1929-2020. Quanto è cambiata l’Italia da quando Alberto Moravia ha raccontato le vicende della famiglia Ardengo? Dal 24 novembre, cercando nei cataloghi delle principali piattaforme VOD, abbiamo 104 minuti per scoprirlo. Guardando Gli indifferenti, seconda trasposizione cinematografica (la prima fu nel 1964, sotto la regia di Citto Maselli e con una giovanissima Claudia Cardinale e Tomas Millian tra i protagonisti) del romanzo d’esordio di uno dei più importanti rappresentanti della letteratura italiana. A firmarla, il regista quarantenne romano Leonardo Guerra Seràgnoli, che rivisita Moravia portandolo in una società molto meno diversa di quanto ci si possa aspettare rispetto a quella descritta nel 1929.

Guarda il trailer ufficiale di Gli indifferenti (L. Guerra Seràgnoli, 2020)

Restano delle costanti. L’Italia è spaventata dal persistere delle scosse di assestamento che hanno duramente colpito il centro nord del paese. Quei perturbamenti del terreno servono a nascondere quelli, interni e sofferti, di una classe sociale che si ritrova, spudoratamente anacronistica, a voler mantenere uno status quo che non ha più ragione di esistere e non sa adeguarsi ai cambiamenti che i nuovi tempi sembrano imporre. Invariate anche le fondamenta della trama. Michele (Vincenzo Crea, impegnato in uno dei ruoli indubbiamente più intensi della sua giovane carriera e in una prova attoriale che ce ne fa ben comprendere il potenziale), reduce da un viaggio di studio-lavoro in Russia, scopre al suo ritorno che la situazione finanziaria della sua famiglia è sempre più disperata e che la madre Mariagrazia (una Valeria Bruni Tedeschi che sembra ormai più rappresentazione delle sue angosce e frenetiche ansie che di un personaggio cinematografico preciso) sta cedendo all’amante – nonché il principale creditore della Famiglia Ardengo, che ne copre i costanti e persistenti debiti – l’unico loro bene rimasto: l’adorato attico nel pieno centro di Roma. Leo Merumeci (un semplicemente straordinario Edoardo Pesce; capace di offrire una recitazione sempre perfettamente calibrata alla scena; che non eccede quando l’esasperazione narrativa potrebbe costringerlo a farlo; in grado di cantare e ballare senza togliere la persistente drammaticità che il suo personaggio – spietato – impone) cerca di superare le diffidenze del giovane figlio di Mariagrazia, senza nascondere la sua contrarietà per una mancata riconoscenza verso l’uomo che li sta salvando, dalla vergogna della gogna sociale come dal conto ormai vuoto. La sua attenzione di immobiliarista va sicuramente a quel così appetibile appartamento, ma anche (o soprattutto) alle ingenue curve di Carla (Beatrice Grannò, nota finora soprattutto per la sua partecipazione, tra i protagonisti, alla serie Rai di grande successo, Doc – Nelle tue mani e che qui stupisce per una potenza interpretativa che ha dell’incredibile pensando alla sua giovane età). L’invito è a guardare, con attenzione, alla cura dei movimenti e degli sguardi che mette nella scena finale), la più piccola degli Ardengo. La giovane, che vede in Leo il solo in grado di comprendere che la sua ambizione di diventare una gamer professionista potrebbe essere uno dei modi di salvare la sua famiglia dal disastro economico che li sta travolgendo, inizia a ricevere morbose attenzioni da parte dell’amante della madre. Più concentrata sul malessere che prova nel vedere il suo guardaroba invecchiare nell’armadio; sulla vergogna che prova all’idea che le sue difficoltà possano essere svelate; sulla paura di restare sola ad affrontarle (Ho paura che se divento povera nessuno mi ami più); sul cercare di scoprire se la sua amica Lisa (Giovanna Mezzogiorno, finalmente tornata al grande cinema, ma dopo aver perso quella verve interpretativa che la aveva consacrata tra le grandi attrici italiane del cinema anni ’90) stia cercando di portarle via il suo Leo, mentre lei è, invece, da tempo, l’amante di Michele.

Una scela da Gli indifferenti (L. Guerra Seràgnoli, 2020), disponibile sulle principali piattaforme VOD dal 24 novembre

Leonardo Guerra Seràgnoli – incolpevole nel darci l’ennesimo film da salotto buono dell’alta borghesia romana (qui, ahinoi, è una concreta esigenza narrativa più che location scelta) – fa muovere in modo spietatamente imparziale la sua telecamera tra i personaggi. Non sono loro ad essere giudicati dall’occhio attento del regista. Quanto il contesto in cui si muovono. L’incapacità dei protagonisti di mostrare un anche minimo livello di empatia verso il prossimo (nemmeno in un momento di profondo dramma della giovane Carla) o di fronte alle colpevoli menzogne di Leo o constando la totale mancanza di interesse di Mariagrazia verso i destini dei figli più che del suo, non sono il focus narrativo de Gli indifferenti. Mentre lo è – come dimostrato dai movimenti di camera, da una fotografia attenta a sfumare sul futile ed andare al particolare – il contesto in cui i membri della famiglia Ardengo, Leo e Lisa si muovono. Il risultato di questa scelta è che tutti gli altri personaggi diventano mere comparse (la colf, più intimorita dagli eccessi della sua padrona che dal non ricevere da diverso tempo il suo compenso) alla mercé dei protagonisti. Che ugualmente sembrano sparire di fronte alla necessità di mostrare una società medio-borghese che non accetta di essere ormai morta. Fatta di pavimenti lucidati per nascondere la sporcizia della loro (non) emotività; di feste in cui ostentare una ricchezza che ormai risulta offensiva in una società che fatica a sbarcare il lunario (Mariagrazia, in una scena in cui assistiamo ad una lite con il figlio, accusa Michele di essere un nullafacente e viziato. Poco dopo aver dimostrato di continuare a fare debiti pur di potersi permettere il profumo personalizzato); di giovani che trovano se stessi rifugiandosi dietro a uno schermo perché non trovano protezione all’interno delle proprie famiglie.

É un Moravia 2.0 quello portato nelle sale virtuali delle piattaforme VOD da Leonardo Guerra Seràgnoli. A cui il regista toglie poesia, compassione, comprensione. Lasciando il disperato urlo di chi vorrebbe chiedere ai propri protagonisti di rimboccarsi le maniche. Ed iniziare a provare. A trovare un lavoro vero come a vivere i propri sentimenti.

di Joana Fresu de Azevedo