I Manetti Bros hanno da poco concluso le riprese della nuova stagione de L’ispettore Coliandro. Al ritorno a Roma, in attesa di vedere Diabolik, abbiamo avuto il piacere di intervistare Antonio Manetti, che ringraziamo per la sua disponibilità.

Tra i vostri inizi c’è anche il cortometraggio. Qual è stato il suo ruolo?

In realtà De Generazione, con cui abbiamo ricevuto un premio a Cattolica agli inizi della nostra carriera, è una raccolta di corti, però è più un lungometraggio fatto ad episodi. Erano stati prodotti e pensati per essere tutti insieme e non come cortometraggi a se stanti. Noi abbiamo diretto un cortometraggio, poi ne abbiamo scritto un altro, prodotto un altro, interpretato un altro, però appunto abbiamo diretto solo un cortometraggio che in fondo era per un lungometraggio. I cortometraggi che abbiamo fatto non sono professionali, li abbiamo realizzati da soli a casa ancora prima di pensare di diventare registi. Erano cortometraggi perché quando fai una cosa da solo tendi a fare una cosa breve. Ne abbiamo girati anche quando non avevamo ancora iniziato a lavorare insieme perché entrambi avevamo delle storie in testa.

Film, serie televisive e videoclip. Come vivete il cambio di medium da registi?

Si pensa che dirigere per il cinema, per la televisione o addirittura girare dei video musicali, preveda un approccio diverso e noi non ce l’abbiamo mai avuto o comunque non è un approccio diverso per quanto riguarda il tipo di lavoro svolto. Fare il regista è sempre la stessa cosa e noi cerchiamo di tenere sempre lo stesso approccio. Il cinema è, tra queste tre, l’arte più libera, in quanto ogni regista è autore del suo film, almeno nel caso di registi autori come noi, sono delle nostre idee costruite su di noi. Da sempre quando facciamo un film ci sentiamo molto liberi. Il videoclip è un lavoro su commissione, sei chiamato da una casa discografica o da un cantante che vuole rendere delle immagini sulla sua canzone. Il regista in questi casi è più un tecnico, visto che la parte prettamente artistica è condivisa con l’artista musicale o con la casa discografica, perché chiaramente è una loro opera. Rimangono un’opera su commissione anche se noi ne abbiamo fatti tanti e ci piace tanto farli.

La televisione è una via di mezzo perché anche questa ha in qualche modo un committente che è la rete. La rete, qualsiasi essa sia, che sia Rai, Mediaset, Sky o Netflix, qualsiasi rete o servizio di streaming, è il vero produttore e questo vuole riempire il proprio palinsesto con una specifica opera e viene chiamato un regista su commissione per fare questa cosa. Quasi non è nemmeno un discorso autoriale come invece è per il cinema. Coliandro, su cui lavoriamo da tantissimi anni, è una serie scritta da Lucarelli, poi chiaramente siamo diventati anche noi autori con il tempo, però all’inizio siamo stati chiamati e abbiamo fatto il nostro lavoro di registi. Lo abbiamo fatto nello stesso modo in cui pensiamo quando giriamo un film. Non abbiamo pensato ad esempio che è televisione, quindi lo schermo è piccolo e dobbiamo fare delle inquadrature diverse per fare in modo che la gente veda bene su uno schermo piccolo. Ragioniamo nello stesso modo, è chiaro che il lavoro è diverso, perché appunto al cinema è più personale. Ci può essere la televisione personale e ce ne è tanta, però chiaramente devi fare un prodotto televisivo particolare. Ce ne sono tanti di esempi come quelli di David Lynch, ma anche noi potremmo prima o poi fare la nostra serie personale, però la televisione che abbiamo fatto finora è una televisione dove il committente è importante tanto quanto noi. Ci piacerebbe realizzarla, ma preferiamo racconti brevi e autoconclusivi come appunto i film.

Come vivete i cambiamenti dell’industria dalla vostra posizione di registi, sceneggiatori e produttori?

I cambiamenti ci son sempre stati e son cambiamenti che è necessario affrontare. È inutile contrastarli perché sono dei cambiamenti molto più grandi di noi e le novità e la trasformazione non ci spaventano. In questo momento noi crediamo ancora nelle sale, per quanto in questo momento di pandemia siano chiuse. Sto dicendo questa cosa in un momento storico in cui le sale non ci sono, ma sappiamo che le sale, finita la pandemia, continueranno ad esistere. Molti hanno paura che non riapriranno più o che saranno per un pubblico minore. Noi pensiamo che il cinema sia non solo un’esigenza del pubblico di appassionarsi a una storia, che è un’esigenza naturale dell’uomo, ma è anche un’esigenza di socialità, di uscire in gruppo, di vedere un film e poi parlarne davanti a una pizza, di vedere il film insieme a una sala piena di sconosciuti dove le risate sono portate da altri e ridi pure te. Il bello della sala sono le emozioni che si vivono in comune. Secondo noi ci sono ancora questa voglia e questo bisogno nel pubblico. La televisione, quella via cavo di tanti anni fa, ha disturbato il cinema ma non l’ha modificato. Sembra che lo streaming stia modificando di più lo scenario, però secondo me si fanno solamente più prodotti, puoi vedere una serie a casa con i tuoi tempi. Sarà sempre più bello vedere i film in sala, questa non è una mia opinione ma un bisogno.

Noi abbiamo iniziato girando in pellicola e montando con moviole. Adesso si gira in digitale e si monta in digitale, quindi il lavoro è chiaramente cambiato molto. Il cambiamento non ci ha mai spaventato, siamo stati tra i primi a passare con la pellicola digitale pure nei film che uscivano in sala. Ad esempio Piano 17, che abbiamo presentato a Porretta, è uno dei nostri primi film ed è stato realizzato in digitale in un’epoca in cui il digitale era ancora considerato poco cinematografico. C’era qualche esempio all’estero, ma in Italia erano tutti spaventati. Noi abbiamo affrontato subito questo cambiamento ed è stata una scommessa vincente. Piano 17 è un film a cui noi teniamo particolarmente, perché, come dicevamo, ha segnato il nostro modo di fare i registi. Dopo Piano 17 in poi il nostro modo di pensare alla produzione di un film e al lavoro è cambiato. È stato un esperimento tra il bassissimo budget, l’uso del digitale e la completa autoproduzione. Da là in poi abbiamo capito che si poteva badare più alla sostanza, che alla comodità. Noi abbiamo usato il digitale perché non ci potevamo permettere la pellicola, tutti intorno a noi dicevano che era troppo presto e che il cinema ancora non era adatto al digitale e invece noi abbiamo preferito portare avanti le nostre idee e raccontare la storia che volevamo.

di Giada Sartori