C’è un periodo indefinito, verso la fine dell’anno, dove le persone accorrono su Instagram o su qualsiasi altro social per fare un riepilogo dei migliori momenti dell’anno appena passato. È quel momento dove ti trovi a saltare le storie nervosamente tra pranzi in città europee, concerti a cui non sei potuto andare e coppie troppo felici. Con la fine del 2020 sembrava sparita questa voglia di ricordare, annientata dalla pesantezza di quei mesi passati principalmente a casa tra pandemia e lockdown. Persino quelle immagini di auguri che circolano su Whatsapp perdono quella felicità patinata che hanno di solito e piuttosto che usare le solite formule speranzose, invocano un viaggio a Lourdes e comunque una preghiera per un 2021 più sereno. Il 2020 è un anno che indubbiamente resterà per sempre stampato nelle nostre menti per le sue assurdità e per le sue tragedie e anche se vorremmo, non riusciremo mai a dimenticarlo. Proprio per questo l’iniziativa di Charlie Brooker e Annabel Jones, rispettivamente creatore e produttrice esecutiva di Black Mirror, di realizzare uno speciale comico per riepilogare l’anno appena passato dal titolo Death to 2020 risulta così insensata.

Quando venne annunciato il progetto, le perplessità si concentravano su due poli: il soggetto, il 2020 ovvero l’anno da dimenticare, e il tono comico. Se la risata è indubbiamente uno strumento di catarsi, trovare qualcosa di divertente in quest’anno richiede uno sforzo d’immaginazione non indifferente. I nomi coinvolti però facevano sperare: Charlie Brooker si è dimostrato essere, nonostante alcune debolezze, uno degli autori più pungenti dell’ultimo decennio e in questo caso si trovava affiancato da un cast di primo livello tra Samuel L. Jackson, Hugh Grant e Lisa Kudrow. Cosa poteva andare storto? La risposta è purtroppo tutto.

Partiamo da una semplice informazione: Death to 2020, uno speciale di appena 70 minuti, ha 18 autori. Coastal Elites, paragonabile per contenuto (riepilogo della vita durante il 2020), forma (racconti di più persone da background differenti) e genere (commedia), ha un solo autore. Da una writing room così sovrappopolata ci si può solo aspettare un marasma confuso di voci, di opinioni, di humor diversi e contrastanti, ma in fondo il problema di Death to 2020 non è nemmeno questo. Lo speciale manca di fantasia e intelligenza e proprio per questo finisce per essere una raccolta (nemmeno un greatest hits) di osservazioni nemmeno troppo divertenti sull’anno appena passato, che se funzionano perfettamente come tweet, risultano molto efficaci sullo schermo.

Death to 2020 vorrebbe essere un documentario (logicamente parodico) sul 2020 e per farlo propone una serie di interviste a politici, scienziati, membri della famiglia regale inglese, giornalisti, storici e persone reali accompagnate dalla voce di Laurence Fishburne. I personaggi sono molteplici e in quanto tali dovrebbero riportare diversi punti di vista, ma finiscono per essere la riproduzione monocorde della stessa opinione: quella degli sceneggiatori. Lo speciale sembra essere frutto di uno scarso sforzo di immaginazione, cosa che si nota già dai nomi dati ai personaggi: il nome del giornalista interpretato da Samuel L. Jackson è letteralmente Trattino Parentesi se tradotto in italiano, lo scienziato di Samson Kayo invece si chiama Pyrex Flask. Nel circo guidato da Charlie Booker troviamo Bark Multiverse, un CEO che ai primi segni della pandemia ha deciso di nascondersi in un bunker, ma anche Gemma Nerrick, statisticamente la persona più nella media del mondo. Il modo più efficace per descrivere Death to 2020 potrebbe essere quello di paragonarlo a un flipper: passa con una velocità sconcertante e con una superficialità annientante tra personaggi completamente opposti senza riuscire a creare una vera riflessione continuativa.

Per quanto riguarda la scrittura più comica, Death to 2020 è un miscuglio di tante battute poco ispirate (commenti sulla vecchiaia di Joe Biden e sull’origine del virus, ma anche teorie cospirazioniste su cosa potrebbe essere contenuto nel virus) e pochi spunti interessanti. Tra questi troviamo ad esempio Jeanetta Grace Susan, una spokesperson non ufficiale della Casa Bianca interpretata da Lisa Kudrow, che solo nelle mani dell’attrice riesce ad essere di più che la ripetizione stantia della stessa battuta. Anche l’intuizione di portare sullo schermo lo stereotipo della cosiddetta Karen – nome usato per definire una donna bianca di mezza età spesso indisponente e non consapevole del suo privilegio – sullo schermo attraverso Cristin Milioti e la sua Kathy Flowers potrebbe essere interessante, ma come ogni idea in Death to 2020 rimane tristemente superficiale.

Lo speciale di Charlie Booker è purtroppo un’ennesima conferma di quello che sembra il suo declino autoriale. Dopo il suo passaggio sotto le ali di Netflix, la sua critica cupa e allo stesso tempo sarcastica al mondo e soprattutto alla tecnologia che aveva contraddistinto le prime due stagioni di Black Mirror realizzate per il canale inglese Channel 4 si è spenta piegandosi a una visione più mainstream e sicura. Lo stesso problema sembra colpire Death to 2020: per il desiderio di convincere il maggior numero di persone possibile, finisce per essere un generico e vuoto commento su cose che già sappiamo e con le parole che userebbe pure il pubblico per farlo. Forse di progetti su quest’anno, soprattutto se così vicini nel tempo a quello che abbiamo vissuto, non ne abbiamo e non ne avremo mai bisogno.

di Giada Sartori