Sto tempo è passato. Pure pe’ voi però.

25 anni. Questa la durata della carriera da calciatore professionista di Francesco Totti. Un quarto di secolo. Tanto è bastato a trasformare un ragazzino timido della Scuola Manzoni di Roma nell’indiscusso Imperatore di Roma. Il Capitano che una città, una squadra come una tifoseria non è riuscita ancora a dimenticare. Perché lui l’ha guidata per oltre vent’anni. E ogni anno della strepitosa carriera del Capitano ha rappresentato un anno di crescita per ognuno di coloro che lo hanno sempre seguito. Il tempo è passato per tutti. Mentre lui faceva e diventava la Storia. Non solo del calcio (di un certo calcio, giocato e non). Ma anche di una generazione, di una città.

Guarda il trailer di Mi chiamo Francesco Totti (A. Infascelli, 2020)

Impossibile guardare il (bellissimo) documentario Mi chiamo Francesco Totti di Alex Infascelli – presentato come evento speciale all’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma e che ha rappresentato uno degli eventi cinematografici dal maggior successo al botteghino prima della (ri)chiusura dei cinema del 25 ottobre e che ora arriva tra i contenuti di Sky – senza tenere in considerazione il fatto che qui non si parli solo di un calciatore o di un personaggio. Di quelli questo paese è anche (fin troppo pieno). Ma di un simbolo, attorno a cui una generazione, una squadra ed un’intera città è cresciuta e che quasi l’ha plasmata. Totti è Roma e La Roma.

E questo sembra capirlo, molto bene, anche il regista. Che non usa infrastrutture o drammatizzazioni eccessive nel realizzare il suo documentario. Semplicemente, non ne ha bisogno. Gli sono sufficienti la voce costantemente fuori campo di Francesco Totti, il passaggio da un filmino di famiglia (quelli che lo stesso Totti chiedeva al fratello, per potersi poi riguardare in campo una volta tornato a casa e in cui percepiamo il senso del sostegno e supporto che ogni membro della famigliola Totti ha rappresentato per Francesco) ad un’immagine di moviola e il far incontrare il Francesco adulto con il suo stesso, spensierato bambino. Ci basta questo a capire molto del protagonista. Percepiamo, potente e in modo quasi sconcertante, il suo essere sempre stato in balìa della sua timidezza. Il racconto del suo starsene in disparte quando gli amici giocavano a pallone in cortile; la sua sorpresa (forse gli ho fatto pena) quando gli permettono di unirsi a loro e il suo comprendere, proprio giocando alle paperelle (uno di fronte a calciare il pallone contro gli altri – le paperelle, appunto – che gli sfilano davanti e che devono essere colpiti per poter vincere un gelato), che quando toccava a lui tirare lo faceva in modo più preciso e colpendo più forte di tutti; il suo cercare un espediente per far capire alla ragazza che gli piaceva che per lui non fosse la classica storia calciatore-velina, senza il coraggio di dirlo apertamente, che lo porta ad indossare la famosa maglietta 6 unica attraverso cui tutto l’Olimpico (come tutta l’Italia) scopre il suo amore per Ilary Blasi. Tutti elementi che ci permettono di guardare oltre il calciatore, al di là dell’iconico Capitano della Roma. Che ci fanno conoscere Francesco e le sue paure. Prima fra tutte, quella di aver perso tanto. La giovinezza, la spensieratezza che un ragazzo che a soli 16 anni entra titolare nella Roma sa di non poter vivere, fino alla banale possibilità di non potersi più fare una passeggiata nella sua tanto amata Roma.

Un frame dal documentario Mi chiamo Francesco Totti (A. Infascelli, 2020)

Un giorno vojo esse na persona normale. Ce sarà ‘n jorno, prima che moro? Secondo me no.

In questa considerazione che lo stesso Totti fa in questo bilancio della sua carriera e della sua vita fino a questo momento che è l’essenza di Mi chiamo Francesco Totti, sta tutto il peso che l’uomo ha sentito e sente ancora sulle sue spalle. Quella del ragazzo sedicenne che in un normale sabato agonistico si sente chiamare fuori campo mentre sta giocando nella primavera della Roma (ho fatto puro du’ gol. Perché me fanno uscì?) e che, scoprendo che ha poche ore per prepararsi prima di essere convocato titolare nella squadra principale, pensa che dovrà rinunciare ad u altro sabato sera in discoteca con gli amici. Quello che prima di diventare Capitano della Roma, ne è stato sfegatato tifoso e, come lui, tutta la sua famiglia. Tanto che racconta che non avrebbe mai potuto anche solo prendere in considerazione una proposta di contratto dalla Lazio, perché tutti i parenti gli avrebbero tolto la parola. Quello che, con orgoglio ed infinito amore, parla di Ilary e dei suoi figli come il suo angolo di normalità, pur chiedendo scusa alla moglie se per poter stare con lui è stata costretta ugualmente a fare molte rinunce. Ma sapendo di farle insieme.

E, poi, la responsabilità verso la squadra. Verso ciò che per lui ha rappresentato la Roma e ciò che poi è diventato lui stesso per la squadra come per la tifoseria. Capitano dentro e fuori dal campo. Verso tutti quelli che hanno creduto in lui negli anni e che nel corso della sua carriera si sono affidati a lui, prendendolo come riferimento e guida. Così, il tifoso Francesco ci racconta dell’emozione di incontrare Il Principe Giuseppe Giannini, di affiancarlo sul campo (la prima volta che si è sentito professionista) come di vederselo arrivare, a sorpresa, alla festa per i suoi diciotto anni (facendogli capire che, anche con la maglia ormai addosso, di essere tifoso della Roma non avrebbe mai smesso). Prima non solo di prenderne in mano lo scettro, ma di diventare lui l’Imperatore della Roma. Il ragazzino col pallone sempre attaccato al piede che cerca di imparare e farsi insegnare e guidare dagli allenatori che si sono succeduti (ne abbiamo cambiati tanti. Eterni secondi che cercano di diventare primi) per garantirsi di essere ricordato sta lì a farci comprendere la fragilità che si cela dietro a molti iconici personaggi, soprattutto in un mondo che non accetta debolezze come quello del calcio. Il, profondo, legame e senso di gratitudine nei confronti della Famiglia Sensi e quello di spaesamento nei confronti della proprietà Pallotta a farci ripercorrere le fasi di una gloriosa carriera. Il non essersi mai sentito abbandonato, protetto e tutelato. Non fin quando Vito Scala, il suo preparatore atletico, sarebbe stato al suo fianco e ci mostra quanto lo sia stato in tutti i momenti, belli e brutti, privati come sportivi della sua vita.

Dopo essere stato uno degli eventi speciali alla Festa del Cinema di Roma, il film è ora disponibile su Sky

E una data, quella del 28 maggio 2017, a segnare sì la fine di una carriera da calciatore professionista, la fine dell’era Totti. Ma la rinascita di Francesco. Perché se quelle di Solo di Claudio Baglioni sembrano essere le note perfette per accompagnare le emozioni e la solitudine del calciatore che ha dedicato i 25 anni della sua carriera ad una maglia che quasi si è cercato di strappargli di dosso (come si dice a Roma, Totti la tocca piano nel raccontare il suo rapporto con l’allenatore Luciano Spalletti), l’ingresso del Capitano per il suo saluto finale allo Stadio Olimpico, l’accoglienza e le lacrime dei tifosi – sugli spalti o dai loro salotti da cui seguivano la diretta che Sky ha dedicato all’evento all’epoca – fanno capire a Francesco che stava partendo una nuova fase della sua vita. In cui non sarebbe più tornato a fare gol. Ma in cui potersi permettere di essere il Capitano delle sole persone che il regista Infascelli ci fa vedere che abbraccia in quel momento. La sola squadra in cui Francesco Totti vuole davvero giocare da quel 28 maggio 2017: la sua famiglia.

Lo sappiamo, non si dovrebbe fare. Ma chi ha finora scritto queste parole è romana e romanista. E non riesce a negare la difficoltà avuta nel cercare di essere il più imparziale possibile nel raccontarvi Mi chiamo Francesco Totti. Perché di Capitano ce ne è stato e sempre ce ne sarà solo uno anche per lei. Ed è davvero cresciuto insieme a chi, come lui, cercava di trovare una propria dimensione in quei primi anni Novanta che sono stati estremamente difficili per chi viveva nella periferie romane. Perchè i riflettori sempre puntati sulla città (o sullo stadio, nel caso di Totti) non riuscivano a mostrare la confusione, lo spaesamento, la paura di non farcela di tanti ragazzi. Che però sapevano di poter avere, ogni settimana, per almeno novanta minuti, una certezza, una speranza: quella che Capitan Totti l’avrebbe buttata dentro. E la sua esultanza, il suo infilarsi il pollice in bocca, era la stessa di tutti quelli che lo seguivano, dagli spalti come da casa. Quella che ci faceva dire che uno di noi ce l’aveva fatta. E mo torna ‘n po’ indietro, che quell’emozione, che riproviamo guardando il documentario, vogliamo riviverla ancora.

di Joana Fresu de Azevedo