Dal 4 gennaio è disponibile su Amazon Prime Video il nuovo film di Stefano Lodovichi, La Stanza. La storia si svolge nella casa di Stella (interpretata da Camilla Filippi) e Sandro (Edoardo Pesce): in un giorno tragico – lei è in procinto di suicidarsi – appare alla porta uno sconosciuto (Guido Caprino) e da qui prendono il via una serie di eventi che porteranno alla rivelazione dell’identità dell’uomo. Un thriller che ci porta all’interno dei problemi familiari della coppia, attraverso vari momenti particolarmente drammatici.

Per questo film, la colonna sonora originale è stata composta da Giorgio Giampà, giovane compositore conosciuto per il suo lavoro in Tiempo Compartido (del regista messicano Sebastián Hofmann, vincitore al Sundance Festival 2018 per la migliore sceneggiatura), in Il Padre d’Italia (per la quale è stato nominato nel 2017 ai Ciak d’Oro), nella serie tv Il Cacciatore e in La profezia dell’armadillo (tratto dal fumetto di Zerocalcare).

Una scena di La Stanza, con Guido Caprino.

Fresco del lavoro con Lodovichi, abbiamo avuto il piacere di intervistarlo e lo ringraziamo molto per la disponibilità.

Come nasce la tua passione per la musica e, in particolare, per la composizione di colonne sonore?

É iniziato tutto da bambino quando mi sono trovato a un concerto proprio davanti alla batteria, che con il suo ritmo coinvolgente mi ha appassionato e da lì ho iniziato a pensare che forse quella sarebbe stata la mia strada. Inizio a suonare la batteria intorno agli 8 anni, finchè da adolescente entro in un giro di musica indie e inizio a girare il mondo con dei tour (Giappone, Europa, Nord America). Ad un certo punto decido di avvicinarmi al mondo della composizione e un amico, che in quel momento stava lavorando ad un cortometraggio, mi propone di comporre per lui e da lì inizia la mia carriera, anche se molto lentamente. Studio sia in Conservatorio a Roma, sia con maestri privati. Uno fra tutti è stato Dimitri Nicolau, un compositore greco, col quale ho studiato per pochi mesi, che ricordo come un’esperienza molto interessante.

Ci possono essere vari tipi di collaborazione tra regista e compositore: il regista che lascia carta bianca al compositore, quello che ha già in mente un tipo di colonna sonora e impone dei parametri e quello che, invece, collabora mano a mano con il compositore. Che esperienze hai avuto, in generale e in particolare nel film La Stanza?

Personalmente, ritengo che quello che deve fare il compositore cinematografico è essere leale e rispettoso della storia, sintonizzarsi con la narrazione. Le idee tematiche, strumentali nascono solamente dopo essere diventati parte della storia. Nel caso di La Stanza, io e il regista (Stefano Lodovichi) ci conosciamo da molto tempo, siamo molto amici e penso che ciò sia una cosa fondamentale per tentare di fare dei lavori che ambiscono ad avere una profondità. Il tempo di conoscersi permette di poter lavorare bene e in sintonia. Questo film è stato fatto molto velocemente, in condizioni complicate – data l’emergenza sanitaria in atto – e quindi, questa nostra conoscenza ci ha permesso di capirci sul lavoro senza troppi incontri. Come compositore ritengo che il mio sia e debba essere un lavoro di lealtà nei confronti del racconto e questo avviene grazie anche al lavoro da film maker (io, ad esempio, ho studiato direzione della fotografia). all’interno di un film ogni elemento ti comunica come deve essere la musica: il montaggio, la recitazione, i costumi. In particolare, La Stanza parla di un luogo chiuso, in un brevissimo lasso di tempo ma si riferisce ad un luogo immenso e in un tempo di quasi 40 anni: questo non si può far vedere, ma la musica ne può sicuramente parlare.

Nel film La stanza hai curato solamente la parte di musica originale o anche la scelta di musica pre-esistente? Se sì, come ha scelto le canzoni?

No, ho composto solo la musica originale. A volte si chiedono dei consigli al compositore per la scelta di musica pre-compositiva, ma questa volta se n’è occupata un’altra persona.

La musica post tonale viene spesso associata a scene/momenti di particolare tensione o angoscia. In questo film la tua colonna sonora mi ricorda le composizioni di György Ligeti usate in 2001: Odissea nello spazio (di Stanley Kubrick) e anche Musica per archi, percussioni e celesta di Béla Bartók. Quando componi, da dove prende ispirazione? E come lavora successivamente sul materiale musicale?

Innanzitutto, cerca di capire che ruoli deve interpretare la musica, di conseguenza il resto viene fuori. Se devo in qualche maniera parlare dell’incertezza dello spazio e del tempo, come succede in questo film, cerco di realizzare la musica più adatta possibile per colmare il vuoto lasciato da altri elementi, che per forza di cose non possono rappresentare visivamente questi aspetti. Sicuramente penso ad una composizione al di fuori del il sistema tonale, al quale siamo abituati e che ci lascia un senso di stabilità. In questo caso ho pensato a Ligeti, ma alla sua composizione Musica ricercata n.2, utilizzata in Eyes Wide Shut (di Stanley Kubrick), e a una serie di elementi melodici in cui si percepisce una mancanza di punti di riferimento, come per esempio i quarti di tono.

di Alice Dozzo