Ieri sera è stato presentato al Festival del Cinema di Porretta Dio salvi la Regina, lungometraggio di Andrés Arce Maldonado scritto e interpretato da Sibilla Barbieri (produttrice tra l’altro insieme a Maldonado del film). Diana, la protagonista di Dio salvi la Regina , mossa dal suo desiderio di secessione dallo Stato Italiano, decide di fondare una micronazione nel suo appartamento, un posto più giusto rispetto a quell’Italia furba che vede ogni giorno. La guerra di Diana per crearsi la sua indipendenza comincia con l’urlo Torniamo a casa, dichiariamo l’indipendenza e buttiamo la pasta. Attorno a lei si forma un piccolo popolo: tra gli interpreti troviamo Igor Mattei, Mariano Rigillo, Babak Karimi, Vittorio Allegra, Ella Gorini, Maria Irma Reyas, Francesca Palmas, Silvia Mazzotta, Marta Jacopini, Paola Migneco, Elena Baroglio, Ana Brigitte Fernandez, Francesco Falabella, Alberto Caneva, Raffaella D’avella, Filippo Gili, Vittorio Ciardo, Elio Crifò, Anna Teresa Eugeni, Jessica Cortini. Dio Salvi la Regina è una favola sulla rivendicazione e sulla ricerca di una nuova armonia. Ne parliamo con la sua sceneggiatrice, interprete e produttrice Sibilla Barbieri, che ringraziamo per la sua disponibilità:

Com’è nata la storia di Dio salvi la Regina?

Io son sempre stata molto interessata alla frontiera e ai limiti della legge. Un paio di anni fa scrissi un altro soggetto che riguardava un paese che decideva di cambiare le regole. Questa storia è stata però molto influenzata da un libro che ho letto, L’atlante delle micronazioni di Graziano Graziani e che è la storia delle micronazioni che ci sono state in Italia e nel mondo. Ci sono regioni sopravvissute per ragioni storiche, dal Medioevo c’è ad esempio una piccola zona rimasta un regno, ma ad esempio io vivo davanti a San Pietro che è uno stato assoluto grande 44 chilometri.

Diana decide di costruire la propria nazione all’interno del proprio appartamento perché fa parte di questa categoria denominata nazioni poetiche e ne esistono alcune. Tra l’altro da questo libro io ho preso due cose vere che sono la bandiera azzurro su azzurro che può rappresentare qualsiasi cosa e il fatto che il regno si formi solo quando due dei partecipanti si incontrano. C’era un’altra nazione creata in soffitta da due fratelli, che erano gli unici due abitanti del regno, e quando uno dei due è morto questa si è dovuta per forza sciogliere.

Nel periodo del Nazismo ci furono pochissimi esempi di opposizione, in parte perché era molto infiltrante il sistema, in parte perché ci fu un accecamento di tutto il popolo. Tra queste ribellioni ce ne fu una chiamata Rosa Bianca che era fatta da un gruppo di ragazzi adolescenti guidati da un professore di filosofia. La loro rivoluzione era semplicissima, mandavano delle cartoline e scrivevano su dei muri Libertà. Sono delle azioni minime, però ebbero un grandissimo risalto perché queste cartoline furono prese dagli alleati e lanciate sulle città. Quando chiesero a quei ragazzi il perché del nome Rosa Bianca, loro risposero perché è bello. La rosa è proprio il simbolo della bellezza e quindi opporre all’insensatezza e alla violenza la bellezza è un regno poetico.

In Diana si innestano anche delle suggestioni autobiografiche, come una conversazione tra Diana e il figlio. È vero che le storie nascono in maniera bizzarra, io a un certo punto dopo la lettura del libro ho iniziato a pensare allo stato casalingo di Diana.

Perché la scelta di raccontare la storia di Diana attraverso la commedia?

Era un periodo molto cupo e pensavo che alcune cose non si potessero dire così drammaticamente. Dramma su dramma è come righe su righe, è un po’ troppo. Allora bisognava secondo me andare in un altro senso. Ho guardato alla massa e a come nonostante il forte desiderio di far sentire la propria voce, nessuno voglia prendersi la responsabilità. Diana è una degna rappresentante di questo: è una donna, quindi è una persona abituata per secoli e secoli a essere gregaria, lo si vede ad esempio nel rapporto con il padre, appartenente a un’altra generazione. Diana è una regina che ha paura di dir la sua e lo fa soltanto spinta da un grandissimo amore. Quando lei va al mercato e intervista le persone, quelle sono interviste vere e io le ho riportate nel film. Le persone sono così, critiche nei confronti della democrazia e della politica, però se chiedi loro se vogliono governare, rispondono che non ne sono capaci.

Attorno a Diana nel suo stato ci sono tutte persone con problemi che sono i problemi reali, perché l’amore e il lavoro non sono problemi piccoli. Bisogna anche pensare che lo Stato italiano dovrebbe essere fondato sul lavoro e sulla famiglia: se questo è vero il lavoro dove sta e la famiglia dove sta? Anche il mestiere di Diana [medico della mutua, ndR] porta a una riflessione sul concetto di lavoro. Il mio dottore della mutua mi ha raccontato alcuni aneddoti che stanno dietro il personaggio di Diana, ad esempio il fatto che lui al 90% guarisca persone che sono depresse.

Il fatto che sia una micronazione fondata da una donna è un atto politico?

Anche se noi siamo abituati alle regine il potere nella mani delle donne sembra essere sempre un argomento difficile, perché la rivoluzione femminile è avvenuta da poco, se ci pensiamo bene sono nemmeno cento anni. C’è sempre questo atteggiamento paternalistico nei confronti delle donne. Nell’industria cinematografica è presente un vero e proprio gap: ci sono meno registe, meno produttrici, guadagniamo meno. Il fatto che si dichiari regina è una presa di coscienza, non solo un voglio agire ma un voglio agire io.

Questa dicotomia tra ruolo stereotipato della donna e la rivoluzione di Diana emerge anche quando dice al padre Torniamo a casa, dichiariamo l’indipendenza e buttiamo la pasta.

Ero nervosissima quando ho detto quella battuta, perché ero davanti a Mariano Rigillo [interprete del padre, ndR] che è un grandissimo del teatro. Quando lui mi ha detto sì al telefono, c’è stato un lunghissimo silenzio e poi lui mi fa Sibilla, sei svenuta?

Da cosa deriva la decisione di inserire il personaggio dell’apolide?

I personaggi principali del film fanno questa cosa che sembra un gioco, mentre in un certo senso l’apolide è il tono serio di tutto questo perché è per certi versi un personaggio più drammatico. Fa capire l’importanza dell’avere uno stato perché ci sono migliaia di persone che si stanno spostando perché non hanno stato, alcuni di essi non hanno nemmeno la possibilità di chiedere i documenti e se non hanno nemmeno questo sono fuori dai giochi. Come dissero una volta Se tu sei ricco non sei mai straniero da nessuna parte, se sei povero invece sei straniero da tutte le parti.

Diana ha fatto quello che poteva con il suo stato, forse in modo molto naif, ma il film usa questo personaggio per portare sul tavolo, senza giudizi, una riflessione sullo stare insieme. Quello che desidero che passi è un sentimento di fratellanza. Tutte le persone attorno a Diana sono molto diverse tra loro, ognuna con le proprie fragilità. Bisogna accettare la diversità tra noi. Lo stato dovrebbe tenere insieme tutto questo: non si dovrebbe basare sulla famiglia tradizionale, ma sulla famiglia vera e attuale, che è una famiglia allargata.

Ci può parlare della distribuzione del film?

Il film è distribuito da Distribuzione Indipendente in collaborazione con noi. È una mia produzione sotto La Siliàn. Dio salvi la Regina doveva uscire addirittura ad aprile, ma a causa della pandemia siamo riusciti ad uscire solo a settembre in una piccola finestra dove siamo riusciti ad essere in sala 13 giorni, il film andava benissimo e avevamo altre richieste. Ovviamente adesso ci stiamo guardando attorno per capire il futuro distributivo del film in questo ambiente. Il film è piccolino, anche perché è indipendente. Non ha nomi particolare, anche se vede la presenza di Babak Karimi e Mariano Rigillo. Non è un film costruito in modo tradizionale, non ha il nome grosso. Il cinema italiano spesso tende a scegliere il nome più importante piuttosto che la persona giusta per fare quel ruolo.

Da cosa nasce la scelta di essere, oltre che sceneggiatrice e produttrice, anche attrice?

Da un assoluto azzardo. Io sono debuttante, in passato ho fatto solo un piccolo numero di pose. Il film era costruito per essere realizzato a casa mia. Essendo sceneggiatrice la recitazione è una parte di me perché io recito quando scrivo. Il regista Andrés Arce Maldonado vedeva che io ci tenevo molto e per questo avevo pure deciso di fare un provino a me stessa

di Giada Sartori