Si può definire esordiente una professionista che opera nel mondo del cinema da oltre vent’anni, collaborando come aiuto-regista per importanti nomi quali Stefano Sollima, Roan Johnson, Ivan Cotroneo e che, da quindici anni, è il terzo occhio di Marco e Antonio Manetti, alias i Manetti Bros? Non si dovrebbe. Ma è quello che sta succedendo a Milena Cocozza che, dopo l’anteprima al 37° Torino Film Festival (novembre 2019) e un passaggio estivo su Sky Prima Fila, ha presentato ieri (ma sarà disponibile, qui, fino alle 21 di oggi per gli accreditati) il suo primo lungometraggio, Letto N. 6, tra i film per il concorso Fuori Dal Giro al XIX Festival del Cinema di Porretta. Ieri avevamo fatto una piacevole chiacchierata con Milena sulla nostra pagina Facebook (trovate l’intervista qui), in cui ci eravamo concentrati sul contesto dietro al film, parlando dell’importante ruolo degli attori protagonisti (ne parleremo più avanti anche qui); di quanto sia stato (anche) terrorizzante dover dirigere dei bambini; sul rapporto con il paranormale e la città di Roma e dello splendido lavoro svolto sulle musiche, sin dalle prime fasi di lavorazione del film, da Francesco Motta, che ha curato la colonna sonora di Letto N. 6.

Una scena dal film Letto N 6 (M. Cocozza, 2019)

Finalmente (e la selezione in concorso di questa XIX edizione di Porretta Cinema sembra esserne una dimostrazione) sembra sia finito il periodo in cui in Italia i registi quasi dovevano vergognarsi di fare un film di genere. E Letto N. 6 sicuramente lo è, anche se sarebbe più corretto dire che sia un film di generi. Abbiamo la commedia drammatica, a raccontarci la storia di una giovane donna, Bianca Valentino, che arriva tardi alla gravidanza, sentendo il peso della responsabilità di questo futuro bambino in arrivo e costretta, da lavoratrice precaria, a dover accettare di svolgere le guardi notturne in una neo-inaugurata clinica pediatrica; Bianca si troverà a sfogarsi e scontrarsi con suo marito Ettore, più attento alla volontà di garantirsi che arrivi uno stipendio in più in casa che a dar risposta ai dubbi, alle paure e alle ansie della moglie. Il film è anche un ghost movie, con i corridoi dell’ospedale che presto si animeranno di oscure ed insolite presenze e un quasi simbiotico rapporto che si verrà a creare tra la protagonista e Michele, il misterioso ospite del Letto N. 6. troviamo anche elementi classici del genere horror, tra sedute spiritiche e citazioni a capisaldi cinematografici da veri appassionati nel modo di rendere gli occhi dei piccoli pazienti, che subito ci rimandano a Il villaggio dei dannati di Wolf Rilla. Ma quello di Milena Cocozza vuole anche essere un film di inchiesta storica, data la volontà della regista (e di chi ha curato il soggetto prima – proprio i Manetti Bros con cui spesso ha collaborato, insieme a Michelangelo La Neve – e la sceneggiatura poi – sempre La Neve, con la collaborazione di Cristiano Brignola) di andare ad approfondire la drammatica situazione degli ospedali psichiatrici prima della Legge Basaglia e, in particolare, indagando su quelle strutture che ospitavano bambini, spesso e volentieri totalmente sani all’ingresso, ma già smarriti quando, compiuti i 14 anni, venivano trasferiti in veri e propri manicomi.

Un film dalle mille sfaccettature, Letto N. 6. Che, malgrado le tantissime, ricchissime e spesso assolutamente colte suggestioni, non perde mai il focus narrativo. Merito anche di una accurata scelta del cast e una sapiente abilità della Cocozza di dirigere i suoi attori. Carolina Crescentini veste perfettamente i panni di Bianca, prendendo su di sé e riuscendo a trasferire allo spettatore tutte le ansie, le angosce, il suo trovarsi da medico convinto nel valore supremo della scienza a vivere in un mondo paranormale. Che però sembra farle meno paura degli orrori della realtà che si trova a vivere tra le mura di quell’ospedale. Ed è proprio grazie allo splendido rapporto che si è creato sul set tra la Crescentini e la Cocozza che la regista riesce a portare sullo schermo non solo la sua idea di paranormale (da cui si è sempre sentita attratta), ma anche la delicatezza di una donna che sente il peso del suo ruolo nella società, ma vuole proteggere fino allo stremo la sua identità più profonda. Altro ruolo fondamentale è quello di Francesco, descritto dalla regista come l’unico a non mentire mai, che ha il volto dell’attore romano Andrea Lattanzi.

Andrea Lattanzi è Francesco, un giovane portantino che aiuterà Bianca (Carolina Crescentini) a scoprire i segreti del Letto N. 6

Lo troviamo in una splendida interpretazione, ulteriore dimostrazione di quanto questo giovane talento sia capace di ricoprire una ampia gamma di ruoli (inizia con lo struggente Manuel, lo ritroviamo volto noto della serialità Netflix in Summertime, al Festival di Berlino 2019 in un altro esordio, Palazzo di giustizia, nei panni di un padre ingiustamente a processo) e che qui interpreta una sorta di Virgilio che ha il compito di accompagnare Bianca nel mondo del paranormale e che è il solo a credere ai suoi racconti (Dimmi pure, perché io per filosofia credo a tutto quanto, le dice, quando lei ormai si sta convincendo di essere sul punto di impazzire). Spazio d’onore, però va indubbiamente dato all’altro esordiente di questo film, Riccardo Bortoluzzi, per la prima volta sullo schermo. Consigliato alla regista da Pier Giorgio Bellocchio (inizialmente solo uno dei produttori del film e poi coinvolto nel cast, nel ruolo del marito della protagonista e che suggerisce il bambino – compagno di scuola di sua figlia – per il ruolo del piccolo protagonista), Riccardo è perfetto nella parte di Michele.

Riccardo Bortoluzzi, per la prima volta sullo schermo con Letto N. 6 (M. Coccozza, 2019)

Un bambino misterioso, complesso, che nasconde dei segreti, ma che non smette di ricordare quanto gli manchi la mamma (di cui ricorda quasi solo una lenta ninna nanna che gli cantava sempre) e tormenterà le notti di Bianca fino a quando non otterrà ciò che vuole. Una intensità fuori dalla norma, soprattutto perché, all’epoca delle riprese (2018), Riccardo aveva solo 7 anni.

Ma di altrettanto rilievo sono gli attori coprotagonisti coinvolti nel cast. Abbiamo già citato Pier Giorgio Bellocchio, un marito che cerca di supportare la moglie, ma senza riuscire a nascondere pienamente il fatto di non riuscire a crederle come la convinzione che lei sia in debito con lui per averla sostenuta, anche economicamente, fio alla specializzazione e ora non vuole in nessun modo che lasci quello spaventoso lavoro in quella spettrale clinica. Arrivando a negare anche l’evidenza. Merita di essere citato anche Roberto Citran (Padre Severo), che interpreta il responsabile della clinica pediatrica, consapevole che sia necessario mantenere dei segreti per non incorrere in uno scandalo che rischierebbe di far chiudere l’ospedale. Il suo personaggio serve a esorcizzare una classe ecclesiastica perennemente presente nel contesto romano, coinvolto e connivente con l’alta borghesia cittadina e ansioso di avere l’appoggio degli alti rappresentati della chiesa. La Cocozza – che ha dichiarato di essersi resa conto di quanto la Chiesa sia onnipresente a Roma non tanto vivendoci quanto guardando La grande bellezza di Paolo Sorrentino – sceglie un Servillo per il ruolo del cardinale chiamato a inaugurare la struttura di Padre Severo. É Peppe, più frequentemente visto a teatro, ma che in Letto N. 6 è funzionale alla descrizione, simpatica, senza giudizio o pregiudizio, di un clero poco compassionevole, ma interessato a glorificare ipotetici future sante.

Un film reso ulteriormente perfetto da una colonna sonora che accompagna lo spettatore come se fosse una voce in più nella narrazione. Milena Cocozza ne affida la realizzazione a Francesco Motta, che segna un ulteriore, importante, passo nella sua carriera di compositore per musica da cinema. Parlando dei motivi per i quali anche lui abbia scelto di unirsi al progetto di Letto N. 6, Motta ha dichiarato:

É successo così, in maniera spontanea: ho letto la sceneggiatura e ho subito sentito nella mia testa la musica. Ho scelto di spingere e accentuare alcuni momenti con una certa aggressività nell’uso dell’elettronica, alternata ai silenzi, per ricreare in musica la tensione psicologica del film. E insieme a Taketo Gohara e Leonardo Milani ho composto questo viaggio onirico, inquietante, ipnotico.

Non fatevi spaventare dal genere o dalla consapevolezza (che siate genitori o meno) di quanto i bambini sappiano essere capricciosi o addirittura paurosi e malvagi. Letto N. 6 è un film da vedere. Per comprendere quanto coraggioso, talentuoso ed innovativo sappia ancora essere il nostro cinema. Guardatelo, presto, il film. Magari, ecco, se trovate il numero 6 sopra ad un letto… non sdraiatevi lì.

di Joana Fresu de Azevedo