Fino a dove ci si può spingere per fare del bene? Arrivati alla prima settimana di programmazione su Netflix, questa la domanda che circola, ormai con una certa insistenza, da quando, il 30 dicembre, la piattaforma streaming ha rilasciato uno dei titoli dell’anno più attesi, anche perché segna l’arrivo della prima docu-serie italiana nel ricco catalogo della N rossa. Complice, probabilmente, una data di uscita perfetta, che ha visto la stragrande maggioranza degli abbonati ingabbiata in quello che è stato uno dei Capodanno più monotoni e apatici che potessero immaginare e il fatto che fossero tutti forzatamente costretti tra le mura domestiche, SANPA – Luci e tenebre di San Patrignano ha da subito registrato un boom di visualizzazioni, andando ad attestarsi come il secondo contenuto più cliccato nella classifica dei primi dieci presenti in piattaforma in Italia.

Prima di entrare nel dettaglio delle vicende (solo parzialmente finora note) di quello che non esitiamo a definire sarà un prodotto audiovisivo capace di fare scuola in quelli che da ora verranno, ci preme sottolineare, con orgoglio, l’altissimo valore cinematografico di questa docu-serie, come abbiamo detto, tutta italiana. A dimostrazione dell’altissima qualità dei professionisti dediti al genere del documentario nel nostro Paese. La serie è prodotta da 42, casa di produzione fondata da Gianluca Neri (che sviluppa anche il progetto della serie e lo scrive, insieme a Carlo Giuseppe Gabardini e Paolo Bernardelli), Marco Tosi, Andrea Romeo, Nicola Allieta e Christine Reinhold (gli ultimi tre, produttori esecutivi della docu-serie). La regia viene affidata all’italo-inglese Cosima Spender, cui viene affiancata una squadra di montatori di assoluta professionalità. Spetta, infatti, a Valerio Bonelli coordinare il team formato da Manuela Lupini, Tommaso Gallone, Francesca Sofia Allegra. Li abbiamo voluti citare tutti perché enorme parte del successo di Sanpa lo si deve proprio al sapiente lavoro di montaggio e al modo in cui questi quattro professionisti sembrano aver trovato l’equilibrio perfetto tra materiali di archivio, immagini di repertorio, interventi odierni da parte dei testimoni coinvolti ed elementi di fiction a raccordo del tutto. Si pensi, a titolo esemplificativo, all’immagine iniziale del primo episodio, in cui vediamo, attraverso il primo piano di un cucchiaio su cui qualcuno sta sciogliendo una dose, il senso intrinseco di tutta la narrazione, sottolineato proprio dalle parole che leggiamo in didascalia a quell’immagine: Con lo Stato impotente, un uomo vuole salvare i tossicodipendenti… con ogni mezzo necessario. Ed evocativa è tutta la scelta dello scorrere delle immagini, merito anche della sapiente fotografia a cura di Diego Romero Suarez-Llanos, che ci coinvolge in un percorso che alterna i fotogrammi sgranati e sbiaditi delle immagini di repertorio e di archivio, simbolo di ciò che fu, alla nitidezza delle riprese dall’alto eseguite con i droni e quella delle interviste svolte ai testimoni dei primi anni di attività della comunità di San Patrignano, la più grande in Europa tra quelle dedite all’accoglienza dei tossicodipendenti. Non riusciamo a non vedere in questa scelta un chiaro e netto messaggio, che prende tutto lo svolgimento della serie: il passato di San Patrignano è il suo presente, vivido nella memoria di chi è restato. Che si tratti di colui che ne è ancora il responsabile terapeutico (Antonio Boschini) o di quello che per diverso tempo si pensava fosse l’erede designato alla gestione della comunità (alias Andrea Muccioli, figlio del fondatore, alla guida di San Patrignano fino al 2011). O che si ascoltino i racconti e le testimonianze di coloro che in Vincenzo Muccioli e nel valore del metodo San Patrignano hanno profondamente creduto per molti anni, tanto da esserne stati tra i primi ospiti e da aver collaborato a stretto contatto con il suo fondatore, divenendo membri di quel cerchio magico che affiancava Vincenzo Muccioli nel suo operato (vedi lo spazio, giustamente a nostro avviso, dedicati dalla docu-serie alle testimonianze di Fabio Cantelli – ospite e responsabile pubbliche relazioni di San Patrignano fino alla morte di Muccioli – e di Walter Delogu – autista personale e guardia del corpo del padre padrone di San Patrignano, nonché tra i primi accusatori al processo in cui la comunità fu coinvolta nel 1994 con l’accusa di complicità nell’omicidio di uno dei suoi ospiti). O che si dia spazio alle figure istituzionali, della politica come del sistema giudiziario, o della stampa, che palesano, da una parte, la loro responsabilità nel non aver saputo prontamente agire in risposta al dramma della tossicodipendenza che, sul finire degli anni ’70, aveva così prepotentemente colpito tanti giovani e le loro famiglie, senza distinzione di classe sociale di appartenenza (vedi le dichiarazioni del giudice Vincenzo Andreucci – che ha istruito la maggior parte dei processi dell’epoca contro la comunità, che ammette che gli stessi giudici, nonostante le carte e le evidenze dei maltrattamenti che si perpetravano a San Patrignano non avevano altra scelta che continuare ad affidare alla comunità stessa le migliaia di giovani che delinquevano alla ricerca di una dose; o quelle di Leonardo Montecchi, responsabile all’epoca del SERT di Rimini, che non esita a dire che la sua struttura non era in grado di far fronte all’emergenza droga che dilagava); dall’altra quella di non essere riusciti ad andare affondo nel raccontare con maggiore incisività i fatti (si pensi al ruolo del giornalista – allora del quotidiano L’Unità – Luciano Nigro, che accusa il fatto che durante il primo processo contro Muccioli, il fantomatico processo delle catene, nessuno (lui compreso) abbia voluto pubblicare le foto repertate dai pm che mostravano gli ospiti della comunità incatenati in spazi angusti e malsani (tra la piccionaia e la porcilaia).

E, poi, abbiamo il vero protagonista di Sanpa: Vincenzo Muccioli. Figura contrastata e contrastante, a cui, inesorabilmente, è legata tutta la storia di San Patrignano, le sue origini, le modalità terapeutiche attuate nel corso degli anni per far fronte a quella marea nera di tossicodipendenti che si accalcava, anche per settimane, ai cancelli del podere di famiglia che era diventato la sede della comunità. Di Muccioli percepiamo soprattutto la voglia di protagonismo, attraverso le immagini di repertorio che ce lo mostrano nella frequente attività di arringare i suoi ospiti. Financo a minacciarli, con il suo ricorrente refrain se volete scappare sappiate che io non vi lascio andare. Quelle catene sono la prova del metodo con cui si trattenevano gli ospiti. Come lo è il ripetere dei sui ex ospiti che da San Patrignano era impossibile andar via. Tanto che chi lo faceva, anche se non veniva riacciuffato dalle squadre incaricate di riportare all’ovile i fuggitivi, finiva comunque per tornare. Per il semplice fatto che, oltre quelle mura, trovava il deserto di un sistema statale che cercava di non guardare alla loro realtà, confinandoli in un destino di ripresa nella morsa della droga o, appunto, di ritorno alla comunità. Vite segnate, profondamente, dall’aver vissuto in quella comunità estremamente chiusa, una sorta di Stato Indipendente di San Patrignano. In cui vigevano le regole di Muccioli prima che quelle dello Stato (al limite dell’imbarazzante i racconti dell’incapacità dell’amministrazione comunale di Coriano di far fronte ai fatti e ai racconti che arrivavano dai fuggitivi dell’epoca, riportati al sindaco di allora, Sergio Pierini).

Era protetto Vincenzo Muccioli. Dal fatto che, oggettivamente, per anni sia stato il solo a mostrare di volersi occupare del destino di quei reietti dalla società che erano i suoi ragazzi, prativamente migliaia di figli che accoglieva tra le sue braccia. Una figura imponente la sua, non solo per la sua stazza fisica (un omone di oltre un metro e novanta e un peso che non faceva che accentuarne la forza). Ma anche (e soprattutto) per la protezione politica ed economica che riceveva da molti (primi fra tutti, Gian Marco e Letizia Moratti, che, per stessa ammissione di Andrea Muccioli, donano alla comunità, nel periodo che va dal 1981 al 2011, oltre 280 milioni di euro, con Letizia Moratti che tutt’oggi – come vediamo nella didascalia finale dell’ultimo episodio della serie – è ancora tra i principali finanziatori di San Patrignano), che vedevano in lui il solo in grado di far fronte all’emergenza e di rispondere alle disperate richieste di aiuto dei familiari delle migliaia di tossicodipendenti che vagavano, come zombie, per le vie delle città italiane. Difeso strenuamente da molti rappresentanti delle tv, tanto da diventare un volto praticamente fisso in molti programmi dell’epoca (mio padre era una star, dice a un certo punto il figlio): primo fra tutti Red Ronnie, che ancora oggi si rifiuta di credere all’evidenza dei fatti giuridici che hanno coinvolto il suo amico Vincenzo.

Sanpa – Luci e tenebre di San Patrignano non fa sconti a nessuno. Al tempo stesso, però, non vuole porsi come accusatore di nessuno. Ma cerca di riportare fatti, ricordi e testimonianze, senza però negare l’evidenza: Vincenzo Muccioli è stato il primo a comprendere che il carcere non sarebbe stato la strategia adatta a far fronte al dilagare della tossicodipendenza, andando a creare quella che è diventata in Europa la comunità simbolo e modello per sconfiggerla. Ciononostante, resta nel sottotesto della narrazione, facendosi sempre più pressante, una domanda, non a caso, quella con cui abbiamo iniziato questo nostro articolo: fino a dove ci si può spingere per fare del bene? Davvero ogni mezzo necessario è accettabile in un sistema che vuole definirsi giusto e democratico? Sanpa non dà risposte a queste domande. Lascia che a farlo, in autonomia, secondo sensibilità e coscienza, sia lo spettatore. Chiamato non a farsi giudice della vicenda. Ma testimone. Affinché, in un periodo in cui l’uso di droghe come l’eroina sta tornando (seppur con modalità e ancora numeri diversi da quegli anni) prepotente nella nostra società, non si torni come allora a chiudere gli occhi. E a convincersi che bastino delle catene serrate ai polsi e alle caviglie per risolvere la questione.

di Joana Fresu de Azevedo