoli, che però affascinano anche l’occhio adulto.

Nell’annuncio di Netflix l’espressione chiave è però Young Adult, letteralmente giovani adulti. Se questo ci potrebbe portare ad usare come riferimento anagrafico la fascia di età tra i 12 e 18 anni, basta una semplice ricerca su Google per capire che si tratta di un terreno terribilmente insidioso e molto più complesso. Tra le serie considerate Young Adult troviamo prodotti come Teen Wolf e Riverdale, teen drama immersi in un’atmosfera cupa segnata da elementi fantasy. Spesso, soprattutto negli ultimi tempi, queste serie tendono ad aprirsi a tematiche più esplicite, forse per fornire un quadro più aderente alla reale esperienza degli adolescenti (un’espressione molto ricorrente durante la messa in onda di Euphoria).

Il cambiamento di target era abbastanza prevedibile per le logiche produttive di Netflix, ma non era questo a preoccupare davvero i fan della serie originale. Nei mesi si scoprì che Fate: The Winx Saga, questo il titolo del progetto, non avrebbe visto protagonista il quintetto tanto amato, ma piuttosto una combo di personaggi esistenti (ma poi tristemente snaturati) come Bloom, Musa, Stella e Aisha e inventati come Terra (un’ipotetica cugina di Flora). Ogni notizia, immagine o dettaglio sulla trama lasciava intendere che l’intento di Netflix fosse quello di allontanarsi il più possibile dalla serie originale, usando la sua ispirazione più come pretesto che come riferimento

Fate: The Winx Saga è arrivata da pochi giorni su Netflix e basta vedere un episodio per vedere che i sospetti sorti durante la produzione erano più che fondati. Della serie animata delle Winx rimangono solo qualche nome e l’ambientazione. Seguendo precisamente l’operazione compiuta da The CW con Riverdale nella speranza di replicarne il successo di pubblico, la serie di Brian Young (tra le sue esperienze precedenti troviamo The Vampire Diaries) prende un prodotto per bambini e lo spoglia dei suoi colori accessi e della sua vivacità per realizzare un teen drama anonimo. Winx: The Fate Saga ricorda fin troppi suoi predecessori: da Pretty Little Liars a Le terrificanti avventure di Sabrina, passando per il già menzionato Teen Wolf.

Sul fronte della trama, la serie mette in disparte l’amicizia centrale all’universo di Iginio Straffi per far emergere Bloom (Abigail Cowen) nella sua individualità e soprattutto nella sua natura di Mary Sue. Con questo termine si indica un personaggio protagonista apparentemente perfetto, che emerge come prescelto all’interno della narrazione e come chiave per risolvere tutto, nonostante le sue origini spesso fuori o estranee al mondo di riferimento. Attraverso questo modello di riferimento la versione di Bloom proposta da Fate: The Winx Saga cerca anche di strizzare l’occhio a Harry Potter, proponendo un’umana scopertasi da pochi mesi fata appena arrivata nella leggendaria scuola di Alfea. La sua bellezza cattura subito l’occhio di Sky (Danny Griffin), non solo uno dei ragazzi più popolari di quel luogo ma anche l’ex fidanzato di Stella (Hannah van der Westhuysen). A Bloom non manca nemmeno la solita backstory tragica, ormai d’obbligo per qualsiasi protagonista: ancora incapace di controllare i suoi poteri di fata del fuoco, ha incendiato la sua stessa casa, ma agli occhi dell’intera scuola ciò è solo l’ennesima dimostrazione del suo immenso potenziale. I personaggi attorno a lei rappresentano altrettanti statici stereotipi del genere – il ragazzo perfetto, il ribelle, la principessa scontenta della sua posizione – e la pigra sceneggiatura non opera il minimo sforzo per uscire da quel comodo calco già pronto.

La soluzione semplice per godersi Fate: The Winx Saga potrebbe essere, molto semplicemente, quella di fruirla come qualcosa di totalmente estraneo al mondo di Iginio Straffi, giustificando il suo titolo in un’ottica più di marketing che di effettiva aderenza al suo predecessore. Il problema vero e proprio è che, anche mettendo da parte scelte di adattamento insensate, la serie rimane un prodotto estremamente blando e soprattutto generico. Nei sei episodi che compongono la prima stagione, non c’è nemmeno la traccia di una precisa identità drammatica o estetica, a causa di una ricerca quasi affannosa di riferimenti passati a cui avvicinarsi, che spingono il target ad alzarsi (inutile dire che non è assolutamente adatta alla fascia d’età a cui era invece dedicata Winx Club) Netflix con Fate: The Winx Saga commette un grave errore di calcolo, rifiutando un adattamento fedele nella paura che il pubblico più appassionato della serie animata sia troppo cresciuto per apprezzarlo e di conseguenza piegandosi al già visto, al già sentito e purtroppo anche a una scrittura imbarazzante. Forse in un caso come questo bastava semplicemente qualche trasformazione Enchantix e il vero mondo magico di Alfea per convincere tutti.

di Giada Sartori