Quando un regista diventa famoso, specialmente se dopo un paio di film, è facile guardare ai suoi esordi come delle raccolte di indizi di un talento ancora acerbo, ma che doveva ancora emergere prepotente. È come se la sua carriera fosse un museo e quelle prime opere fossero una sala di schizzi e bozzetti prima di arrivare alle altre, dove invece vengono mostrate con orgoglio i lavori considerati più rilevanti dall’opinione popolare. Se questi esordi possono essere considerati come opere minori, risultano comunque importanti nella realizzazione di un quadro completo di una carriera, quindi vi è quasi sempre un tentativo di recupero attraverso una nuova distribuzione in sala o su piattaforme streaming o con rassegne nelle cineteche. Il quasi è lì per un motivo ben preciso: a volte quest’operazione così preziosa non viene portata a compimento e alcune opere risultano quindi a dir poco inaccessibili. Questo è il caso del regista cileno Pablo Larraín, che nonostante le nomination agli Oscar per No e Jackie e i premi a Cannes, Berlino e Venezia, non è mai stato un oggetto di simili recuperi. Ciò ha portato la sua opera prima, Fuga (2006), a cadere nel dimenticatoio, diventando pressoché introvabile. In Italia non ha mai avuto un’effettiva distribuzione e per questo motivo il lavoro del Festival del Cinema di Porretta che recupera Fuga portandolo come titolo di apertura dell’edizione 2020, cominciata ieri e che proseguirà fino all’8 dicembre su Mymovies.it, è particolarmente importante.

Vedere Fuga non significa assistere a un Larraín in erba, ancora acerbo, ma più che altro a un Larraín diverso. La maniacale ricerca estetica è sempre presente ed emerge da ogni inquadratura, ma questa volta rispetto a una critica politica, sembra concentrarsi più su un confronto puramente umano e creativo, assumendo dal punto di vista narrativo tonalità più oscure, che sembrano avvicinarlo al cinema di Darren Aronofsky. Fuga non è un bozzetto, ma un’opera completa che può essere vista e deve essere vista come opera a sé stante con una propria identità, al di fuori del suo essere traccia del futuro registico di Larraín.

Larraín mette al centro di Fuga la musica, ma realizza quest’operazione in modo diverso rispetto a Ema (2019). Se in quest’ultimo si usava il reggaeton per raccontare una storia di liberazione di corpi femminili, qui si tratta di musica classica, tuonante, elegante e misteriosa al tempo stesso, veicolo di domande, dubbi, paure e morte. In Fuga il musicista Eliseo Montalbàn (Benjamín Vicuña) è un artista determinato, desideroso di imporsi sulla scena con le sue composizioni, anche se l’ambiente non è dei più semplici. È una forza di volontà incontrastabile che nasce dal desiderio di onorare la sorella assassinata anni prima e di dare vita a quell’orchestra che sente nella sua testa. Ha scritto una composizione appositamente ed è pronto a portarla in scena con la pianista Georgina (Francisca Imboden) di cui si è innamorato. La storia di Montalbàn è intrecciata a quella di Ricardo Coppa (Gastón Pauls), un musicista che al contrario del primo non ha alcun talento e proprio per quello cerca ossessivamente di trovarne l’ultima opera, ignaro di cosa si nasconde dietro quelle note. Al centro c’è la dicotomia tra arte e imitazione, tra l’avere qualcosa da raccontare e la disperazione di dover usare le vite altrui per farlo. In Fuga la musica, come descrive la madre di Montalbàn, è un mare che sembra trascinare inesorabilmente tutti nell’abisso più profondo.

Se Larraín riesce a portare avanti la sua indagine sui confini tra arte e imitazione con impeto, quasi fosse lui stesso un direttore d’orchestra, alcuni problemi nella struttura narrativa del racconto, probabilmente imputabili alla giovinezza, rischiano di minare la potenza dell’insieme. Le linee narrative si intrecciano a tal punto da ostacolarsi a vicenda nel tentativo di catturare l’attenzione dello spettatore. Fuga rimane tuttavia come una prima potente affermazione di una voce artistica forse un po’ grezza, ma consapevole, che contiene già in sé i semi del futuro: dalla prima collaborazione con Alfredo Castro, con cui poi Larraín lavorerà anche in Tony Manero, Neruda, El Club e No, alla cura con cui è capace di tessere ogni immagine, passando per la prepotenza dei sentimenti come motore della vita. Fuga non è solo un’opera d’esordio, è un glossario sulla sua idea di arte e di cinema che merita di essere scoperto e custodito.

di Giada Sartori