Trent’anni fa scompariva a Roma Aldo Fabrizi, attore di grande versatilità espressa in  un’ottantina di film in cui alternava ruoli comici  a ruoli drammatici. Diresse anche dei film. Il riferimento è al film La Famiglia Passaguai  che dopo il primo episodio del 1952 ebbe un seguito con La famiglia Passaguai fa fortuna (1952) e Papà diventa mamma, anch’esso uscito nel 1952.

Ed è partendo dal film La famiglia Passaguai, restaurato per la celebrazione del trentennale dalla Cineteca di Bologna, che il Festival del Cinema Europeo di Lecce ha ricordato questa figura  carismatica della cultura e del cinema italiano. La Famiglia Passaguai è una serie in cui Aldo Fabrizi opera nel triplice ruolo di regista, attore e sceneggiatore (insieme a Mario Amendola e Ruggero Maccari) realizzando una commedia di costume  che ironizza sui comportamenti di una piccolissima  borghesia. Simbolo della piccolissima borghesia, la Famiglia Passaguai composta dal capofamiglia Beppe (Fabrizi), dalla corpulenta  moglie Margherita (Ave Ninchi) e dai figli Pecorino (Carlo Delle Piane) in calzoncini corti, Marcella (Giovanna Ralli) e Gnappetta (Giancarlo Zarfati) il ragazzino che fa continue spernacchiate. Attorno a loro colti nei laboriosi preparativi per la colazione da fare in spiaggia una volta arrivati al mare (Lido di Fiumicino) e nel  viaggio avventuroso in taxi ed in autobus, una serie di caratteristi  come  Luigi Pavese, Tino Scotti, Peppino De Filippo e Nyta Dover che tra gag ed equivoci provocano effetti comici spesso irresistibili. Al gruppo, nel secondo film, si uniscono Erminio Macario e Marisa Merlini e nel terzo la compagnia si allarga con Virgilio Riento, Paolo Stoppa, Enrico Luzi e ne scaturisce un meccanismo narrativo  surreale di grande ilarità.

La locandina del film La Famiglia Passaguai

Fra tutti emerge, appunto, la figura di attore di Aldo Fabrizi, tipo romano pacioso ed un po’ tonto, irresistibile in alcuni momenti come quando in Papà diventa mamma appare in camicia di notte e cuffietta.  Il ruolo di regista, Aldo Fabrizi, lo esercita anche in altri film. Il suo esordio avviene con Emigrantes (1949), film sugli emigrati italiani in Argentina cui fanno seguito, tra gli altri, Una di quelle (1953) in cui dirige Totò e Peppino De Filippo in cerca di avventure alle prese con una povera vedova (Lea Padovani) che credono  un’entraineuse  e che alla fine aiutano a curare il figlioletto ammalato; Hanno rubato un tram (1954)  dove è un conducente di tram in lotta con il controllore (Juan De Landa) che ne denuncia ogni piccola infrazione perché è più bravo di lui a giocare a bocce. Ne scaturiscono delle vicende per cui Aldo Fabrizi alla fine  salirà su un tram incustodito e con esso gira, da solo, per la città. Ma anche Il maestro (1958)  dove è un maestro in un istituto che perde il figlio in un incidente stradale e arriva al punto di voler abbandonare la scuola, ma l’arrivo di un nuovo alunno (Edoardo Nevola) che lo conquista con la sua dolcezza lo convince a restare. Tutti film, quelli diretti, dove spunti comici si intrecciano a  momenti più melodrammatici: la sua cifra  stilistica di regista.

Prima dei film in cui figura da attore e regista, Aldo Fabrizi aveva interpretato alcuni ruoli memorabili: quello gioviale e dall’accento romanesco  di commedie come Avanti c’è posto… (1942) di Mario Bonnard, Campo dè fiori (1943) anch’esso di Mario Bonnard, L’ultima carrozzella (1943) di Mario Mattoli, Prima comunione (1951) con il quale nel 1951 conquista un Nastro d’argento (altri riconoscimenti li conquista: nel 1947 alla Mostra di Venezia per Il delitto di Giovanni Episcopo di Alberto Lattuada; nel 1975 Nastro d’argento per C’eravamo tanto amati di Ettore Scola e David di Donatello alla carriera nel 1988). Senza dimenticare il duetto con Totò del film Guardie e ladri (1951) di Steno e Monicelli. Ma indimenticabile è il suo ruolo di don Pietro di Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini, capolavoro del neorealismo, che nel finale del film viene fucilato sotto gli occhi dei  ragazzi della sua parrocchia. Una scena  che rimarrà per sempre nella memoria degli spettatori e della Storia del Cinema.  

di Paolo Micalizzi