Quanto sappiamo davvero dei nostri miti? E cosa ci succederebbe, davvero, se avessimo non solo la possibilità di incontrarli, ma anche di stare a loro stretto contatto, innescando con loro un dirompente processo creativo ed intrecciando le nostre visioni artistiche? E se fosse proprio un film a cercare di rispondere a queste domande? Un film in cui una giovane regista incontra uno dei suoi punti di riferimento adolescenziali. Un film di una giovane regista che incontra uno dei miti della sua gioventù. Questo è esattamente quello che cerca di fare Chiara Malta con il film che segna il suo esordio alla regia. Dopo l’anteprima al 37° Torino Film Festival (novembre 2019) e un complesso processo distributivo dettato dall’emergenza Covid-19, Simple Women arriva, inaugurando il concorso Fuori dal Giro, alla XIX edizione del Fesival del Cinema di Porretta. E, malgrado il titolo, si comprende da subito che ci si trovi di fronte ad una storia molto complessa di donne solo all’apparenza semplici.

Parlando di cosa la abbia portata a scegliere la storia per il suo primo lungometraggio, la regista Chiara Malta dichiara:

Per anni ho creduto che Elina Löwensohn fosse un’attrice americana. L’avevo vista al cinema, nei film di Hal Hartley. Non posso dire di essere stata una sua fan. Sapevo chi era, niente più: Elina Löwensohn, un’attrice americana. Poi un giorno qualcuno ci ha presentate. Mi ha detto subito che era rumena. Di quest’incontro mi è rimasta l’eco di una frase in testa, come un ritornello martellante, ostinato: “Non sono un’attrice americana”.
Non sono ciò che credi. Simple Women è iniziato così. Ho cucito questa storia intorno ad una domanda centrale: “Che cosa c’è dietro a un’immagine?”. Le immagini spesso ingannano. Vigilanza. Ho cominciato registrando Elina Löwensohn, sono partita dai fatti. Le ho chiesto di raccontarmi la sua vita: l’infanzia a Bucarest, l’arrivo in America, la sua carriera d’attrice. Ho immaginato Simple Women a partire da queste registrazioni. Ho costruito il personaggio di Federica, la protagonista, a partire da me stessa in ascolto dell’attrice. Un’attrice navigata, incantatrice, regina della menzogna. Nel film c’è sicuramente un po’ di me e un po’ di lei, ma sarebbe difficile oggi districare il vero dal falso, perché io stessa ho agito come un falsario, con gli occhi strabici.
Volevo mettere due donne allo specchio, come il positivo e il negativo di uno stesso fotogramma. Un’attrice e una regista. Una romana e una rumena. Due donne nient’affatto semplici: radicali, sensibili, anticonformiste, maldestre quanto libere, scaltre ma anche oneste, come i bambini.

Nel cast di Simple Women (C. Malta, 2019) Elina Löwensohn e Jasmine Trinca

Si muove sempre sul (sottilissimo) filo tra il vero e la finzione, tra la realtà e il sogno o l’immagine distorta di protagonisti sullo scorrere dei fatti. Con un (troppo) veloce excursus temporale, conosciamo la protagonista, Federica, bambina, in una storica notte di Natale (quella del 25 dicembre 1989, che segna anche la caduta del regime di Ceausescu in Romania) che segna la scoperta del suo essere affetta da epilessia; la vediamo, adolescente che cerca una propria dimensione, vivere nel mito di Elina Löwensohn, attrice che scopre nel film Simple men e che diviene sua icona anche per il fatto che il suo personaggio proprio in quel film è come lei epilettica; la ritroviamo, trentenne (ma con lo stesso paio di occhiali di quando era bambina, a segnare un legame tra ciò che è stata, ciò che è diventata e la sua incapacità di cambiare veramente), giovane regista per la televisione vaticana. L’incontro che Chiara Malta descrive lo ritroviamo, quasi esattamente identico, nel film tra le due protagoniste. E già qui realtà e finzione si mischiano. Perché se a interpretare il ruolo di Federica troviamo l’attrice Jasmine Trinca (a cui, indubbiamente, la regista Chiara Malta ha donato molto di sé e del suo sentire), Elina Löwensohn è… Elina Löwensohn. Con il tempo passato da quella sua storica interpretazione nel film di Hartley a scandire e sottolineare la non immutabilità dei nostri miti. La realtà del voler rendere omaggio alla vita e carriera di un’attrice che ha segnato fortemente la storia del cinema (che il regista di Simple Men ha amato così tanto da volerla in quattro dei suoi film; volto indimenticabile nello Schindler’s List di Spielberg; Venere Nera per Abdellatif Kechiche e protagonista in 35 lungometraggi, nonchè in diverse produzioni per la televisione e in 18 cortometraggi) che si unisce alla finzione (o verità?) di voler rappresentare il declino di una carriera che sembrava non dover finire mai. La finzione di Federica che vuole portare in un film la storia di Elina che si permea della realtà della vita dell’attrice: rumena in terra straniera, arrivando in America dopo la richiesta di asilo politico fatta dalla madre, donna che le riempirà la testa di un misto di arrivismo e superstizione, e cercando di parlare il meno possibile di quel padre, ministro della regime comunista rumeno, che resta più un ricordo sfumato che una presenza concreta nella sua vita.

Elina Löwensohn interpreta se stessa in Simple Women (C. Malta, 2019)

Il film cerca di snodarsi tra il rispetto del mito e della carriera dell’attrice e il districarsi all’interno di un rapporto tra le due protagoniste che, molto prima di quanto non ci si potesse immaginare, diventa contorto e conflittuale. Se Federica, erroneamente percepita da tutti come confusa, comprende presto che per poter ultimare il suo film dovrà prescindere dai suoi ricordi di adolescente ed andare oltre il mito, Elina sembra ancorata a quella che è l’immagine che ha dato di sé, terrorizzata di dover ammettere che, con il declino oggettivo della sua carriera, anche il pubblico presto si dimenticherà di lei. L’incapacità di superare il contorto rapporto tra le due protagoniste sembra trascinare la narrazione in una deriva altrettanto contorta. Che impedisce allo spettatore stesso di comprendere cosa sia realtà e cosa finzione scenica. Ma non riusciamo a convincerci completamente del fatto che questo non sia esattamente lo scopo di Chiara Malta con il suo film. Interessante, invece, la scelta, anche nella versione italiana del film, di lasciare i dialoghi in lingua originale (italiano, rumeno, inglese), a suggellare il rapporto del film con il difficile districarsi tra realtà e finzione, visto che si tratta delle stesse lingue utilizzate sul set, trattandosi di una co-produzione italo-rumena e visto che la lingua di comunicazione tra i membri del cast durante le riprese fosse l’inglese.

Lasciamo a voi la possibilità di comprendere le complesse dinamiche che si celano dietro al film, guardando Simple Women, che sarà ancora disponibile fino alle 21.00 di stasera, sottoscrivendo l’abbonamento al Festival del Cinema di Porretta, sulla piattaforma creata su MYmovies.it.

di Joana Fresu de Azevedo