Una micronazione è per sua natura un’entità che chiede di essere riconosciuta formalmente come nazione o Stato indipendente, rimosso dal suo ambiente naturale. Il termine nacque negli anni Settanta del secolo scorso quando, in preda a un desiderio di libertà e autonomia dato dal ’68, in tutto il mondo iniziarono a diffondersi queste strane roccaforti. È difficile capire quale sia l’intento di una micronazione: può essere il bisogno di vivere con delle proprie regole o anche di evitarle a tal punto da chiudersi in una dimensione ludica, ci può essere chi decide di ricreare un mondo letto in un libro o chi decide di crearsi un mondo proprio perché quello vero lo ha stancato. La vera costante di tutte queste realtà è la loro natura di soluzioni temporanee, isole felice destinate ad essere annullate dalla legge degli stati circostanti. Un esempio di micronazione tra i più noti ha avuto luogo vicino all’Italia o più precisamente a 11,6 km a largo di Rimini, appena 500 metri fuori dalle acque territoriali italiane. Si tratta della Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose, una piattaforma di tubi d’acciaio progettata dall’ingegnere bolognese Giorgio Rosa. La dichiarazione d’indipendenza arrivò in una data simbolica per quella voglia di libertà: il 1° maggio 1968.

Basta sapere questi pochi accenni storici per capire perché questo episodio della storia italiana, presto sotterrato come un semplice capriccio di carattere commerciale, abbia catturato l’attenzione di Sydney Sibilia. Si avvicina a livello tematico a quella che era la riflessione centrale alla trilogia di Smetto Quando Voglio: questo desiderio di rivincita rispetto alle precise convenzioni sociali del mondo che ci circonda. È un mondo quasi programmato per far fallire il giovane sognatore e quindi questi decide di fare a modo suo, reinventandosi. In fondo è quello che succede a Pietro Zinni e alla sua banda ed è quello che Sibilia crea per la sua versione di Giorgio Rosa, interpretato da Elio Germano, ne L’incredibile Storia dell’Isola delle Rose. Già l’uso dell’aggettivo incredibile nel titolo denota qualcosa che fugge dalla comprensione umana e il regista e sceneggiatore rispetta questa sospensione dell’incredulità richiesta dalla vicenda. Il desiderio di creare un nuovo mondo nasce per Giorgio Rosa come una provocazione, un atto di ribellione contro i paletti posti alla sua creatività. Così dopo l’esame di stato, l’ennesimo litigio con la sua ex fidanzata Gabriella (Matilda De Angelis) e un colpo di genio durante un MotoGP, arriva a Rimini dal collega e amico Maurizio Orlandini (Leonardo Lidi) e gli propone la sua folle idea di costruire un’isola fuori dalle acque territoriali italiane. Sono idee che una persona esterna potrebbe considerare assurde, ma nell’esplosivo microcosmo di quegli anni era la cosa giusta da fare. Così tra mille esperimenti riescono ad ultimare i lavori e l’isola inizia a popolarsi di sconosciuti e di costanti: l’apolide e ormai primo intrattenitore della Riviera Romagnola Rudy Wolfgang Neumann (Tom Wlaschiha), la giovane Franca (Violetta Zironi) e il naufrago Carlo (Ascanio Balbo). Lentamente quel mondo inizia a prendere forma anche se in modi contrastanti e incerti, ma presto il desiderio di libertà spaventa i poteri forti e nello specifico il presidente del governo Giovanni Leone (Luca Zingaretti) e al suo ministro degli interni Franco Restivo (Fabrizio Ventivoglio), che cercano in tutti i modi di opporsi alla Repubblica dell’Isola delle Rose.

È facile definire L’incredibile Storia dell’isola delle Rose un inno a un mondo libero e utopico, ma il problema in questo sta proprio nella complessità della parola utopia. L’utopia per sua definizione non dovrebbe esistere nella realtà, invece quello che Giorgio Rosa ha realizzato è stato concreto e tangibile, seppur per un lasso limitato di tempo. L’opera di Sydney Sibilia, da pochi giorni disponibile su Netflix, sembra più volersi concentrare sull’utopia della positività del suo protagonista, alla sua feroce determinazione che sembra non conoscere ostacoli. L’incredibile storia dell’Isola delle Rose è una chiara dimostrazione di un approccio non diverso, ma più maturo da parte del suo regista. Se la vivacità e l’umorismo sono efficaci come sempre supportati da un cast brillante (si distinguono, oltre a Elio Germano e al suo perfetto accento bolognese, Leonardo Lidi e Tom Wlaschiha per i loro tempi comici), la sceneggiatura riesce a gestire con chiarezza il passaggio tra toni diversi e contrastanti, in modo più compatto rispetto a Smetto quando Voglio: Ad Honorem. L’incredibile Storia dell’Isola delle Rose rappresenta anche un azzardo completamente riuscito sul piano visivo (anche se è a volte sembra notarsi qualche problema con il green screen). Dalla costruzione di una vera piattaforma all’uso delle infinity pools maltesi per mantenere il legame con l’acqua, Sydney Sibilia si riconferma un regista ambizioso che sa cosa è capace di realizzare e ignora i limiti impostogli da una concezione ristretta di cosa può e cosa dovrebbe essere il cinema in Italia. L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, prodotto da Matteo Rovere e Groenlandia, è un esempio verace di cosa significhi essere sicuri delle proprie idee e portarle a compimento, sia davanti alla camera da presa che dietro di essa.

Seppur per costituzione potrebbe sembrare il suo primo intento, il film sceglie di non concentrarsi troppo su una riflessione legata al concetto di stato, preferendo indugiare su un concetto alternativo di famiglia, ascrivibile al tropo della found family, già uno dei pilastri portanti della trilogia di Smetto. È una tenerezza che emerge soprattutto nella costruzione dei rapporti sullo schermo che si muove per dettagli. Sydney Sibilia sembra aver accudito un ricordo pieno di speranza ma tristemente caduto nel dimenticatoio, rimodellandolo, cambiandone dei dettagli, ma restando fedele alla sua essenza e poi averlo voluto condividere con il mondo proprio in un momento in cui questo desiderio di ballare sotto l’acqua anche se siamo in mare aperto. È una voglia di libertà e di veder trionfare le proprie idee, che nella sua assurdità sa di casa.

di Giada Sartori