Bisognerebbe smettere di amare Il monello (The Kid, USA 1921) per poter apprezzare anche tutti gli altri film. Il capodopera di Chaplin parla come se fosse la stessa vita a parlare: l’età aurea dell’infanzia, con i suoi giochi e i suoi incanti, e quella ferrigna dell’età adulta, con le sue cupidigie e meschinità; la perenne lotta tra sogno e disincanto; la multiforme versatilità dell’ingegno che scova passaggi anche attraverso luoghi intransitabili; l’attitudine a mantenere una dignità da re (anche se da pascaliano re spodestato) persino nella miseria più abietta; il fraterno patto tra vinti quale misura di ogni agire; la paternità quale capacità di diminuire se stessi per accrescere l’altro, in una parola la condizione umana, trova in quest’opera una completezza qua majus cogitari nequit.
Tentare di cogliere le innumerevoli suggestioni offerte da Il monello sarebbe come pretendere di acciuffare a mani nude un’anguilla: quanto più si crede di averlo compreso, tanto più esso mostra inediti orizzonti di senso. Di quest’opera, a cui davvero pose mano e cielo e terra, dovrebbe essere studiato, contemplato, venerato ogni singolo fotogramma.
In modo del tutto inspiegabile la critica ha trascurato sia il prologo del film, quello in cui la giovane madre, dopo essere stata dimessa da un Charity Hospital, abbandona il proprio neonato all’interno di una lussuosa automobile perché non può provvedere al suo sostentamento, sia la mirabile sequenza del sogno. Siamo persuasi che queste due parti trascendano la funzione rispettivamente di antefatto e di faceto divertissement per farsi intelligente variazione di uno dei passi più celebri e controversi del Vetero Testamento.

La mela eterna

Rispose l’uomo: “La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato” (Gen 3, 12).

La notissima pericope della Genesi segna per l’umanità il punto di non ritorno. Benché il Signore lo avesse proibito, prima Eva e poi Adamo guastano i frutti dell’albero che sta in mezzo al giardino. Il primo a dover rispondere a Dio della violazione, come è noto, è l’uomo. La risposta che questi abbozza a proprio discarico non si sa se sia più urticante o patetica. Adamo mette subito le mani avanti e addita Eva quale responsabile dell’accaduto. Il suo conato di difesa, però, è a tal segno goffo che egli neppure si rende conto di essere quantomeno correo: l’ha mangiata, certo, la mela, ma è stata la donna a offrirgliela; se ella non lo avesse fatto, lui non l’avrebbe addentata e così non si sarebbe reso colpevole di empietà. Insomma: brutale applicazione del sofisma post hoc ergo propter hoc. Come si accennava, dopo questi fatti nulla sarà più come prima per il genere umano: l’Eden è perduto per sempre, il pane quotidiano dovrà essere sudato, una profonda disarmonia si insinua fra la stirpe degli uomini e quella degli animali e la morte fa il suo ingresso nel mondo.
Senza addentrarci nella vastissima letteratura esegetica fiorita attorno a questo versetto, ciò che infastidisce nel passo biblico sopra citato è la pusillanimità, per non dire vigliaccheria di Adamo. Con le sue parole egli separa ciò che in origine è stato pensato unito. Poco prima, infatti, si legge: Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò (Gen 1, 27). Se si riflette con la dovuta attenzione non si può non restare sconcertati dinanzi al rapido passaggio dal singolare al plurale: lo creò / li creò. Si può supporre, allora, che l’essere pensato da Dio fosse, più che un androgino, un sýmbolon compiuto dove la parte maschile riconosceva come complementare a sé quella femminile e viceversa. Non maschi e femmine (con l’avvertenza di dare alla congiunzione il valore della preposizione contro), bensì maschi insieme a femmine: solo così entrambi non saranno soli (Non è bene che l’uomo sia solo; gli voglio dare un aiuto che gli sia simile, Gen 2, 18).
Al netto della greve ironia che su di essa è stata fatta, la pagina biblica richiamata possiede una inaudita drammaticità: essa mostra, sia pure con il linguaggio fosforico del mito, non solo la cosiddetta ‘caduta’, e cioè l’inizio dell’inimicizia tra Dio e gli uomini, ma anche il rifiuto da parte del maschile della propria componente femminile, con conseguenze disastrose.
Il prologo de Il monello racconta tutto questo con una pudicizia e insieme una profondità impareggiabili. All’inizio del film l’uscita della donna dal Charity Hospital evoca la cacciata dei progenitori dall’Eden: qui al posto dell’angelo che con la spada fiammeggiante (Gen 3, 24) sbarra la strada per scoraggiare qualsiasi velleità di farvi ritorno, troviamo una infermiera sul cui volto è stampata una mutria che non potrebbe dire meglio il disgusto che ella prova per la puerpera, la cui unica colpa, come recita la didascalia, è la maternità (The woman whose sin was matherhood).
Nella sequenza successiva, introdotto dalla semplice dicitura The man, ecco il mal seme di Adamo che reitera il peccato originale del progenitore, il quale consiste nel mordere la mela salvo poi darsela a gambe levate. The man con cui The woman ha concepito The Kid è un pittore. La macchina da presa lo sorprende a osservare una fotografia della donna posta sul ripiano di un caminetto, ma l’ingresso di un cliente nell’atelier lo strappa dai suoi pensieri. Mentre i due si scambiano qualche impressione sul quadro a cui il pittore sta lavorando, questi, nell’atto di accendersi la pipa, fa cadere la fotografia nel focolare. L’uomo se ne accorge e subito la toglie dal fuoco, ma essendo ormai bruciata quasi per intero, egli la getta di nuovo tra le fiamme. Con pochi, essenziali gesti Chaplin coglie l’eterno morso dato da Adamo alla mela, la sua irresponsabilità per le conseguenze dell’atto che ha appena compiuto, la sua viltà, la sua fuga.
Un’ultima nota sul Prologo. Quasi punto di sutura tra la prima e la seconda sequenza il regista inserisce per pochi istanti un’immagine che raffigura la salita di Cristo al Calvario. Si vuole alludere, certo, alla passione della donna costretta a separarsi dal proprio figlio, ma forse il significato di questa immagine è ancora più profondo. Cristo, nel Nuovo Testamento, non soltanto è chiamato nuovo Adamo (cfr. 1 Cor 15, 22-45: Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita), ma è l’unico che, quando si rivolge alle figure femminili che incontra, le chiama donne senza mai ricorrere agli epiteti, giudicanti ed escludenti, in uso nella società del tempo (una peccatrice, una emorroissa, una samaritana), quasi volesse ricostituire la pienezza edenica (maschio e femmina li creò) e restituire dignità alla donna.

Trouble in Paradise

Trouble in Paradise, guai in Paradiso: lo splendido film di Ernst Lubitsch (Mancia competente, in italiano) a buon diritto potrebbe essere assunto quale titolo per la sequenza onirica de Il monello che riprende e sviluppa le suggestioni bibliche contenute nel Prologo.
Dopo aver perduto The Kid, sottrattogli dal custode del dormitorio notturno per incassare la generosa ricompensa offerta dalla madre, il Vagabondo, affranto, torna a casa ma, trovando la porta sbarrata, si siede sui gradini dell’ingresso, si addormenta e sogna di trovarsi in Dreamland, nel Paese-dei-sogni, palesemente immaginato sulla falsariga del Paradiso. Gli uomini, le donne e i bambini del quartiere, infatti, hanno tuniche candide e ali come gli angeli; le strade sono linde, fiori adornano gli edifici e ovunque regnano gioia, letizia e concordia. Dreamland è segnacolo della condizione edenica, della originaria beatitudine, del tempo in cui Adamo passeggiava con il Signore nel giardino alla brezza del giorno.
Approfittando del torpore in cui è caduto il custode che ne dovrebbe vigilare l’entrata, un manipolo di diavoli penetra nel Paese-dei-sogni e con esso Sin, il ‘peccato’ (Sin creeps in si legge nella didascalia). Il modo attraverso il quale il Male sconvolge l’idillio paradisiaco è identico a quello narrato nel libro della Genesi: i diavoli insinuano nel cuore di una giovane donna la concupiscenza, questa cede alla tentazione e da sedotta si fa seduttrice. Il suo fidanzato, ancora immune dal contagio del male, in un primo tempo guarda con benevolenza le coquetterie che ella rivolge al Vagabondo e addirittura le incoraggia, invitandola a baciare quest’ultimo, ma quando un diavolo gli sussurra all’orecchio la parola ‘gelosia’, ecco che gli si aprono gli occhi (il linguaggio biblico direbbe: si accorge di essere nudo) e inizia a picchiare il rivale in amore. Ne segue un gran parapiglia che richiede l’intervento di un angelo poliziotto, il quale si trova costretto ad abbattere a colpi d’arma da fuoco il Vagabondo che era fuggito via volando – esegesi perfetta di quel passo del Libro della Sapienza che recita: Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura. Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo (Sap 2, 23-24).
La perdita irreversibile dell’Eden e dell’innocenza, la conquista dell’Albero della conoscenza che sarà foriera di tutti i luttuosi affanni a venire, la cupidigia quale perenne causa del bellum omnium contra omnes, l’impossibilità di una amicizia intesa come armonia dei distinti: tutto questo è detto da Chaplin una volta per sempre nella memoranda sequenza del sogno.
E tuttavia: è davvero sciagurata la perdita dell’Eden? Questa è la domanda che sorge alla fine del film quando il Vagabondo è svegliato bruscamente dal poliziotto e condotto da lui in una ricca dimora dove ritrova il bambino e dove verosimilmente andrà ad abitare anche lui. La loro casa non sarà più quella di prima, la Fine non ripeterà l’Inizio. Ma non è questo che l’apocalisse ‘rivela’? Che l’Inizio è sempre Inizio-del-Compimento? Che è Inizio iniziante? E che tra l’Inizio e la Fine si estende il massimamente arrischiante ‘tempo che resta’ in cui ciascuno dovrà decidersi? Eccolo, allora, il centro di tutto il discorso: in quale misura ogni generazione saprà rispondere all’euangélion del Regno, al lieto-annuncio di una ‘casa nuova’ dove non ci saranno più dolore e miseria, ma soltanto gioia e abbondanza? Quale parte si sceglierà? Quella del Vagabondo, che si fa padre per l’orfanello? (Padre ma anche, e forse soprattutto, madre. Femminile, infatti, è la cura che egli rivolge al bambino fin da quando lo raccoglie, neonato, sul marciapiede. L’ólon pristino, l’unione originaria di cui parla il Genesi si ricompone nel Vagabondo, per il quale si può davvero affermare maschio e femmina li creò). O si sceglierà la parte della madre, che si fa carico dell’abbandono del figlio trovando nelle opere di carità un possibile orizzonte di senso? O quella, invece, del direttore dell’orfanotrofio e del custode dell’ostello, uomini insensibili, gretti e approfittatori?
In dissenso con quanti che parlano di un lieto fine sui generis, riteniamo che se mai c’è stata una felice conclusione, questa è ne Il monello. Restare in Eden significherebbe rinunciare alla libertà, vivere una vita da angeli. Soltanto la rischiosa libertà, che si gioca nel tempo apocalittico dell’attesa, ci permetterà, come promette la Scrittura (cfr. 1 Cor 6, 3), di giudicare persino gli angeli.

di Andrea Panzavolta