Avete presente quando, dopo una dura e lunga giornata di lavoro, non vedete l’ora di tornare a casa? Magari, di mettervi addosso qualcosa di comodo, prendervi un bicchiere di vino, accendervi una sigaretta e buttarvi sul divano a guardare qualcosa di non impegnativo, che so, Blob? Ecco, immaginate di essere in questa situazione. Dopo le 20 di sera. E che vi squilli il telefono. Eravamo noi, che chiamavamo Edoardo Pesce poco dopo il suo ritorno a casa da una nuova ed intensa giornata sul set, dove sta ultimando le riprese di Christian, serie tv (al momento) definita supernatural-crime-drama, diretta da Stefano Lodovichi, che a breve verrà trasmessa su Sky (nel cast, anche Claudio Santamaria, Silvia D’Amico, Antonio Bannò, Gabriel Montesi e Lina Sastri). Anche per questo, gli siamo grati di aver rinunciato a mezz’ora del suo prezioso relax per parlare con noi, a tutto tondo, della sua carriera, delle sue passioni e del modo in cui affronta questo gioco molto serio (frase che gli disse un giorno una sua collega a teatro e che da allora ha fatto sua) che guida il suo mestiere di attore.

Il grande pubblico ha iniziato a conoscerti per il tuo ruolo di Ciro Buffoni in Romanzo criminale – La serie, guardandoti sullo schermo per oltre due anni. Come guardi alla tua carriera, ai tuoi esordi?

Sul set con Sollima e i miei colleghi ho sicuramente imparato molto. Era la prima produzione grossa a cui partecipavo: 60 giorni di riprese per 22 episodi (12 quelli che compongo la prima stagione e 10 quelli della seconda, NdR). Ma avevo già iniziato qualche anno prima. Soprattutto, facendo molte cose a teatro, alcune pubblicità, partecipazioni con piccole parti in altre serie. Ma è facendo teatro, stando sul palco, che ho capito di voler fare l’attore. Ho fatto tanta gavetta, ma ora, con quasi 15 anni di lavoro alle spalle, posso dire di campare facendo l’attore. É il mio lavoro, quello che mi dà da vivere. Ma anche quello che mi piace fare. Quindi, mi sento molto fortunato di essere arrivato dove sono ora. E di poter continuare a farlo.

C’è un’altra grande passione nella tua vita. Sempre molto presente anche nei personaggi che interpreti. Ed è quella per la musica.

Mi piace cantare. Suono un po’ la chitarra. Ma, soprattutto, mi piace il contatto con il pubblico, mi piace giocare dal palco con chi viene a vedermi o sentirmi. Negli anni, per me, la musica è stato questo. Con il mio gruppo, i Saint Peter’s Stones (I Sanpietrini, un omaggio alla mia città, Roma) credo di aver suonato in tutti i locali di Roma. Con L’Orchestraccia è stato lo stesso. Ho anche qualche pezzo nuovo. Spero di poter realizzare presto anche questo nuovo progetto musicale. Comunque, anche in questo caso, il desiderio è quello di raccontare la città, recuperare un po’ della sua storia e delle sue tradizioni attraverso la rivisatazione degli stornelli romani, ma anche di affrontare, in modo perché no anche goliardico, alcuni temi sociali. E farlo davanti ad un pubblico a cui puoi donare qualcosa di te. In fondo, è quello che cerco di fare anche come attore.

Effettivamente, prendendo gli ultimi film usciti che ti vedono come protagonista (Gli indifferenti, di Leonardo Guerra Seràgnoli, disponibile sulle principali piattaforme streaming, e La regola d’oro, di Alessandro Lunardelli, vincitore del Premio del Pubblico alla XIX edizione del Festival del Cinema di Porretta Terme), i tuoi personaggi affrontano temi sociali molto importanti.

Se provo a fare un bilancio di questi ultimi anni, posso dire che un’altra fortuna che ho nel fare questo mestiere è quello di poter scegliere le parti che interpreterò. Anche se mi rimane, in un certo senso, l’impronta teatrale: mi piace poter fare i provini, spesso sono io stesso a chiederli; trovo fondamentale arrivare sul set preparati, leggere e studiare le sceneggiature, fare le prove con quelli che saranno i miei colleghi prima di arrivare sul set. Purtroppo, per Gli indifferenti ho avuto poco tempo per fare questo, perché avevo finito da meno di un mese di girare il film tv su Alberto Sordi (Permette? Alberto Sordi, disponibile su Raiplay). Ma lì mi sono lasciato guidare da Leonardo, che partiva da un’ottima sceneggiatura e aveva già le idee molto chiare su come dovessimo muoverci in scena. E spero di aver dato al personaggio la giusta e meschina interpretazione. Con Alessandro, invece, abbiamo lavorato molto, ho potuto studiare e rendere mio in modo più completo il personaggio Massimo, un autore tv apparentemente buono, ma anche molto subdolo. E ci siamo anche molto divertiti, insieme a tutti gli altri attori, sul set. Mi dispiace solo che, a causa di questa assurda situazione che stiamo vivendo, non si riesca a percepire le reazioni del pubblico. Mi manca molto il contatto con chi vede i miei film, poter ascoltare i loro pareri.

E tu ti rivedi? Guardi i tuoi film quando escono e riesci a valutare la tua interpretazione?

In realtà, praticamente mai. Forse sbaglio. Ma anche questo mi arriva dal teatro. Edoardo De Filippo diceva che, una volta finito lo spettacolo sul palco, l’attore muore, deve sparire. Per poter rientrare subito nella parte che dovrà interpretare nello spettacolo successivo. Per me finora è stato un po’ così. Cerco sempre di entrare molto nel personaggio. Già da prima di arrivare sul set e iniziare le riprese, mi rendo conto che inizio a cambiare la voce, prendendo la sua, a muovermi nella mia quotidianità come se fossi lui. Anche per questo, per me è fondamentale ciò che riesco a captare dalla sceneggiatura del film. La scrittura è un elemento fondamentale. Se c’è quella ed è buona, quello dell’attore può davvero essere un gioco molto serio e bellissimo al tempo stesso. Ma, dopo aver chiuso un set, devo guardare avanti, per entrare in quello nuovo. Sia chiaro, mi piace anche molto fare ed essere un po’ il cazzaro, serve anche quello. Ma non mi piace essere approssimativo. Prendo molto seriamente quello che faccio. Forse anche perché sento il peso della responsabilità che ho quando sono in scena. Quella, appunto, di dover raccontare una storia. E di doverlo fare portando rispetto a chi l’ha scritta, a chi sta dirigendo, ai colleghi che sono accanto a me sul set. Al film stesso e al pubblico che lo andrà a vedere.

di Joana Fresu de Azevedo