È possibile sopravvivere dopo che si è persa la persona che più si amava? A cosa ci si aggrappa quando sembra che non ci siano più appigli?

Dalle note di regia che hanno accompagnato il passaggio del film alla Mostra del Cinema di Venezia

Non esiste un solo modo per elaborare un lutto. Non esistono solo le urla mozzate, i singhiozzi talmente forti da perdere qualsiasi suono, risposte placide a condoglianze, nonostante questo sia ciò che la società si aspetta da noi. Esiste anche chi ride, chi si nasconde dal mondo o chi invece preferisce sotterrare quello stesso dolore. Così fecero il regista Kornél Mundruczó e la sua compagna, sul set come nella vita, Kata Wéber, quando persero il loro bambino per un aborto. Quel lutto diventò presto un tabù, un peso invisibile sulle loro schiene che si portavano dietro quasi senza rendersene conto. Non ne parlarono finché non furono costretti a farlo. Un giorno Mundruczó lesse per caso delle pagine dal quaderno di Wéber. Era una breve discussione tra madre e figlia su quale fosse la giusta strada del lutto. Quel testo, dal titolo Pieces of a Woman, era il modo che la donna si era concessa di piangere quella perdita e Mundruczó, leggendolo, capì che era giunto il momento di fare lo stesso.

Presero quel dolore e lo metabolizzarono nell’unico modo che conoscevano: il cinema. Così quelle pagine divennero un film, mantenendo però sempre lo stesso titolo, Pieces of Woman, che dopo essere passato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, arriva oggi su Netflix. Al centro della narrazione, la sceneggiatura di Wéber mette Sean (Shia LaBeouf) e Martha (Vanessa Kirby) Carson, una giovane coppia di Boston che presto accoglierà il loro primo figlio. Quando le si rompono improvvisamente le acque, i due si trovano costretti ad accettare l’aiuto di un’ostetrica (Molly Parker) diversa da quella con cui si erano accordati per il parto a casa. La bambina riesce a nascere con estrema fatica, ma quel momento di gioia sfocia presto nella tragedia più irreparabile. Che sia stata un errore dettato dal panico o una semplice tragedia, Martha e Sean non lo sanno, ma da quella prigione di disperazione e sensi di colpa non riusciranno ad uscire facilmente.

Sarebbe impossibile parlare di Pieces of a Woman senza sottolineare la sequenza di 24 minuti in tempo reale che segue la nascita della bambina. Potrebbe essere considerata un semplice esercizio di stile oppure una caratteristica capace di distinguerlo da tanti film su tematiche simili, ma questo non dovrebbe sminuire l’incredibile lavoro di direzione degli attori da parte di Mundruczó. La telecamera si sposta senza sosta dal salotto alla camera da letto passando per il bagno, tra Martha che si fa forza durante le ultime contradizioni e Sean che cerca di finire gli ultimi preparativi. È una sequenza coreografata, mappata anche troppo precisamente dal regista, eppure la sua disperata intensità la rende essenziale per la costruzione drammatica della storia. Quando finisce con la consapevolezza della tragedia avvenuta, sollievo e lutto si sovrappongono, annullandosi a vicenda.

Pieces of a Woman, dopo questa sequenza, diventa un film diverso, più lento e sospirato. Lo fa perché la sceneggiatura di Wéber capisce esattamente che ciò che segue una tragedia simile appare agli occhi di chi la vive come un futile esercizio di sopravvivenza.  La storia che segue, suddivisa in mesi che cominciano con uno scorcio sul ponte su cui sta lavorando Sean, restringe il focus su Martha. Da una parte troviamo il conflitto con sua madre (interpretata dalla magistrale Ellen Burstyn), una donna anziana e autoritaria, e dall’altra la battaglia in tribunale per condannare la negligenza dell’ostetrica. Il centro di Pieces of a Woman sono, come dice il titolo, i frammenti sopravvissuti di Martha. Vanessa Kirby, giustamente Coppa Volpi a Venezia 77, riesce a portare sullo schermo, con silenziosa rabbia e triste apatia, la lacerazione interna tra il suo essere donna e tra quello che le ritiene il suo fallimento: aver perso il bambino. Forse per la sua troppa vicinanza al cuore e alla sensibilità della sceneggiatrice, il film finisce per mettere in disparte le sottotrame principali, relegandole a dei monologhi forse troppo teatrali, per concentrarsi su questa femminilità idealizzata e allo stesso tempo dilaniata.

Nonostante le incertezze nella sceneggiatura, Pieces of a Woman rimane un’esplorazione attenta ed efficace del lutto, riuscendo a far immergere lo spettatore in quel clima fatto di disperazione ma anche di sentimenti che non possono essere messi facilmente a fuoco. Martha non è una protagonista che chiede di essere capita o scusata, alcuni guardando il film potrebbero giudicare le sue scelte o i suoi comportamenti, ma ciò che interessa Wéber e lo stesso Mundruczó è il fatto che riesca sempre a tenere la testa alta e sia capace di trovarsi, anche a costo di lottare, lo spazio per soffrire ma secondo le sue regole.

di Giada Sartori