Interno. Sera. Milano. Stai ascoltando la radio come probabilmente fai passivamente ogni sera. A un certo punto il deejay, uno di quelli un po’ arroganti che meno parlano meglio è, parla di un concorso: due biglietti per il concerto di apertura della Milano Fashion Week. Non ti interessa molto di quel concerto, forse a malapena sai chi ci canterà, ma un concorso è pur sempre un concorso. Partecipare è semplice: chiamare il programma e indovinare dove il deejay ha fatto la sua prima vacanza. Gli indizi son quasi nulli: dice solo che allora era un liceale squattrinato. La risposta potrebbe essere anche semplice, ma la linea è occupata: prima da persone incapaci che danno delle risposte azzardate e poi da un uomo strano. All’inizio sembra aver sbagliato radio, ma poi dice che vuole restare in linea, rivelando che ha intenzione di volersi suicidare. Di certo non è un’affermazione da prendere alla leggera, eppure il deejay è pronto a buttare giù la chiamata, pensando si tratti di un semplice troll. Per mostrare la sua serietà il suo interlocutore fa esplodere un piano di un grattacielo. E allora, proprio in quel momento, tu, ascoltatore qualunque, capisci che non vincerai mai i biglietti per quel concerto.

Questi sono all’incirca i primi dieci minuti di Il talento del Calabrone, primo lungometraggio in lingua italiana di Giacomo Cimini (autore anche della sceneggiatura insieme a Lorenzo Collalti), visti dagli occhi di una persona qualunque esterna ai due ambienti dove ruota la narrazione: gli studi di Radio 105 (ma potrebbe una qualunque altra radio) dove lavora Dj Steph (Lorenzo Richelmy) e l’autobomba con la quale Carlo, interpretato da Sergio Castellitto, corre per le strade di Milano. Bastano questi minuti per immaginarsi come proseguirà la storia: una telefonata lunga e claustrofobica lunga tutto il film, due personalità in completo conflitto tra loro, probabili conti in sospeso, qualche altro piccolo gesto per incutere timore. È un genere cinematografico molto diffuso nel resto del mondo che in Italia sorprende per il puro fatto che non ne abbiamo esempi. In Italia non abbiamo avuto film come Locke di Steven Knight, The Guilty di Gustav Möller o Phone Booth di Joel Schumacher. Son thriller pieni di tensione, di solito con un basso budget per il loro giocare su una o massimo due location, che puntano tutto sulle performance degli attori che devono reggere in quasi completa autonomia il film. In Il talento del calabrone, se l’attenzione scenografica di Ivana Gargiulo è uno dei pochi elementi di forza del film, la tensione viene completamente affossata da Lorenzo Richelmy, che non riesce a tenere testa alla potenza (a tratti esagerata) dell’interpretazione di Sergio Castellitto, e da una sceneggiatura debole, dilaniata da questo tentativo di bilanciare una sorta di conflitto generazionale e sociale tra i due protagonisti e l’effettiva trama della storia.

Il risultato è quello che in gergo si potrebbe definire un mappazzone: dentro ci sono richiami a Black Mirror (per questa attenzione quasi priva di senso per i social: sembra addirittura che Dj Steph sia più interessato ai mi piace che a un attentatore che gira a piede libero per Milano), a eroine quasi tarantiniane con il tenente interpretato da Anna Foglietta in abito da sera, e persino con il professore di Castellitto a un film dimenticato come Oxford Murders di Álex de la Iglesia. Son tante suggestioni che lasciano intuire l’universo di riferimento di Cimini, un universo talmente ampio da cui lui prende a grandi mani, senza riuscire a dosare e a trovare il modo per imporre delle scelte originali. Ci sono dei tentativi di renderlo, se non originale, più italiano: l’ambientazione, il gergo colloquiale del dj, un minuscolo accenno di critica sociale con la figura del rider. Il problema sta nell’elevare un prodotto come Il talento del Calabrone solo perché non è mai stato fatto sul terreno italiano. Se è da riconoscere il tentativo, questo non significa che si debba scusare un film privo di mordente e di personalità propri, che pecca per il suo voler essere troppo – troppo costruito (desiderio portato avanti anche dalla messa in scena con set quasi totalmente artificiali) e troppo internazionale – finendo per sapere solo di già visto.