Il Festival del Cinema di Porretta Terme dedica la tradizionale Retrospettiva di quest’anno ai Manetti Bros, due adolescenti nerd di quarant’anni per descriverli con le parole della loro fedele aiuto regia Milena Cocozza (che abbiamo avuto il piacere di intervistare per il suo Letto N.6). I due fratelli romani, Marco e Antonio, hanno influenzato con il loro stile esplosivo un’intera generazione artistica. Il festival decide di celebrare la loro carriera con un premio e la proiezione speciale su MyMovies.it del loro thriller Piano 17 (2006) che vede tra i protagonisti Giampaolo Morelli. Abbiamo assistito all’incontro tra i Manetti Bros e Andrea Morini, moderato da Luca Elmi: una conversazione sul loro cinema, su quello che sarà il futuro dell’industria e sullo strano concetto di genere in Italia.

I due fratelli hanno sempre avuto un profondo amore per il cinema da spettatore ed è presto nata in loro la voglia di fare cinema, oltre che guardarlo. Questa cosa la facevamo a casa con le nostre telecamere negli anni 80, racconta Antonio Manetti. Appena usciti dal liceo, iniziarono a fare le prime esperienze separati per poi collaborare su uno dei dieci episodi di De Generazione nel 1994, con cui vinsero un premio a Cattolica. Poi ci fu l’incontro importante con Marco Bellocchio che ha prodotto il nostro primo film, Torino Boys, continua Antonio, si trattava di un film televisivo, ma ci ha comunque portati a Locarno e a Torino. Marco Manetti spiega che loro non hanno mai sentito uno scalino dal non essere registi all’essere registi e che forse questa è anche una caratteristica del loro farlo come appassionati più che professionisti.

Noi sentiamo che dai primi corti che abbiamo visto solo noi, montati con due videoregistratori a Ammore e malavita, c’è una linea di continuità assoluta, senza scalini o interruzioni. È il nostro punto di forza ma anche la nostra follia

Piano 17 è un film a cui noi diamo molta importanza, spiega Marco Manetti. I due fratelli considerano il film come l’inizio della loro filosofia cinematografica, anche per la sua autoproduzione (tendenza che portano avanti anche oggi perché amano questa libertà produttiva). Si tratta di qualcosa nato quasi per gioco, per occupare lo spazio tra le riprese della prima puntata de L’ispettore Coliandro e le successive, ed è stato scritto con gli attori protagonisti. Piano 17 ha seguito Zora la vampira, un film con grandi aspettative di mercato soprattutto per i produttori dietro, Carlo Verdone e Vittorio Cecchi Gori. A posteriori ritengono negativa quell’esperienza non perché non hanno avuto la libertà produttiva che auspicavano ma perché sentivano troppe aspettative.

Invece con Piano 17 siamo riusciti a fare il film che volevamo, è stata una vera rinascita, un vero inizio.

I fratelli Manetti pensano che la parola genere possa essere interpretata in molti modi, anche se quando si parla di film di genere, di solito si fa per svilire un titolo, dicendo che appartiene a un paradigma già costruito. Noi siamo convinti che ogni racconto, dal romanzo al fumetto passando per il cinema, abbia un genere, che forse va definito più da chi lo guarda che da chi lo fa, spiega Marco Manetti.

Si tratta di una questione più legata all’immaginario cinematografico italiano che sembra aver creato dei generi ben precisi, quali il dramma sociale, il dramma borghese e la commedia, e tutto ciò che non vi rientra è considerato forzatamente di genere. La missione, declamata dai fratelli, è quella di rivendicare un cinema d’autore che possa uscire dai generi stabiliti in Italia.

Per i Manetti fare cinema è soprattutto una gioia, portata anche dall’aria di famiglia che si respira sul set (definiscono scherzosamente la loro troupe di fedeli collaboratori una comune hippy). Anche con gli attori con cui lavorano spesso (citano soprattutto Giampaolo Morelli, Serena Rossi e Claudia Gerini) si è sviluppato ormai un rapporto di fiducia perché sanno precisamente quello che quell’attore è in grado di dare sul set.

Parlando della loro carriera a metà tra il cinema e la televisione, spiegano che la differenza principale tra i due medium risiede nella dimensione produttiva e nelle libertà di cui uno dispone. Se nel cinema il regista risulta essere una specie di divinità, in televisione il committente può dare delle direttive precise da rispettare. Il panorama odierno può pensare che l’esperienza della sala sia a rischio, ma deve essere compito dell’industria salvaguardarla, perché per gli spettatori ci sarà sempre il bisogno umano di vedere un film tutti insieme sulle poltrone del cinema.

di Giada Sartori