Come già avevamo sottolineato nel presentare la nostra classifica dei migliori lungometraggi italiani, il 2020 è stato, indubbiamente, un anno anomalo anche per il comparto cinematografico, soprattutto per quanto riguarda la sua distribuzione. Con i cinema di tutto il mondo chiusi, molte prime uscite sono state rilasciate su piattaforme VOD e non hanno ancora mia visto la sala. Altre le abbiamo trovate in sala, ma in un tempo che ci sembra lontanissimo, tanto quasi da farci dimenticare che siano titoli di questa stagione. Giada Sartori e Joana Fresu de Azevedo hanno cercato di stilare comunque la loro classifica dei migliori lungometraggi internazionali arrivati, in un modo o nell’altro, all’attenzione del pubblico italiano.

I migliori lunghi internazionali di Giada Sartori

1. Mainstream (Gia Coppola)

Mainstream, secondo lungometraggio di Gia Coppola che arriva a sette anni di distanza da Palo Alto, è un film su una generazione confusa, indecisa su che lettera dell’alfabeto adottare perché ogni due giorni il web suggerisce una lettera diversa. Alla sceneggiatura della stessa regista e di Tom Stuart non interessa portare sullo schermo una visione moralizzante dell’impatto di internet su questa fascia età, ma piuttosto ne vogliono mostrare un quadro sfaccettato, che trova nella contraddizione la sua potenza. Mainstream è un film che interrogandosi sul nuovo significato della parola “celebrità” riesce a capire in maniera inaspettata l’influencer culture e in particolare il mondo di YouTube. Non solo ne capisce il linguaggio, ma anche come si raggiunge davvero il successo. Il tutto viene aiutato da un cast brillante che coniuga nomi come quelli di Maya Hawke e Andrew Garfield con alcuni dei personaggi più famosi del web.

2. Palm Springs

Sembra assurdo che una semplice commedia possa essere il film più attuale del 2020, eppure Palm Springs di Max Barbakow lo è. Sarà colpa di quella ripetizione eterna di un unico giorno sempre uguale a se stesso in cui l’unica strada sembra quella di sprecare un po’ di tempo, inventandosi sempre nuovi assurdi metodi. Palm Springs prende l’espediente narrativo del time loop, usato da classici del genere come Ricomincio da capo o la serie di Auguri per la tua morte, ma riesce a dargli vita nuova, inserendo due persone in quello che di solito è un meccanismo estremamente solitario e alienante. Così Sarah Wilder (Cristin Milioti), che sperava di potersi godere il matrimonio della sorella senza particolari interferenze, si trova trascinata nel 9 novembre eterno che un altro invitato, Nyles (Andy Samberg). Palm Springs vuole anche parlare di amore passando per quella che di solito è la sua morte: la routine. Grazie alla sceneggiatura di Andy Siara e alla chimica incredibile che lega i due attori protagonisti, Palm Springs è la commedia più esuberante e dolce dell’anno.

3. Sound of Metal

Di solito quando si dice che si sente in un film, si intende semplicemente che quel film ha toccato quello spettatore, magari facendolo piangere o ridere, facendogli sentire qualcosa. Se di solito queste sensazioni si fermano su un piano emotivo, Sound of Metal è un film che vuole e riesce a coinvolgerti fisicamente, chiedendoti e costringendoti a vedere e soprattutto ascoltare il mondo come fa il suo protagonista, Ruben Stone (Riz Ahmed). Un giorno, poco prima di un concerto, questi sente un sibilo e pian piano i suoni iniziano a farsi sempre più ovattati alle sue orecchie. Per Ruben non è facile accettare questa sua nuova condizione: essendo batterista in un duo metal, il suono è tutta la sua vita. La fidanzata Lou (Olivia Cooke) decide allora di portarlo in una comunità per sordi per aiutarlo. Sound of metal di Darius Marder è, nella sua essenza, una storia sul tentativo di adattarsi quando la vita ci costringe a prendere una strada diversa da quella che avremmo scelto per noi. Attraverso un uso del suono estremamente particolare e l’incredibile lavoro di Riz Ahmed, Sound of Metal riesce a essere un’esperienza straziante e catartica al tempo stesso.

4. Dick Johnson is dead

A cosa serve il cinema? Può essere ridicolo chiederselo a pochi giorni dal suo 125° compleanno. Le risposte sono molteplici: per intrattenere o emozionare, per raccontare storie e tanto altro. Niente quest’anno mi ha ricordato a cosa serve il cinema come Dick Johnson is dead, documentario di Kirsten Johnson disponibile su Netflix. Con questo film Johnson vuole mostrarci la morte (o sarebbe meglio dire le morti) di suo padre, Dick. Non è ancora morto, ma lei sa come lui e tutti quelli che le ruotano attorno che quel giorno arriverà presto. Proprio questo, di base come un gioco, la regista e figlia inizia a ucciderlo nella finzione filmica per prepararsi e prepararlo a quando quel fatale giorno arriverà. Attraverso Dick Johnson is dead, Johnson vuole accettare la morte e al tempo stesso rendere immortale suo padre, aiutata dalla sua telecamera. E’ una recita, un inno alla vita nella morte e alla morte nella vita, ma è soprattutto una lettera d’amore. Johnson è capace di infondere nuova magia nel cinema, inseguendo una magia estremamente personale ma inerentemente universale. Dick Johnson is dead è un abbraccio in mezzo alle lacrime, è quel gesto che per la sua dolcezza finisce solo per commuoverti di più, ma allo stesso tempo porta conforto alla tua anima ed è quello che il cinema dovrebbe fare più spesso.

5. Wolfwalkers

Lo studio di animazione irlandese Cartoon Saloon torna a stupire, dopo il bellissimo Song of the Sea (2014), con Wolfwalkers di Tomm Moore e Ross Stewart, disponibile su AppleTV+. Ambientato durante il XVII secolo a Kilkenny in Irlanda, il film racconta la storia di Robyn Goodfellowe (Honor Kneafsey), una ragazza trasferitasi lì da poco insieme al padre Bill (Sean Bean), un cacciatore di lupi. Il nuovo governatore della città (Simon McBurney) è convinto che questi animali debbano essere annientati per poter poi sradicare le foreste attorno ai confini della città. Spinta dalla curiosità, Robyn disobbedisce agli ordini del padre e decide di seguirlo in una delle sue battute di caccia, dove finisce Mebh (Eva Whittaker). Quella che di primo acchito sembra una normale ragazzina le rivela presto di essere un wolfwalker: umana quando è sveglia e lupo quando dorme. Wolkwalkers è uno spettacolo visivo di colori vibranti, che sembra quasi provenire dal passato pronto per essere scoperto dal pubblico, capace di coniugare anche temi importanti e per niente scontati nel cinema d’animazione.

I migliori lunghi internazionali di Joana Fresu de Azevedo

1 The trial of the Chicago 7

Nel 2006, Steven Spielberg decide di voler fare un film su una delle pagine più buie della giustizia americana e della storia dei processi politici degli anni ’60-’70, in pieno movimento civile contro la Guerra nel Vietnam: Il processo ai Chicago 7, 7 membri di diversi movimenti e gruppi politici e civili che vennero coinvolti in una serie di scontri con la polizia durante il Congresso Democratico che si svolse nella città dell’Illinois nel 1968. Decide di rivolgersi ad Aaron Sorkin per affidargli la sceneggiatura. Questi accetta da subito con entusiasmo, così come fa l’attore Sacha Baron Cohen, che vuole per sè il ruolo di Abbie Hoffman, uno dei leader del movimento studentesco di Chicago. La produzione si dimostrò complessa. Spielberg abbandonò il progetto. Ma lo riprende, proprio nel 2020, come produttore e lascia che sia proprio Sorkin a curare la regia del film. Che vede un cast d’eccezione (oltre al confermato Baron Cohen, abbiamo anche Eddye Redmayne, Jeremy Strong, Mark Rylance nei panni dell’avvocato difensore e Frank Langella in quelli del discusso giudice incaricato del caso, mentre a Joseph Gordon-Lewitt spetta interpretare il procuratore), al servizio di uno sceneggiatore che continua a non sbagliare, con una narrazione che sa perfettamente coniugare necessità di ristabilire una incredibile verità storica e la volontà di mostrare lo spaesamento di un paese che non voleva una guerra che il proprio Paese stava invece imponendo loro.

2. A metamorfose dos pássaros

Sappiamo quanto sia stato difficile quest’anno per i film trovare una giusta distribuzione e capacità di promozione. In realtà, per alcuni film e determinate cinematografie, non c’entra molto la pandemia. Perché avrebbero avuto le stesse problematiche in un contesto distributivo normale. Spesso è ciò che accade con i film lusofoni, che si trovano a competere in un mercato che ricorda il grande regista Manuel De Oliveira, ma non è capace di cogliere ed accogliere la vastità e particolarità che il cinema portoghese continua a offrire anche dopo la morte del grande cineasta. Quest’anno l’emblema di questo è stato il percorso del bellissimo A metamorfose dos pássaros, film sperimentale della giovane regista Catarina Vasconcelos, che riesce ad avere la sua prima nazionale solo grazie all’acume dei selezionatori della Mostra del Cinema Libero di Pesaro, arrivando anche a vincerne l’edizione 2020. Un viaggio tra cielo e terra: tra passato, presente e futuro; nella memoria, di una donna, di una padre, di una famiglia, di un Paese. Un cinema sicuramente sperimentale, con immagini di repertorio, miste a tecniche da documentario paesaggistico e quadri (nel vero senso della parola) che cercano di coniugare arte e cinema. La sperimentazione qui è anche funzionale a colpire i sentimenti provati dallo spettatore durante la visione.

3. Richard Jewell

Quando si pensa al Clint Eastwood regista è impossibile non pensare a frasi tipo 90 candeline e non sentirle. Ed è esattamente quello che abbiamo pensato quando, a gennaio 2020 (un tempo che sembra così lontano che, colpevolmente, stavamo per fare l’errore di non inserire il film in questa classifica, archiviandolo come un 2019), è arrivato nelle sale italiane il suo ultimo lavoro dietro la macchina da presa: Richard Jewell. Eastwood qui si concede il lusso di occuparsi della sola regia (oltre che della produzione), ma questo non gli impedisce di arricchire il suo film di tutte quelle caratteristiche che sono ormai da anni la sua cifra stilistica cinematografica: abbiamo la critica alla gestione delle informazioni da parte dei grandi network televisivi; la denuncia dei sistemi antidemocratici delle agenzie federali in generale e dell’FBI in particolare; la constatazione che il sistema americano, ricco di possibilità ed opportunità per tutti solo sulla Carta, è incapace di difendere e tutelare i propri cittadini, soprattutto se deboli ed appartenenti alle classi sociali più disagiate. Richard Jewell, nonostante un cast al limite dell’epico, ha avuto, come altri titoli del regista americano, una scarsissima attenzione da parte della critica americana e, soprattutto, è stato praticamente snobbato dalla Academy. Che pare continuare a non gradire che Eastwood non sia più solo l’uomo con il sigaro degli spaghetti western.

4. Un giorno di pioggia

Il mercato cinematografico internazionale ci ha provato in tutti i modi a bloccare l’ultimo lavoro di Woody Allen. Con un’acredine di stampo prettamente moralista che nulla ha a che vedere con il cinema nè è rispettoso dell’enorme contributo che il regista di Brooklyn ha dato a cinema internazionale. Così abbiamo dovuto aspettare che fosse la coraggiosa Lucky Red di Andrea Occhipinti a acquistarne i diritti per la distribuzione in Italia. E abbiamo potuto vedere (ancora in una sala cinematografica non distanziata e senza obbligo di mascherina) Un giorno di pioggia, un film che racconta tanto della delusione verso il mondo del cinema da parte di Allen, ma anche della sua incapacità di amarlo profondamente. Un film in cui offre all’ingrato Timothée Chalamet quella che forse è la sua migliore interpretazione. Peccato la abbia rinnegata, sotto le pressioni del mettoismo più becero. Allen, per nulla arreso, ci presenta la sua amata New York in quella che reputa uno dei suoi migliori momenti: quello in cui una pioggia scrosciante permette ai suoi abitanti di sentirsi ed essere (finalmente) liberi dalle aspettative degli altri.

5. Stardust

Non è ancora arrivato in sala. Ma è uno di quei film per i quali dobbiamo ringraziare i festival cinematografici del loro contributo nella promozione. Gabriel Range, infatti, doveva presentare il suo Stardust, biopic su David Bowie, al Toronto Film Festival ma, a causa della pandemia, riesce ad avere la sua anteprima internazionale alla 15ª edizione della Festa del Cinema di Roma. Il regista inglese vuole, sin da prima dei titoli di testa, chiarire che «quello che segue è (quasi tutto) finzione». I fan di David Bowie potrebbero restare delusi. Chi si aspettava di vedere Ziggy Stardust sul grande schermo potrà pensare d’aver sbagliato sala, perché il protagonista di Stardust non è il Duca Bianco, né il suo alter ego degli anni ’70. Stardust non è un film su uno dei più grandi rappresentanti della musica internazionale. Sono solo brevi gli accenni della sua prima discografia: il focus è tutto sul concetto di follia. Questa paura lo trascinerà in una spirale di vergogna e terrore, portandolo a credere che il solo modo per poter essere se stesso sia interpretare qualcun altro. Da qui, dall’angoscia derivata dal costante tentativo di sfuggire a un destino di malattia mentale, nascerà Ziggy Stardust, il personaggio che permetterà allo spaventato David Jones di diventare il carismatico David Bowie, che tutti abbiamo imparato a conoscere.

di Giada Sartori e Joana Fresu de Azevedo