La Torre Eiffel, il monumento parigino per eccellenza, sta all’inizio e alla fine della carriera cinematografica di François Truffaut, anche se opposto è il suo valore algebrico.
I 400 colpi, fulminante esordio del regista francese (di cui abbiamo parlato nel nostro precedente articolo), si apre con una sequenza in cui l’inconfondibile architettura della Torre è svelata a poco a poco: dapprima si scorge la sua sommità che emerge sopra i tetti e le cimase, poi, a mano a mano che l’occhio della macchina da presa si approssima, eccola nella sua interezza. Ma è soltanto la visione di un istante: come se fosse risucchiata da una irresistibile corrente d’aria, la cinepresa subito si allontana, sicché il monumento diviene sempre più piccolo fino a scomparire del tutto. Il rimpianto per una felicità che è sottratta nel momento stesso in cui si affaccia, la nostalgia per una bellezza che ci è negata ma alla quale sentiamo di appartenere, la fuggitiva emersione di un senso subito sommerso dal flusso lutulento e anonimo dei giorni, trovano in questa memorabile sequenza una sintesi felicissima.

In Finalmente domenica! (Vivement dimanche!, Francia 1983), ultimo film diretto da Truffaut, compare di bel nuovo la Torre Eiffel, ma sotto forma di modellino, utilizzato per di più, come se già non bastasse questa irriverente deminutio, a guisa di corpo contundente con il quale Barbara stordisce il proprietario dell’appartamento in cui si era intrufolata insieme al proprio principale Julien Vercel, alla ricerca di prove per scagionarlo dall’accusa di duplice omicidio.
Bastano questi corsivi richiami per capire come nell’estremo capodopera di Truffaut irriducibile sia la distanza non soltanto con il film che ha inaugurato la sua fortunata carriera cinematografica, ma anche con quelli successivi in cui le geometrie d’amore sono il più delle volte scalene, inquiete, periclitanti. In Finalmente domenica! si avverte, invece, un superiore equilibrio, una raggiunta maturità, un’aura di pacificazione. Le piccole volpi che guastano le vigne, per citare un celebre verso del Cantico dei cantici, sono messe in fuga, impaurite dal gesto gagliardo di Barbara. Sotto la minaccia di quel soprammobile che è epitome del Kitsch, pronto ad abbattersi con grande rovina sopra coloro che insidiano la vita dell’uomo di cui è innamorata, si dileguano i terrori della notte, si dissolvono le incomprensioni che avvelenano e guastano l’amore e ogni ombra è calpestata. Al netto delle implicazioni sessuali evocate dalla Torre Eiffel – alla fallocrazia è inferto un colpo micidiale da uno dei suoi stessi simboli (perché fallocratica è la società ritratta – e per questo irrisa – nel film, governata da lenoni, da prosseneti, da attori che approfittano delle prove per fare la mano morta con le colleghe, da uomini gelosi e violenti) –, il gesto guerriero di Barbara, epigone della Pulzella d’Orleans e della Marianna che guida i citoyens, è prepotente affermazione di un eros che attraverso molteplici póroi ha finalmente sconfitto penía. Se buona parte della filmografia di Truffaut, infatti, è una continua riflessione sulla fabula narrata da Agatone nel corso di una notte attica che tanto influenzerà i destini estetici dell’Occidente, in Finalmente domenica! la tensione dinamica consustanziale all’amore, la quale fa sì che esso sia il campo di battaglia conteso da pienezza e bisogno, da ricchezza e povertà, cede il passo a una visione serena di Eros. Questi non è più un cacciatore perturbante (thereutés deinós), bensì un fanciullo burlone, simile che si diverte a giocare a rimpiattino con il copri-obiettivo di una macchina fotografica, come si vede in quelli che, forse, sono i più bei titoli di coda nella storia del cinema.

L’epilogo del film, con le nozze in chiesa officiate secondo il rito cattolico romano da un prete che, con un autentico coup de théâtre, si scopre essere lo stesso uomo che Barbara aveva colpito con il modellino della Torre Eiffel, è celebrazione di una pienezza finalmente (vivement!) raggiunta: non si tratta di un matrimonio riparatore (Barbara è incinta), ma di un inno alla tenerezza e alla speranza, di una apertura fiduciosa al futuro che trascende l’aspetto confessionale per acquistarne uno autenticamente spirituale, quello, cioè, della piena realizzazione dell’Umano attraverso l’amore. Gli ostacoli ci sono, ma vengono superati; i rischi non mancano, ma sempre si trova l’artificio per scansarli. Astuta, scaltra, dalla mente variopinta, cangiante, odisseica è Barbara: maestra nell’arte della parola e della persuasione, dell’inganno e del travestimento (nel corso del film è, nell’ordine, irreprensibile segretaria, abile detective con il classico impermeabile à la Marlowe, attrice nel ruolo di Blanche nel dramma di Hugo Le roi s’amuse e provocante prostituta), ella possiede una fortezza che mai conosce cedimenti. Questo timbro guerresco è avvertibile a partire già nel piano sequenza con cui si apre il film: accompagnata da una smagliante partitura di Georges Delerue – una incantevole sinfonietta che non potrebbe rendere meglio le bonheur de vivre –, Barbara cammina sorridente, con passo sicuro e flessuoso, consapevole della propria femminilità. Nulla sembra trattenerla, nulla le è di inciampo: ogni cosa al suo passaggio è ridotta a coraggiosa chiarezza.

Come si diceva Finalmente domenica! è l’ultimo film diretto da Truffaut prima di morire. Di sicuro se fosse vissuto di più il cineasta parigino ci avrebbe donato altri capolavori, eppure non riusciamo a scrollarci di dosso la convinzione che difficilmente egli avrebbe potuto superare il traguardo raggiunto con quest’opera, che non esitiamo a definire un testamento umano e artistico. Un testamento, come è noto, coglie l’essenziale, punta dritto al nocciolo della questione, senza troppe digressioni e circonlocuzioni: la sua cifra stilistica, insomma, è la brevità e la capacità di condensare in poche, ma meditate parole il cammino di una intera vita. Se così stanno le cose, il già richiamato epilogo del film, dove la macchina da presa inquadra i piedi dei piccoli coristi che giocano a passarsi il copri-obiettivo tra risa cristalline (è riproposta di nuovo la sinfonietta del prologo), è ‘ciò che resta’ dell’arte di Truffaut. Ed è un lascito grandissimo, perché parla della fanciullezza quale dimensione autentica dell’Uomo, della leggerezza quale categoria dello spirito, dell’arte quale gioco. Ci piace pensare che quei bambini si stiano divertendo con l’obiettivo della stessa cinepresa che li sta riprendendo. Se questa lettura coglie nel segno, limpido è il messaggio che se ne trae: l’arte è davvero grande quando non si prende sul serio, quando non ha la pretesa di spiegare ogni cosa, quando se ne sta un passo indietro rispetto alla vita e soprattutto quando è capace di ridere di se stessa.

di Andrea Panzavolta