Presentata come uno dei titoli di punta di HBO, trasmessa in Italia su Sky Atlantic. Disponibile anche on demand su Now Tv dall’8 gennaio, The Undoing è stata tra le serie più viste, andando a riempire gli schermi orfani della congestione di titoli che le piattaforme hanno offerto durante le vacanze natalizie. L’attesa era tanta. Non poteva essere altrimenti sapendo che i sei episodi fossero ideati e sceneggiati da David E. Kelley, padre di Big Little Lies – Piccole Grandi Bugie che ha conquistato pubblico e critica nella stagione 2017-2019 con le sue due stagioni, di cui noi vi consigliamo di recuperare (anche prima di approcciarvi a The Undoing) sicuramente la prima stagione (mentre lasciamo a voi un – implacabile – giudizio sulla seconda). Altro nome di spicco all’interno del cast tecnico è quello della danese Susanne Bier alla regia, che già aveva diretto (sempre per HBO e successivamente trasmessa in Italia ugualmente da Sky e che trovate ancora tra i titoli on demand della Now Tv) la miniserie in 6 episodi The Nightmanager, tratto dalla celebre serie di romanzi di John Le Carrè, scomparso da poco. Entrambi ci avevano abituata ad una narrazione attenta e dinamica e ad una perfetta cura nel dirigere gli attori e sviluppare i loro personaggi, elementi fortemente al centro del successo dei loro precedenti lavori.

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Tutto in The Undoing faceva pensare che avremo ritrovato la stessa attenzione e cura nello sviluppo di una storia che, di per sé, non sembrava avere grandi picchi di originalità: Grace e Jonathan Fraser sono due professionisti della media borghesia newyorkese (lei psicoterapeuta in soccorso a coppie in crisi, che con algida saccenza insegna ai suoi pazienti a comprendere le dinamiche amorose delle loro relazioni; lui oncologo pediatrico al servizio dei bambini ammalati e delle loro famiglie, una sorta di Patch Adams, ma con un attico a Manhattan). Ovviamente, hanno una casa bellissima a New York, un figlio adolescente che frequenta una delle scuole private più blasonate (e costose) della città e la cui unica preoccupazione sembra quella di non andare d’accordo con il suo insegnante di violino. Ma i membri apparentemente felici di questa invidiabile famiglia nascondono dei segreti, con Le verità non dette che andranno a sconvolgere le loro esistenze quando la mamma di un compagno di scuola (che, in quanto latino-americano la sceneggiatura ci tiene da subito a dirci che sia stato ammesso grazie ad una borsa di studio) del figlio, viene brutalmente assassinata nel suo atelier e il padre viene accusato del delitto. Nel mentre, incontreremo le amiche del club del té di Grace, ansiose di mettere all’asta per 3000 dollari un bicchiere d’acqua per finanziare i costosi corsi della scuola dei loro pargoli; un anziano padre capace di staccare assegni da milioni di dollari purché sua figlia sia contenta e non lo disturbi mentre è seduto al suo costosissimo (seppur bellissimo) pianoforte a coda; la migliore amica di Grace, che lavora in uno studio legale e che, da brava madre in carriera, segue la figlia ai suoi corsi di danza per ricordarle di stare dritta con la schiena e che forse, per concentrarsi sull’estensione della punta della figlia dimentica di dire all’amica che lei sapeva già dei problemi lavorativi del marito; non manca nemmeno il detective latino-americano pronto a dare addosso ai borghesi Fraser sembra più per un’atavica lotta di classe che per il fatto che abbia prove schiaccianti contro di loro; come abbiamo l’avvocata afro-americana, non disposta a fare sconti ai suoi clienti visto che nessuno ne ha mai fatti a lei, ma capace di girare la testa davanti alla spregiudicatezza con cui gli stessi cercano di aggirare la legge.

Insomma, come avrete capito, no, The Undoing non è riuscito a coinvolgerci con la sua trama che, anzi, abbiamo trovato banale, già vista e rivista in molti lunghi di genere thriller ambientati nella (ormai noiosa) New York dell’Upper Eas Side che vede in Central Park il proprio giardino di casa, ma location privilegiata anche in molte serie tv dello stesso genere (infinite stagioni di Law&Order, ma anche di Revenge – entrambe interamente disponibili su piattaforma – ci hanno insegnato a diffidare dell’alta borghesia di Manattahan, anche se abbiamo imparato che l’assassino non sempre è la governante ispanica o il maggiordomo afro-americano). Lo sviluppo narrativo appare al limite dello sciatto, con alcune trovate che abbiamo trovato al limite dello scontato, cosa non proprio idilliaca in una serie che ci viene presentata come thriller drama. Potreste (a ragione) ricordarci che sarebbe comunque bastato il cast di attori hollywoodiani messo in campo per portarci a guardare The Undoing. E, non ve lo neghiamo, siamo arrivati alla fine dei sei episodi essenzialmente per quello. Ma anche lì il nostro giudizio non ci ha permesso di salvare la miniserie. Consapevoli di poter intaccare il gusto e l’affezione di molti che hanno tra i loro beniamini cinematografici gli attori protagonisti della serie, cercheremo di andare per punti nello spiegarvi perché non ci abbiano (in alcuni casi pienamente, in altri proprio per nulla) convinto.

Nicole Kidman – Grace Fraser e i suoi cappottini

Già tra le mogli disperate al centro delle vicende raccontate da David E. Kelly in Big Little Lies (serie di cui è stata anche tra le co-produttrici, insieme alla collega ed amica Reese Witherspoon), Nicole Kidman aveva accettato con uguale entusiasmo di entrare a far parte del cast di The Undoing, andando a vestire i panni della protagonista, Grace Fraser. Ecco, parlando di panni, un punto a favore della sua interpretazione ci sentiamo di darglielo per i bellissimi cappotti che indossa (cambiandone anche 4 all’interno della stessa puntata). Capaci di valorizzare pienamente la sua splendida fisicità e lo splendente svolazzare sotto il gelido vento newyorkese dei suoi abbondanti ricci rossi. E di fare anche una certa, compiacente, invidia alle spettatrici per il modo in cui risaltano il punto vita dell’attrice. Per il resto, quella della Kidman risulta un’interpretazione troppo fredda, algida, incapace di reale empatia (ahinoi, crediamo che parte di questo sia dettato dal non aver ancora pienamente corretto alcune delle storture che anni di reiterati interventi chirurgici hanno avuto sul suo volto). Grace risulta così disturbante nel suo non riuscire a mostrare reale vicinanza nemmeno di fronte alla disperazione del figlio.

Hugh Grant – Jonathan Fraser e le sue faccette

Premettiamo: adoriamo Hugh Grant, capace di diventare, letteralmente, uno dei volti più rappresentativi del cinema britannico e non solo. Nel 2020 abbiamo avuto modo di apprezzare le sue interpretazioni nel The Gentlemen di Guy Ritchie (arrivato quest’anno in Italia, anche se prodotto nel 2019, lo trovate nel catalogo di Amazon Prime Video) e (anche se all’interno di un progetto su cui abbiamo espresso delle riserve) nel mockymentary Death to 2020 (disponibile su Netflix). Ma reputiamo che la sua intepretazione di Jonathan Fraser – nelle intenzioni (non realizzate) degli sceneggiatori il personaggio più complesso di tutto The Undoing – non si sia dimostrata pienamente nelle sue corde. Se la sua simpatica e travolgente espressività è pienamente adatta alle parti brillanti a cui ci ha abituato nel corso della sua carriera, la troviamo esasperata ed esasperante qualora, come in questo caso, si debba raggiungere un livello di drammaticità che stona con le sue ricorrenti faccette. Anzi, le stesse vanno spesso a ridicolizzare il pathos di alcune scene che dovrebbero essere focali nello sviluppo drammatico della trama.

Co-protagonisti di rilievo: impariamo a usarli

Ci riferiamo, nel caso di The Undoing (ma vale, in generale, per molti altri prodotti seriali recenti) ai ruoli affidati a Donald Sutherland (Franklin Reinhardt, il padre di Grace) e a Édgar Ramírez (il detective Mendoza, incaricato di seguire il caso). Due attori di grandissimo richiamo. Uno dei quali (ci riferiamo, ovviamente, a Sutherland) che ha rappresentato la storia del cinema, prima di concedersi a quello della serialità (lo ricordiamo nella miniserie Trust – Il rapimento Getty, trasmessa sempre da Sky Atlantic in Italia) e che in The Undoing risulta borioso nell’interpretare un personaggio che dovrebbe rappresentare il legame con le incertezze e le menzogne sul proprio passato della protagonista. Ma vale lo stesso per il volto (forse meno conosciuto in Italia) di Ramírez, qui ingabbiato nel ruolo del poliziotto cattivo a cui l’attore venezuelano certo non offre un grande sforzo espressivo. Se questo è quanto si aspettava dai due personaggi, forse la produzione poteva risparmiare qualcosa sui cachet delle due star.

Matilda De Angelis: Hollywood (non) è così vicina

Come era prevedibile, gran parte dell’italica attenzione in attesa della messa in onda di The Undoing era riservata alla presenza nel cast della nostra Matilda De Angelis. Lanciata in quella che (ne siamo comunque certi) sarà una carriera folgorante da Matteo Rovere nel suo Veloce come il vento e che quest’anno abbiamo già visto in una interpretazione (questa, sì convincente) internazionale con L’incredibile storia dell’Isola delle Rose di Sydney Sibilia, nella miniserie HBO è Elena Alves, un’artista vittima di un atroce omicidio passionale, attorno al quale ruoterà tutta la trama. Forse, a nostro giudizio, il problema sta nel fatto che sia il suo personaggio ad essere al centro della dinamica narrativa, ma non lei. Come abbiamo detto, The Undoing si sviluppa su 6 episodi, da circa un’ora ciascuno. Le scene in cui vediamo la De Angelis sono confinate alla prima mezz’ora del primo episodio e a qualche fugace apparizione successiva, sottoforma di flash di memoria o ricostruzione mentale di ciò che potrebbe essere successo ad Elena. Pochissime le battute che le sentiamo pronunciare, con l’attenzione della camera che sembra più concentrata a mostrarne le (splendide) forme che le proprie capacità interpretative. Ci sembra un po’ (troppo) poco per dire che Matilda De Angelis stia sfondando ad Hollywood (ricordiamo ancora quando avevamo commesso lo stesso errore con il Claudio Santamaria, presentato come villain in 007 – Casino Royal, ma che abbiamo visto per meno di 10 minuti sullo schermo o il Pierfrancesco Favino in Una notte al museo nel ruolo di una delle statue, con un trucco che lo rendeva irriconoscibile perfino a sua madre – come lui stesso ha avuto modo di dire durante un incontro con il pubblico quest’estate durante la manifestazione cinematografica La Valigia dell’Attore). Soprattutto se per poterlo fare abbia bisogno di (s)vestire i panni di un personaggio così poco presente in scena. Ci auguriamo di rivederla presto, in un ruolo più adatto a lei, da protagonista capace – come è – di essere uno dei volti più promettenti del nostro cinema.

In conclusione, non possiamo che essere consapevoli che, almeno nel titolo, The Undoing sia stato onesto con noi. Dimostrando di essere La Rovina delle nostre aspettative.

di Joana Fresu de Azevedo