A causa dell’emergenza Covid-19 e grazie al prezioso lavoro di molti Festival, il cinema sta entrando a casa di molti italiani, attraverso apposite piattaforme o all’appoggiarsi ad alcune già esistenti nel panorama streaming o del VOD. Ma ieri al Festival del Cinema di Porretta abbiamo visto qualcosa di molto interessante. Abbiamo visto non solo (come ci sta succedendo con tutti i film in programma per questa XIX edizione del festival porrettano) dell’ottimo cinema portato con delicatezza a casa nostra attraverso MYmovies (tutto il programma qui, con la possibilità anche di recuperare i film del giorno prima fino a 24 ore e visibile fino all’8 dicembre). Ma anche la televisione che diventa protagonista al cinema per poter raccontare anche un festival, anche se è quello lirico di Teatri di Pietra di Taormina. Il cinema in tv, che porta se stessa nella narrazione cinematografica per parlare anche di musica. Sembrerebbe un meraviglioso modo per alcuni dei settori della cultura di supportarsi in un momento così difficile per loro. Se non fosse che in La regola d’oro, ultimo lungometraggio di Alessandro Lunardelli e penultimo film del concorso Fuori da Giro di questa edizione, nè il cinema, né la televisione nè la musica vengono assolte dalle colpe di un sistema che li sta distorcendo.

Nella clip di presentazione che accompagna lo streaming di ogni film, parlandoci di La regola d’oro, Alessandro Lunardelli dice:

Il film non è una storia vera, ma non è una storia falsa. Infatti, nasce e viene ideato da un fatto di cronaca reale, accaduto ai tempi più cruenti della guerra in Siria, quando una irrituale richiesta di riscatto per dei prigionieri, che venne lanciata direttamente in internet alla popolazione e non ai governi. In tema di vero o falso, non sarebbe vero dire che è un film di guerra. Il film è tante cose. É anche un film su un certo modo di fare televisione, sulle responsabilità del ruolo e anche sul nobile bisogno improvviso di verità. che può scoppiare in una certa fase della vita e che, però, può lasciare il passo ad un altrettanto bisogno di menzogna.

Quello tra verità e finzione, tra realtà e menzogna, sembra un filo narrativo che accomuna molti dei film del concorso Fuori dal Giro di questa edizione di Porretta Cinema ed è, come ci dice il regista, uno dei temi fondanti anche di La regola d’oro. Un film a suo modo coraggioso, che si presenta come una chiara accusa ad un certo modo di interpretare i fatti. C’è la condanna ad un certo modo di fare televisione, in cui si cerca prima di tutto lo scandalo o di riadattare una storia ai fini dello share, in una (falsa) convinzione (o auto-assoluzione) di comprendere cosa il pubblico desideri. C’è una spietata analisi del modo, spesso morboso, con cui lo spettatore guarda ai fatti di cronaca, cercando di esasperare gli aspetti umani piuttosto che di comprendere la realtà, in una sorta di fanzine che spesso distorce i protagonisti dei fatti che vengono riportati. C’è, anche, una critica ad un certo tipo di fare festival, che punta alla spettacolarizzazione, all’adeguamento al sistema televisivo di cui sopra, a attrarre il pubblico tramite scenografie e lustrini, piuttosto che puntare alla qualità artistica dei propri programmi. Abbiamo anche l’immenso pacifismo del regista, che ci invita a comprendere quanto dolore porti la guerra e quanto stiamo diventando incapaci di provare umana empatia per chi si trova a vivere ogni giorno in paesi trasformati in campi di battaglia. A meno che non ci tocchi da vicino. A meno che non venga coinvolto uno dei nostri.

Edoardo Pesce e Simone Liberati sono i protagonisti di La regola d’oro, secondo lungometraggio di Alessandro Lunardelli

La regola d’oro sfrutta una tradizionale modalità del nostro fare cinema più autoriale, la divisione in capitoli, andando a stravolgere la linea temporale della narrazione, che diventa strumento per raccontare ciò che avviene nel presente dei protagonisti andando a ripescare nei loro ricordi di fatti passati. In questo modo, peraltro, Alessandro Lunardelli trova anche un modo, ormai inusuale, di fornirci un approfondimento quasi totale, al limite, del maniacale sulla struttura dietro cui ruotano i suoi protagonisti. Proprio grazie a questo stratagemma narrativo e registico, capiamo che Ettore, lo sfortunato caporale dell’esercito che viene rapito in Siria e liberato al confine con il Libano, che al suo ritorno si trova in un mondo che sembra non voler sentire la sua storia, ma solo sfruttare l’immagine che di lui si vuole dare. Con rassegnazione, mista alla paura che la realtà di quello che gli è successo durante la prigionia esca davvero fuori e alla necessità per un militare di obbedire sempre, Ettore sa di non poter rifiutarsi di fare quel discorso sul palco (Lo so riconoscere un ordine. Ci devo andare a questo cazzo di festival e ci vado). Cerca, così di adeguarsi alle telecamere che lo seguono ovunque, ai giornalisti che lo assediano (lui, che di assedi armati ne ha visti anche troppi e che ora non vede la differenza tra un obiettivo o un kalashnikow puntato addosso), alla madre che non lo capisce perché è già sedotta dalla narrazione che la televisione dà del figlio. Questo complesso ruolo spetta a Simone Liberati, attore che è ormai impossibile definire esordiente. Non dopo il successo nerd avuto con la sua interpretazione di Zeroclacare in La profezia dell’armadillo; o dopo averlo visto, intenso in entrambi i casi, in Cuori puri e in L’ultimo piano – interessante progetto collettivo degli studenti della Scuola Volonté che lui stesso ha frequentato e di cui abbiamo già parlato in una nostra recensione; ma che ci ha offerto anche un’immagine di sé più comica in L’amore a domicilio, in cui divide il set con Miriam Leone e tra i titoli andati direttamente in VOD durante la prima fase della pandemia. Ma che in La regola d’oro offre una delle sue interpretazioni più complete e mature, riuscendo a non farci entrare mai in totale empatia con il suo Ettore (non sembra essere questa l’intenzione del regista), ma dandoci il profondo senso del suo spaesamento e del suo dolore nascosto.

Simone Liberati è Ettore in La regola d’oro (A. Lunardelli, 2020)

Ad accompagnare il protagonista, con una presenza a volte invadente ed un capitolo a lui interamente dedicato, troviamo Massimo, un letterato al soldo della televisione, autore di programmi televisivi che, se potesse, nemmeno guarderebbe e che nasconde la propria verità a tutti, andando, invece, a stravolgere quella dei personaggi che deve raccontare nelle sue trasmissioni. Tocca a Edoardo Pesce vestire i panni del solo che sembra voler, davvero, ascoltare la storia di Ettore. Anche se sarà proprio lui a darci quello che sembra essere il messaggio principale di dolore agli altri. La regola d’oro, cioè che spesso lo stravolgere la realtà sia il solo modo di poter smettere di soffrire e di arrecare dolore agli altri. Lo fa citando Beckett: Uno diventa quello che è soltanto quando non ha vie d’uscita. Pesce, ormai, è diventato una garanzia di profonda qualità attoriale di tutti i film in cui viene coinvolto. Ce lo ha, recentemente, dimostrato anche con Gli indifferenti di Leonardo Guerra Seràgnoli, attualmente disponibile sulle principali piattaforme VD, che abbiamo già avuto modo di analizzare (qui) e di cui, proprio oggi, potremo seguire sulla pagina Facebook l’interessante intervista che il critico cinematografico Alessandro De Simone ha fatto al regista. Avere un attore del calibro di Edoardo Pesce è ormai una garanzia per molti registi. Succede anche con La regola d’oro, in cui si fatica ad accettare la bramosia con cui il suo Massimo cerca di portare Ettore all’interno del sistema. Ma la cui bravura ci fa cogliere tutta la complessità emotiva che, in realtà, il suo personaggio ha.

Poi abbiamo alcune figure a corredo dello svolgersi degli eventi. Come quello di Jamila (la bravissima ed intensa Rita Hayek, una delle attrici straniere che compongono il cast di quello che è sì uno dei coraggiosi e ambiziosi progetti dell’italianissima Pupkin Production – con cui proprio Lunardelli aveva già realizzato il suo primo lungometraggio, In un mondo fino in fondo, disponibile su Raiplay – ma che si avvale anche della coproduzione di Spagna e Ungheria), la fidanzata volontaria di Ettore, misteriosa perché è quella di cui assolutamente non si può raccontarne la verità. Ma è proprio il legame con lei, il modo con cui ha condiviso i mesi di prigionia con Ettore a non poter essere raccontato, in favore di una narrazione, non solo televisiva, che favorisca l’immagine di Ettore quale eroe romantico.

Barbora Bobulova in La regola d’oro (A. Lunardelli, 2020)

Impossibile non parlare del personaggio di Monica (una meravigliosa Barbora Bobulova, sempre perfetta in ogni ruolo le venga assegnato e che qui riesce a non esasperare mai le deliranti caratteristiche del suo complesso personaggio): ex moglie di Massimo nonché volto di tutte le sue trasmissioni, quasi fossero un modo per non staccare la spina a un amore già morto da tempo. Monica è l’emblema della nostra (peggiore) televisione di oggi: una presentatrice che è anche ballerina e soubrette, ma che non riesce ad essere anche giornalista, trasformando in gossip quella che ambiva ad essere un’inchiesta giornalistica. Ma è necessario, per la valenza simbolica del suo personaggio, il maestro lirico Renato De Lollis, citare anche l’attore Luis Gnecco. Capace di accompagnare, anche solo per una notte, Ettore nel solo momento in cui cerca di liberarsi dal peso di tutta la situazione che lo vede coinvolto e permettendogli di esprimere la sua rabbia, il suo dolore, senza doverli per forza imbellettare per favorire il pubblico.

Non ci sono assolti in La regola d’oro. Ma non è sullo schermo, grande o piccolo che sia, che troveremo i veri colpevoli. Perché si trovano davanti allo schermo. Sono gli spettatori. Siamo noi. Che ci accontentiamo di quella che è la verità televisiva. Per non dover mai (troppo) indagare sulla spietatezza della (nostra) realtà.

di Joana Fresu de Azevedo