Stasera il Festival del Cinema di Porretta presenta nella sezione Focus Emilia Romagna il colore di sera, documentario di Spartaco Capozzi su Maria Concetta Cassarà, anziana signora siciliana ma trasferitasi a Bologna che ha scoperto l’arte solo in tarda età ma con risultati preziosi e degni di essere conosciuti dal pubblico. Il film è la sua storia, ma ancora il racconto dell’esperienza dello stesso regista, dell’evolversi del rapporto che li ha legati. Abbiamo chiesto a Spartaco Capozzi, che ringraziamo per la sua disponibilità, di raccontarci in prima persona il colore di sera:

Come ha conosciuto Maria Concetta Cassarà e qual è stato il processo per convincerla a partecipare al film?

Una persona che conosco, Sara Ugolini, una studiosa d’arte e in particolare di un tipo di arte che si chiama Outsider Art (riguarda artisti che non hanno una formazione accademica e che all’improvviso iniziano a fare arte, spesso anche in situazioni di disagio, venendo poi riconosciuti con mostre o articoli sul loro operato) ha avuto modo di scoprire Maria Concetta Cassarà, perché il figlio Alfio vendeva i quadri nel centro di Bologna per sbarcare il lunario, e Sara ha deciso di comprarne uno. All’inizio il figlio spacciava per propri i quadri e molte persone non sanno che in realtà erano di sua madre. Sara mi ha parlato di Maria Concetta dopo essersi occupata delle sue opere per anni, realizzando anche una mostra in collaborazione con il Museo Haus Cajeth di Heidelberg, e io mi son molto incuriosito. Mi ha proposto di farne un documentario e ho registrato quest’idea mettendola da parte. Poi all’improvviso la mia compagna, Margherita Lanzi, che ha collaborato al documentario come organizzatrice e segretaria di edizione, mi ha portato anche lei un quadro comprato da questo signore strano e io l’ho trovata una coincidenza incredibile. Proprio per questo ho chiesto subito a Sara di incontrare Maria Concetta. Siamo andati a casa sua e sinceramente non è stato molto difficile convincerla perché abbiamo avuto una relazione il più umana possibile e se lei aveva iniziato a fare arte quasi per gioco, aveva comunque desiderio alla sua età di essere conosciuta e anche di guadagnare. Così è cominciato il nostro rapporto che è durato anni, io son stato un anno e mezzo a conoscerla senza fare riprese.

Come ha conosciuto il mondo dell’Outsider Art?

Questo è nato per merito di Sara che era una persona che frequentavo molto in quel periodo e sapeva che mi ero interessato al mondo del documentario. Io faccio anche l’educatore nelle scuole quindi il primo documentario, Marakanda, riguardava anche la disabilità e l’espressione artistica. Lei mi ha coinvolto in quest’avventura e io ho scoperto questo mondo. Ho fatto anche, ma questi sono i casi della vita, un corto documentario dal titolo Bum Bum Gà nel film collettivo Un giorno d’estate a Montevarchi all’interno di un parco creato da una persona solitaria, che potremmo definire ugualmente un outsider. Io non sono nemmeno un esperto di arte in quanto pittura ma visto che io mi baso molto sulla relazione umana, ho cercato di uscire da questa relazione prettamente dimostrativa ed esplicativa dell’arte di queste persone e ho voluto sempre di avere un approccio che partiva dal rapporto umano per far entrare pian piano nel mondo di queste persone e poi sperando di far prendere più seriamente la loro natura artistica e le loro opere. E’ un lavoro rischioso ad esempio con un personaggio come quello di Maria Concetta che uno può sottovalutare perché  la vede come un personaggio semplicemente popolare, semplice e un po’ naif. Spero che in questo piccolo viaggio intimo lo spettatore si possa incuriosire e sorprendere di quello che ha creato una donna da sola soltanto perché aveva più tempo per dedicarcisi.

Tanta gente in giro ha le opere di Maria Concetta, alcuni le hanno comprate nei musei, qualcun altro le ha comprate in mostre piccoline, qualcun altro ancora le ha comprate da Alfio. Non si sa il valore che possiamo dare a queste opere. Mi affascina molto il loro destino: in una prima fase volevo andare in giro per le case delle persone che le hanno. Ancora oggi chi ha visto il documentario in privato mi scrive dicendomi che ha una delle opere di Maria Concetta in casa.

Il documentario parte da un rapporto umano e in questo mi ha ricordato Visages Villages di Anges Varda e JR. Come si può coniugare l’affetto con il documentario?

A proposito del film della Varda e JR mi son reso conto che una scena di il colore di sera è totalmente figlia della sua visione. In una prima fase non era assolutamente previsto che io fossi presente fisicamente nel film, però sono finito su quella sedia con lei davanti a questi palazzi vuoti soltanto perché c’era un altro mio amico che poteva riprendere e io sentivo anche il bisogno di raccontare anche l’ambiente vicino a Maria Concetta che si stava trasformando in quegli anni. Mi son reso conto solo dopo averlo girato che avevo visto il film Visages Villages e che li accomunava questo rapporto tra un’artista più giovane, che però anch’io mi considero in ritardo perché ho più di quarant’anni e ho fatto con questo il mio primo documentario lungometraggio, e una signora di un’altra generazione insieme per una città un po’ estraniata.

Io non avevo già questo affetto iniziato il documentario, io ho cercato di documentare l’esperienza che stavo vivendo accanto a lei. Le inquadrature dovevano cambiarci la vita, io ho cercato di creare qualcosa di simile al suo processo di scoperta artistica. Lei è passata dal fare semplici disegni all’avere una coscienza del suo talento. Anche il fatto di essere protagonista di un film ho cercato di fargliela vivere come un’esperienza vera e propria che presentasse sorprese, inciampi, fatiche. Il collante è stata la mia compagna che ha avuto un bellissimo rapporto con Maria Concetta. Paradossalmente il rapporto tra me e lei diventava più forte quando giravamo insieme e questo mi ha portato a lavorare sulla tenerezza, su uno sguardo onesto ma anche a muovere le cose come personaggio per legarmi a lei. Nella prima fase io non ci sono e il film in questo senso documenta anche questo percorso di avvicinamento a lei attraverso il montaggio. A un certo punto lei si incuriosisce a me, chiedendo della mia vita. Quando lei ci ha lasciato, io son stato il testimone e ho creato una struttura che ogni tanto fa pensare che siano i miei ricordi.

Come mai ha deciso di partecipare in prima persona al documentario?

Io all’inizio facevo le mie inquadrature da solo della Bolognina e mi piaceva molto raccontarlo perché è pieno di contraddizioni e di stimoli, è pieno ad esempio di murales, opere che vanno sopra altre opere, e Maria Concetta ogni tanto le fissava, cosa che non faceva prima del documentario. Pian piano ho coinvolto amici, collaboratori, più diventava un progetto collettivo di poche persone ma unite e più mi son sentito libero di partecipare al documentario perché la sentivo come la scelta giusta. All’inizio volevo coinvolgere anche suo figlio, ma poi per diverse ragioni abbiamo preferito evocare la sua immagine. Far parlare Maria Concetta da sola di se stessa poteva funzionare, ma non poteva reggere tutto il film da sola. Secondo me era più interessante farla reagire e quindi, essendo io dentro, era più facile creare quel rapporto di relazione ma anche portarla in giro per contesti urbani ed estraniati che normalmente non visita. Lei mi ha fatto visitare il suo mondo e io gliene ho fatto conoscere un altro, che lei ha commentato come persona libera, fuori dal tempo e dalle nostre concezioni. Il documentario non voleva essere scritto, ma voleva essere scritto dopo cercando una strada tutti insieme.

Il modo in cui avete deciso di rappresentare la Bolognina è frutto di un confronto tra Lei e Maria Concetta?

Io mi sono incuriosito principalmente al suo contesto, quando racconti un personaggio è impossibile non farlo. Mi son trasferito pure io in Bolognina in quel periodo appositamente. C’erano posti che mi incuriosivano e in cui ho deciso di portarla lì. La Bolognina è un ambiente che spesso viene visto male, vittima di stereotipi e pregiudizi, ma è invece un quartiere dove accadono molte cose, dove son state costruire strutture molto moderne, messe in relazione con una realtà popolare storica della città in cambiamento. Io vedevo questa realtà molto interessante dal punto di vista visivo e volevo raccontarla in qualche modo. Vedevo questi palazzi la cui costruzione restava ferma e mi sembravano dei simulacri che rimanevano fermi all’interno di una realtà che cambiava. Nel corso del film vengono inquadrati più volte gli stessi palazzi però in fasi diverse, con nuovi murales.

Non ho mai raccontato la Bolognina per la Bolognina in sé. Ho pensato molto se mettere la scena dell’XM24 o meno, questo è successo quando Maria Concetta già se n’era andata. Ho deciso di documentare vagamente questa cosa per poi andarmene, tornare nella zona del mercato e grazie al montaggio vedo tornare Maria Concetta. Sono dei momenti che servono a vivere il lutto, a raccontare la memoria della mia esperienza. Alcuni di questi luoghi stanno per sparire come Maria Concetta.

Come è andata la produzione del documentario?

Io ho tardato molto a iniziare le riprese perché speravo di trovare un produttore, ma la strada era un po’ impervia. Il progetto è stato presentato in diverse realtà, però ho deciso di non aspettare più e di iniziare a riprendere e abbiamo creato una campagna di crowdfunding che ha avuto un riscontro molto positivo in Bolognina. Questa campagna ci ha permesso di avere qualche collaboratore in più, necessario per portare a termine le riprese. Le animazioni finali son state un vero miracolo: le ha realizzate Roberta Samperi, una ragazza siciliana, che ha permesso così di evocare le origini di Maria Concetta.