L’attore Robert Duvall ha compiuto 90 anni e nell’occasione la stampa italiana ne ha dato notizia auspicando che gli sia conferito l’Oscar alla Carriera. Giustamente perché Roberto Duvall se lo merita, visto che non gli è stato attribuito per interpretazioni che lo meritavano. Interpretazioni strepitose che rimangono nella memoria dello spettatore ma anche della critica. Come quella del colonnello William nell’indimenticabile scena  in cui appare dopo l’attacco con gli elicotteri che diffondono la Cavalcata delle Valchirie di Wagner, o l’altra che lo vede fare surf sotto le pallottole e le bombe al napalm. Lo si ricorda anche per la frase Mi piace l’odore del napalm al mattino.

Il suo  primo ruolo nel cinema, risale al 1956 con Lassù qualcuno mi ama di Robert Wise, con Paul Newman e la, purtroppo, dimenticata Anna Maria Pierangeli. Ma il successo lo raggiunge, con il  film Il buio oltre la siepe (1962) di Robert Mulligan, dove è un malato di mente, solitario e fragile, vicino di Gregory Peck, avvocato progressista che in una cittadina del Sud dell’America difende un nero accusato ingiustamente dello stupro  di una bianca e, intanto, cerca di educare i propri figli scout al rapporto con “il buio oltre la siepe” rappresentato dalla casa vicina del presunto matto. Lo vediamo con i capelli biondi: per preparare questo personaggio Duvall si tinse i capelli ed ha evitato la luce per sei settimane onde avere l’aspetto di qualcuno rinchiuso in casa per tutta la vita. Segno di professionalità per dare vita ad un ruolo così impegnativo.

Un ruolo importante lo riveste anche in M.A.S.H (1970) di Robert Altman ed in L’uomo che fuggì dal futuro (1971) di George Lucas. Nel primo è un Maggiore che fa parte di un’unità mobile chirurgica dell’esercito USA istituita nel 1945 per sostituire gli ospedali da campo. Un film che è considerato una vera e propria pietra miliare dell’irriverenza e dell’antiretorica: cambiò il modo hollywoodiano di raccontare la guerra. Nel secondo, ambientato  in un futuro nel quale la vita è diventata soltanto sotterranea, è  un  operaio, identificato come tutti solo con una sigla che insieme alla sua compagna si ribella al sistema.

Ma il successo gli arriva grazie a Il padrino (1972) e Il padrino. Parte II (1974) diretti da Francis Ford Coppola, basato sull’omonimo best seller di Mario Puzo, dove interpreta il ruolo del figlio adottivo e consigliere mafioso di Don Vito Corleone (Marlon Brando): guadagnò la prima candidatura all’Oscar come miglior attore non protagonista: in totale ne ebbe altre quattro (Apocalypse Now, A Civil Action, The Judge) ma ne ebbe altre tre come protagonista (Il grande Santini, Tender mercies – Un tenero ringraziamento e L’apostolo).  Con Francis Ford Coppola gira anche La conversazione (1974) che ricorda il caso Watergate  poiché il protagonista (Duvall) è una “spia telefonica”, maestro nel captare, con le sue avveniristiche apparecchiature , le conversazioni di uomini politici, industriali, divi famosi. Ruolo importante anche in Quinto potere (1976) di Sidney Lumet: interpreta il direttore delle news di un’emittente televisiva americana che riscuote grande indice di ascolto quando un commentatore televisivo (Peter Fink) dichiara davanti alle telecamere di volersi suicidare  perché licenziato. Ma anche nel  film Il grande Santini (1979) di Lewis John Carlino, dove si cala nel ruolo di un colonnello d’aviazione, eroe di guerra, che  mal sopporta il tempo di pace e rompe l’anima a tutti, soprattutto al figlio maggiore (Michael O’Keefe) che un giorno gli si ribella. Ma quando il padre morirà da eroe si occuperà del resto della famiglia  secondo lo stile  del genitore. Un film di notevole approfondimento psicologico. 

Lo ricordiamo anche come vincitore alla Mostra di Venezia del 1981 per il ruolo di un detective nel film L’assoluzione (1981) di Ulu Grosbard. É il fratello di un prete (Robert De Niro) che scopre che un ricco parrocchiano è sospettato di aver ucciso una prostituta. Malgrado lo scandalo che il fatto solleva, lui proseguirà  l’indagine che porterà anche alla rovina il fratello sacerdote. Un film drammatico che scava nelle pieghe di un mondo corrotto, in cui si assiste ad un duetto a chi recita meglio tra due Star.  

Eccezionale anche nel ruolo di un cantante country alcolizzato sulla via del declino nel film Tender Mercies – Un tenero ringraziamento (1983) di Bruce Beresford, che ritrova una ragione di vivere nel rapporto con una giovane vedova ed il suo bambino: da sottolineare che le canzoni del film sono state scritte dallo stesso Duvall. Da ricordare anche l’interpretazione in The Judge (2014) dove è un giudice accusato di omicidio: a difenderlo dagli attacchi di un risoluto procuratore sarà il figlio (Robert Downey jr) che malvolentieri ritorna nella sua città natale.

Anche Robert Duvall ha provato il piacere il essere dietro la macchina da presa. Il suo primo film da regista è Angelo, amore mio del 1983 ambientato nel mondo affascinante e misterioso degli zingari di New York. Secondo film dietro la macchina da presa con L’apostolo (1977), dove interpreta anche un predicatore pentacostale texano che manda in coma l’amante della moglie (Farrah Fawcett) e fugge in un paese della Louisiana, dove si fa chiamare l’Apostolo E.F e conquista col suo entusiasmo una comunità di derelitti, in gran parte neri. Terza regia con Assassination Tango (2002), dove è anche un killer che in attesa di uccidere un generale corrotto dell’esercito argentino trascorre il tempo nei locali di Tango, innamorandosi di una bella ballerina. Chiusura da Directors con  Wild Horses, cioè Cavalli selvaggi (2015), film uscito in Italia direttamente Home Video. Anche questo è un film che anche interpreta assumendo il ruolo di un anziano patriarca del Texas di una famiglia che gestisce un ranch che tenta di ricongiungersi al figlio (James Franco) con il quale aveva litigato 15 anni prima avendo scoperto che era omosessuale. Ma il suo passato ritorna e dovrà fare i conti con la scoperta di una giovane ranger che nel risolvere un caso aperto scopre che vi sia coinvolto anche l’anziano patriarca.       

Delle sue interpretazioni (una novantina in tutto, oltre ad una cinquantina per la TV) sono almeno da ricordare quella in Un giorno di ordinaria follia (1993) di Joel Schumacher dove è un poliziotto ad un passo dalla pensione che dovrà risolvere il caso di un pazzo armato (Michael Douglas); A Civil Action ( 1998) di Steven Zaillan dove riveste il ruolo di un professore di diritto penale all’Università di Harward che affianca l’avvocato di un piccolo  studio legale nella lotta per inquinamento di sostanze tossiche da parte della popolazione di una piccola cittadina contro  un’industria e gli avvocati di potenti e ricchi studi legali.

É il film con cui ottiene la sesta candidatura all’Oscar. Sarebbe quindi ora, e giusto, che coronasse la sua attività di attore e regista con l’Oscar alla Carriera. 

di Paolo Micalizzi