Era la sera del 25 febbraio 1964 quando gli occhi dell’intero mondo del pugilato e non solo si rivolsero verso il Community Center di Miami: in un match passato alla storia, il giovanissimo Cassius Clay, all’epoca appena ventiduenne, riuscì a sconfiggere il potente e scorretto campione in carica dei pesi massimi Sonny Liston, strappandogli così il titolo. Nonostante avesse tutte le ragioni per festeggiare in grande, preferì ritrovarsi con tre amici in una stanza presso l’Hampton House Motel, lontano dalle zone segregate di Miami. Non si trattava certo di persone qualunque: si trattava difatti del politico e attivista Malcolm X, dell’allora giocatore di football americano Jim Brown e del crooner Sam Cooke. Quell’incontro sarebbe stato una semplice nota di colore nelle loro biografie, se non fosse stato che il giorno dopo Cassius Clay si convertì alla fede islamica, prendendo il nome Mohammad Ali. È impossibile sapere cosa successe veramente, di cosa parlarono per portare a dei cambiamenti così radicali nelle loro rispettive vite. Tutto ciò che ci resta davanti alla porta chiusa di quel motel sono delle supposizioni e l’immaginazione.

Decenni più tardi, l’allora giornalista Kemp Powers (ora co-regista di Soul per Pixar) lesse di quell’incontro in un piccolo paragrafo di Redemption Song, volume di Mike Marqusee dedicato a Mohammad Ali. Quando scoprì che quattro dei suoi più grandi eroi fin dall’adolescenza erano amici, la sua mente iniziò a viaggiare, provando a ricostruire gli eventi di quella sera. Iniziò a leggere interviste e libri per indagare non solo la loro psiche ma anche il rapporto che li legava. Solo dopo due anni di ricerche, scrisse uno spettacolo per catturare quel momento che nel suo silenzio aveva portato il vento del cambiamento: One Night in Miami.

Era il 2019 quando venne annunciato il suo adattamento per il grande schermo. Era facile capire perché si trattava di una storia indubbiamente ghiotta per il cinema: un dramma da camera con quattro personalità così importanti, accompagnato però da una messa in scena essenziale. Il rischio era però quello di cadere in quei difetti tipici dell’adattamento di uno spettacolo: una narrazione estremamente statica che fa affidamento su delle performance quasi esasperanti (un errore in cui, ad esempio, è caduto il recente Ma Rainey’s Black Bottom). One Night in Miami, da oggi disponibile su Prime Video dopo il passaggio fuori concorso alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, per fortuna smentisce questi possibili dubbi fin dai primi minuti. Il pubblico si trova davanti a una potente sinergia di talenti, di cui sicuramente sentiremo parlare nell’ormai vicina Award Season.

A dare vita alla sceneggiatura scritta dallo stesso Powers è la regia dell’attrice premio Oscar Regina King, che nonostante sia al suo primo lungometraggio, riesce con sicurezza a trasformare quella stanza in un ring, dove i pugni sono le verità che questi quattro uomini rivelano l’uno all’altro. La sua cinepresa passa tra i loro volti senza sosta, ma non finisce mai per essere invasiva, permettendo così alle performance da parte dei quattro attori principali di emergere in tutta la loro forza. Se Leslie Odom Jr., da poco visto in Hamilton nei panni di Aaron Burr, sfrutta il suo talento canoro interpretando anche alcuni dei brani più famosi di Sam Cooke e Aldis Hodge nei panni di Jim Brown riesce a trasmettere la sicurezza spavalda di chi ha preso una decisione irremovibile, il conflitto centrale alla narrazione pesa sulle spalle di Eli Goree e Kingsley Ben-Adir, rispettivamente Cassius Clay e Malcolm X. Da una parte c’è la spensieratezza della gioventù ingenua del pugile e dall’altra il disperato silenzio dell’attivista, ormai sicuro che la sua ora si stia avvicinando. Quella serata, che dovrebbe essere una celebrazione, diventa per il film, come lo era stata per lo spettacolo, un’occasione per riflettere sulla politica, sulla religione, ma anche sulle loro responsabilità in quanto persone nere con una piattaforma.

King e Powers son capaci di portare sullo schermo l’aria permeata di rabbia, ansia e minacce che si respira in quella stanza di motel. Ogni parola potrebbe deragliare per sempre il rapporto tra quegli uomini ed è proprio quell’imprevedibilità la chiave del successo di One Night in Miami: sarebbe stato facile trasformarlo in un biopic cumulativo, ma il crepitio feroce di opinioni lo porta ad assomigliare a un thriller. Nella sua essenza, il film non rappresenta un evento epocale, ma una semplice conversazione, che non solo serve a piantare i semi del cambiamento nei cuori di queste quattro persone-personaggi nella reimmaginazione di Kemp, ma che riesce ad evidenziare questioni importanti anche nel presente. Risulta sempre facile definire un film come urgente o necessario, ma almeno One Night in Miami riesce a esserlo senza mai risultare didascalico o retorico.

di Giada Sartori