Ieri sera è stato presentato a Porretta Cinema Buio, primo lungometraggio della regista, sceneggiatrice e attrice Emanuela Rossi. È un’opera che viaggia tra i generi, passando dalla fantascienza all’horror, per creare un immaginario distopico inesistente nel contesto produttivo italiano. Al centro della narrazione troviamo tre sorelle, Stella, Luce e Aria, che sono costrette a restare chiuse in casa dal padre, unica autorità rimasta nelle loro vite dopo la morte della madre. Questi dice che nel mondo esterno è arrivata l’apocalisse e i raggi solari adesso son così forti da essere letali per l’essere umano. Il buio del titolo è quello che regna sovrano nella loro casa, dove tutte le fonti di luce naturale son bloccate per sicurezza. L’unico che può uscire dalla casa è il padre, con protezioni e maschera antigas, per procacciare il cibo. Qualcosa fa pensare a Stella (la bravissima Denise Tantucci), la sorella maggiore, che in quella desolazione possa esserci qualcosa di più e allora decide di esplorare il mondo esterno.

La riuscita di Buio dipende dal lavoro di tutti i reparti, dalla fotografia alla scenografia, passando per la recitazione, la regia e la sceneggiatura. È attraverso questa sinergia che il film è capace di creare questo mondo così cupo, ma allo stesso tempo infuso di speranza. Buio allo stesso modo infonde speranza nel cinema italiano, nelle sue possibilità presenti e future. Abbiamo intervistato Emanuela Rossi, che ringraziamo per la sua disponibilità e per il suo tempo, su quello che ha significato realizzare un film come Buio in Italia e su quello che è il panorama italiana per questo genere di produzioni.

Un film di genere come Buio è qualcosa di particolare per il contesto italiano. Quali son state le sfide produttive nel realizzarlo?

Buio è una situazione un po’ particolare, perché è un film completamente indipendente. Alla spalle avevo due anni alla regia di Non Uccidere [serie di Rai 3] a Torino con alcune di queste persone, quindi avevamo una specie di know-how che è fondamentale, sennò noi non saremmo mai riusciti a fare un prodotto del genere con questo budget. Sarebbe stato impossibile se non avessimo avuto una procedura che avevamo già sperimentato.

Non è stato un procedimento facile anche perché abbiamo completamente smontato la casa dove abbiamo effettuato le riprese, facendo un lavoro su tutti i fronti. Eravamo tutti insieme nella preparazione, fase che di solito si fa separatamente, cercando di fare un lavoro minuzioso, arrivando ad appoggiare la stoffa dei vestiti sui mobili e il direttore della fotografia ci diceva se andava bene o meno. È un lavoro che all’estero si fa tantissimo, mentre in Italia molto meno, ma sul nostro set c’era una grande sinergia tra tutti i reparti, specialmente scenografia, luci, costumi. Questo soprattutto perché io volevo fare un lavoro estetico, questa era per me una priorità, non per il desiderio di fare qualcosa di estetizzante, ma perché sapevo sarebbe stato funzionale al racconto. Per creare un’atmosfera bisogna veramente lavorarci e il cinema italiano è un po’ carente in questo. Sono atmosfere che nascono da un colore, una luce, un accostamento quindi vanno molto lavorate e noi avevamo solo dieci giorni per fare la preparazione.

Come ha immaginato questa distopia? È partita da una sua idea o è stato un lavoro di gruppo?

Io avevo ben in mente alcuni posti dove è ambientata la storia e magari lo scenografo aveva quasi paura per la mancanza di abitudine con questo genere. Dovevamo portare verso un immaginario che proprio nel cinema italiano non c’è. Volevo anche andare verso il fumetto, la graphic novel, tutte queste cose che in Italia si fanno poco ma erano il mio immaginario di riferimento. Il cinema sudcoreano mi ha molto ispirata, specialmente Park Chan-Wook. Sono una grande cinephile, quindi molte delle mie passioni cinematografiche sono finite senza ombra di dubbio nel film. Nel caso di Kynodontas di Lanthimos, altra ispirazione per Buio, io l’ho visto quando è uscito a Parigi ed è maturato dentro di me negli anni. Ho sentito con il passare del tempo che quel tipo di crudeltà efferata ormai non aveva più senso. All’epoca aveva una forza distruttrice ma adesso siamo già nella distruzione. Buio è forte, ma è anche infuso di speranza. La maggior parte di questi film son fatti da uomini e con Buio ho detto basta: non si può solo stare dalla parte del padre, il cattivo. Ho deciso di fare la mia versione dando spazio alle ragazze.

In Buio più che violenza emerge una paura costante. Quando penso al film, mi viene sempre in mente questa scena dove una delle protagoniste riesce a recarsi in un supermercato e c’è una signora sullo sfondo che la guarda incredula.

In quel caso abbiamo lavorato all’americana, non abbiamo bloccato il supermercato, noi siamo entrati e abbiamo sfruttato le persone che erano già lì a fare la spesa e abbiamo chiesto di partecipare. Una delle prime persone che ha visto il film è stato Paolo Manera, il direttore della Film Commission Torino Piemonte e lui mi ha detto proprio che forse la fine del mondo è già arrivata e l’ha detto proprio in questa scena. Fuori è tutto normale, ma non è normale. È un luogo vuoto, è un non-luogo, ormai è proprio questo l’habitat naturale dell’uomo. Ci tenevo a non chiudere nemmeno il supermercato, non per una scelta economica, perché se tu metti le comparse diventa tutto meno realistico. La guardia che interviene è una vera guardia a cui ho spiegato la situazione e che si è comportata di conseguenza. Da una parte è un film molto curato, ma dall’altra parte volevo che ci fosse questo senso di guerrilla filmmaking.

Siamo anche entrati di nascosto in un edificio per delle riprese e questo luogo, così da Chernobyl, si trova a un solo chilometro dalla Mole Antonelliana. Questo ci dice che la distopia è nella nostra vita. Abbiamo dovuto scavalcare per entrare in questo luogo e dentro abbiamo trovato l’inferno.

Com’è stato vedere il proprio film distribuito in un momento così difficile e qual è stato il ruolo dei festival?

Buio sta girando per tantissimi festival e pochi giorni fa Denise Tantucci ha vinto il premio come miglior attrice al Sydney Science-Fiction Festival. Il film sta passando per Tel Aviv, Spagna, Brooklyn, Seoul, anche nei festival di fantascienza e questo per me è una grande soddisfazione perché non è nella tradizione italiana. Sicuramente sono molto orgogliosa del premio a Denise, perché sicuramente una ragazza italiana non ha mai preso un premio in un festival simile.

È stato un po’ incredibile perché noi siamo stati i primi ad avere quest’idea di metterlo online in collegamento con i cinema ed è stato un colpo di intuito del produttore e co-sceneggiatore Claudio Corbucci. Tutta la procedura essendo una produzione indipendente è stata molto libera. Se tu passi per le grandi produzioni e distribuzioni non sei agile, mentre noi siamo stati fortunati perché ha dato una spinta al film. Fin dall’inizio abbiamo avuto molto sostegno da parte di giornaliste che si sono innamorate del film. Abbiamo ricevuto anche il premio speciale per la sceneggiatura ai Nastri d’Argento. C’è stato un bellissimo sostegno al film perché le persone hanno apprezzato la libertà con cui è stato fatto e distribuito.

Distribuirlo online ha funzionato, soprattutto perché ha permesso a Buio di avere una vita lunghissima. Se esci in sala ha il rischio di starci poco mentre così il film gira da aprile e tutti i giorni. Ha avuto e sta avendo una vita tutta particolare ma longeva e questo dimostra che c’è spazio per un cinema in Italia e con una struttura più grossa un cinema simile potrebbe iniziare a raggiungere gli spettatori. Ho capito anche che il pubblico inizia ad essere attirato da prodotti più particolari, forse per stanchezza ma anche per ampliamento degli orizzonti tematici grazie alle serie, quindi è pronto a recepire film che dieci anni fa non si sarebbero nemmeno realizzati. Quattro anni fa ho presentato la sceneggiatura e chiaramente non c’è stata un’adesione, adesso la situazione sarebbe diversa. In questi ultimi mesi la fantascienza è scesa su di noi attraverso la pandemia e quindi ci sarà sempre più spazio per temi nuovi.

Buio è anche una dimostrazione del fatto che si può trattare la pandemia in modo serio, senza sminuirlo o per forza buttarlo sul ridere come sembra fare fin troppo spesso la produzione italiana.

Noi italiani ci autosabotiamo in un certo senso. Io ho visto il mio film a Sydney e stava in mezzo a film di fantascienza con budget grandi. Con un piccolo budget siamo riusciti a realizzare un grande progetto con un potenziale competitivo. L’Italia è pronta a realizzare film più di genere, spesso sminuiti dall’high-culture. Ho nel cassetto un bel film di fantascienza e spero di trovare il modo di farlo. Quando ero piccola ero l’unica , nel mio piccolo paese delle Marche, a leggere fantascienza, però io a dodici anni trovai un libro di Philip K. Dick e me ne innamorai. Bisogna pensare non solo al presente, ma anche al futuro. Io non sapevo della pandemia ma ero sicura che stava arrivando qualcosa. Adesso il mondo cambierà indubbiamente e noi siamo ancora qui a pensare a questioni come fantascienza sì o fantascienza no o cosa sia il cinema d’autore. Il cinema d’autore è tutto, basta che abbia un senso. A me hanno detto che Buio non è un film d’autore perché c’è il genere dentro, ma per me si tratta di un film estremamente personale e quindi è per forza d’autore. Scorsese fa cinema di genere, ma nessuno mette in discussione il fatto che sia un autore. Io vorrei continuare a mettere suggestioni di genere nel modo che mi sembrerà essere funzionale alla storia nei miei prossimi film. Buio è già stato in grado di creare una discendenza con Shadows di Carlo Lavagna.

Qualsiasi cosa si faccia può funzionare, basta che sia qualcosa di personale. In Buio c’è davvero tanto di me e di quello che vorrei nel cinema. Mi sembra che nella produzione italiana non ci sia il desiderio di raccontare attraverso gli oggetti e gli abiti. Questa è una cosa che mi appartiene, io ho lavorato dieci anni nei giornali femminili e lì ho capito l’importanza anche solo di una camicia. Alcuni vestiti del film sono miei, specialmente quelli indossati dalla madre. Nel cinema italiano si tende molto a essere se stessi, mentre sul set quando Denise si è vista per la prima volta, si è spaventata. L’unica cosa che non doveva essere era se stessa, mentre io volevo ci fosse una trasformazione totale.