Pochi anni come il 2020 appena passato hanno dimostrato ufficialmente un dato che era in costante crescita in quelli passati: il cortometraggio italiano c’è, resiste ed è più dinamico che mai. Caratterizzato ancora da una visione spesso incentrata sulle dinamiche e storture sociali, il corto italiano mostra anche una incredibile capacità di creare storie, spesso narrativamente perfette, in grado di coinvolgere il pubblico. Lo fa con una molteplicità di linguaggi possibili: dalla fiction pura, che è sia commedia che dramma (o, spesso, entrambe le cose insieme) al recupero di materiali d’archivio, financo privato alla potenza delle immagini animate. Siamo convinti che il 2020 sia stato per molti degli autori di cortometraggi un anno di svolta. E auguriamo lunga vita al comparto. Intanto, scopriamo quelli che per Joana Fresu de Azevedo e Giada Sartori sono stati i migliori dell’anno.

Top5 Migliori Corti Italiani di Joana Fresu de Azevedo

1. Gas station (Olga Torrico)

Nel suo primo cortometraggio da regista, Olga Torrico si muove da cineasta quasi consumata. Vuoi per la sua conoscenza del mezzo e del linguaggio, dovuta al suo essere sia distributrice che produttrice, vuoi per una profonda sensibilità che la caratterizza anche a livello personale, in Gas Station troviamo una incredibile abilità nel muovere la macchina da presa nell’intreccio tra fiction e materiali dal suo archivio famigliare. E anche una capacità di scrittura, un’analisi profondamente toccante di cosa significhi essere una giovane donna che cerca un nuovo futuro, senza riuscire mai davvero a dimenticare il proprio passato. E a trasformarlo in forza.

2. La grande onda (Francesco Tortorella)

La mafia non uccide solo d’estate. E non è stata ancora sconfitta. Proprio per questi motivi, il suo potere, la sua capacità di sconvolgere il nostro vivere quotidiano non può e non deve essere dimenticato. Facendo sua una missione quasi pedagogica di ricordo di questo triste passato criminale e criminoso che così profondamente ha colpito il nostro paese, Francesco Tortorella porta la condanna civile in una animazione particolare. La cura dei dettagli, il tratto non convenzionale, la potenza della storia e il modo di raccontarla rendono questo corto tra quelli che dovrebbero far parte dei programmi scolastici.

3. Ridens (Alessandro Valbonesi)

La condanna dell’essere felici ad ogni costo. Ridere. Ridere sempre. Fino alle lacrime e allo sfinimento. Con l’ironia che lo contraddistingue da sempre e quella capacità di far sorridere lo spettatore fino alla fine dei suoi corti, portandolo, al tempo stesso, a lunghissime e serissime riflessioni post visione, con Ridens Alessandro Valbonesi sembra aver aver fatto il passo finale decisivo per trasformarmi in un autore compiutamente maturo: ha compreso quanta drammaticità possa esserci nella comicità a tutti i costi. Ed è riuscito a farci comprendere quanto fondamentale possa essere, per conoscerci meglio, imparare a non vergognarci e a non temere di mostrare le nostre lacrime. Il merito è indubbiamente da condividere con l’eccezionale cast e troupe della Toast Film, dagli storici Roberto Radicioni e Edoardo Di Maria, alla nuova linfa tutta al femminile, prime tra tutte, in questo corto, la bravissima Laura Finozzi.

4. Specchio (Caterina Crescini)

Quando (con fare anche un po’ saccente) ci diciamo che non ci siano abbastanza registe donna o che siano troppo poche le storie che parlano al femminile e del femminile, cerchiamo di ricordare il nome di Caterina Crescini. Che con il suo primo cortometraggio (frutto del suo saggio di diploma alla prestigiosa RUFA di Roma), Specchio, non solo ci dimostra quanto potente possa essere lo sguardo di una donna attraverso la telecamera, ma che nella semplicità della narrazione stia la potenza di una storia come quella delle due protagoniste. Nessuna volontà di giudicarle. Nessun intento di voler imporre lo sguardo della regista su quello della sceneggiatrice (peraltro, in questo caso incredibilmente, si tratta della stessa persona). A prevalere è la voglia di libertà. Di amare a prescindere. E la sempre meravigliosa Daphne Scoccia, qui accompagnata da una giustamente teatrale Flaminia Cuzzoli, risultano due attrici perfette per interpretare tutto il disagio, i segreti, le paure e la determinazione dei loro personaggi.

5. Onolulo (Iacopo Zanon)

Lavoro e precariato. Due giovani donne che vivono le loro esistenze tra abusi sul lavoro e voglia di perdere ogni inibizione facendo la sex worker di fronte ad una telecamera. Violenza. Indecisione e incapacità di vedere al di là del proprio presente, della propria mera quotidianità. Ma il mondo racchiuso dentro a Onolulo è ben più variegato e complesso. Se è vero che Iacopo Zanon ci parla di precariato, Il regista lo fa attraverso la delineazione di due donne. Spaesate e spaventate. Arrese quasi, nonostante la loro giovane età, all’immutabilità di un destino cui sembra siano costrette per il loro solo essere donne, in un mondo di regole dettate dagli uomini. Carla e Giulia credono di non poter cambiare i propri lavori, perché sono quelli che sono riuscite a trovare e che permettono loro di vivere. Perché semplicemente, gli altri, quelli normali, sono lavori concessi solo agli uomini. Ma resta il sogno. Quello di un viaggio. Che può anche solo portare le protagoniste ad aspettare con ansia che un raggio di sole scaldi i loro volti.

Top5 Migliori Corti Italiani di Giada Sartori

1. Biagio – Una Storia Vera (Matteo Tiberia)

Biagio, un pupazzo rosso diventato famoso per un programma per bambini, decide di seguire i suoi sogni e di realizzare finalmente un progetto che sente veramente suo: Et Consumimur Igni, uno squarcio sul disagio della periferia romana e sulla tossicodipendenza. Le prime reazioni sono tutt’altro che positive, ma il pupazzo sembra non voler demordere. Tra interviste a colleghi ed esperti, Biagio – Una Storia Vera segue la lotta di un essere per la sua libertà artistica, lontana dalle definizioni che il mondo vuole imporgli. Tra i volti noti che compaiono nel documentario di Matteo Tiberia, troviamo Edoardo Ferrario, Valerio Lundini ed Emanuela Fanelli.

2. L’ultimo fascista (Giulia Magda Ramirez)

Giulia Magda Ramirez, con L’ultimo fascista, vuole riflettere sulla letalità del fascismo, usando la commedia. I militanti di Fiamma Nuova vedono sparire tutte le persone che più odiano al mondo e capiscono di possedere qualche potere per rendere tutto ciò possibile. È una pandemia capace di distruggere il mondo, ma che nasce dalla mente umana e dall’odio. La regista e sceneggiatrice è capace di sottolineare con estrema ironia le contraddizioni nel pensiero di queste persone, realizzando un cortometraggio feroce ed esilarante.

3. Omelia Contadina

Omelia Contadina porta sullo schermo l’unione tra l’attenzione estetica di Alice Rohrwacher e l’immaginazione dello street artist JR, conosciuto soprattutto per i suoi giganteschi ritratti fotografici. Il loro scopo è quello di celebrare il funerale dell’agricoltura contadina con l’aiuto dei braccianti e degli abitanti dell’altopiano dell’Alfina. Celebrare un funerale suona sempre come una contraddizione, eppure nel caso di Omelia Contadina è calzante: se da un lato si piange la morte di una tradizione, ma anche si guarda con ammirazione chi combatte per mantenerla viva.

4. Where the Leaves Fall (Xin Alessandro Zheng)

Where the Leaves Fall, presentato alla Settimana Internazionale della Critica a Venezia, è il cortometraggio di tesi triennale per Xin Alessandro Zheng, ma già porta traccia di una grande attenzione registica. Al centro della narrazione troviamo Giacomo (Giulio Acan Cai), un ragazzo italo cinese di seconda generazione che si trova costretto a tornare in Cina, nella città natale dei propri genitori, per riportare le ceneri del padre scomparso prematuramente. Qui incontra suo nonno (Zheng Wuyi) che lo porta una parte della sua cultura che spesso ha trascurato. Where the Leaves Fall è una delicata riflessione sull’importanza delle proprie radici, che riesce proprio, per la sua sincerità e per le capacità di scrittura e regia di Zheng a non cadere mai nella retorica.

5. Les Aigles de Carthage (Adriano Valerio)

Adriano Valerio, già vincitore del David di Donatello e del Premio Speciale Nastro d’Argento con il suo cortometraggio 37°4S, ha portato quest’anno alla Settimana Internazionale della Critica Les Aigles de Carthage. Ci porta in Tunisia per riguardare attraverso gli occhi dei cittadini quella partita dove la nazionale (soprannominata appunto aquile di Cartagine) sconfisse il Marocco aggiudicandosi la coppa d’Africa. Son passati oltre quindici anni da quel momento, ma l’emozione è ancora viva e sentita nei cuori di tutti. Les Aigles de Carthage passa dai volti anonimi dei tifosi ad angoli vuoti della città, usando il calcio come ponte di unione in un paese frammentato dalle guerre e della colonizzazione.

di Joana Fresu de Azevedo e Giada Sartori